Ogni anno partiamo pieni di aspettative per i nuovi giovani che scenderanno in campo. Quest’anno sono stati i vari Menoncello, Marin e Capuozzo, inseriti in un contesto dove altri giovani “solo un po’ meno giovani” (Lamaro, Pettinelli, Garbisi, etc.) già hanno in mano le redini della squadra. Lo stesso avviene anche nelle altre nazioni, con il wonder boy di turno a farla da padrona sulle copertine dei periodici di stampo ovale, come avvenuto in Inghilterra per Marcus Smith. Negli ultimi anni l’Italia ha prodotto una grande quantità di giovani giocatori forti anche grazie ad un sistema formativo che ha iniziato ad ingranare davvero. È per questo motivo che mi sono chiesto se l’Italia avesse intrapreso una strada rivoluzionaria nel processo di formazione-talenti, o se avesse ricalcato le orme di altre nazioni. Quali sono le differenze con gli altri sistemi formativi del Sei Nazioni? Cosa potremmo fare meglio, e cosa già facciamo bene? Troppo poco spesso vengono fatti dei confronti che permettono di capire quali sono le differenze, le lacune, e i fiori all’occhiello di ciascuno dei movimenti. In questo articolo cerco di mettere insieme le cose, scoprendo anche notevoli somiglianze che dovrebbero aiutarci a vedere il bicchiere mezzo pieno. Di recente ho pubblicato un articolo descrivendo il movimento italiano per gli stranieri, così da permettere loro di capire il nostro rugby. Ora tocca a noi capire il loro: con l’aiuto di alcuni esperti di ciascuna nazione del torneo, ho radunato le informazioni sui percorsi formativi di un atleta e sulle strutture dei campionati domestici di ciascuna delle sei nazioni che prendono parte al torneo più vecchio del mondo.

I capitani delle sei squadre partecipanti al Sei Nazioni 2021/22.

Inghilterra: molti modi per diventare pro

Ringrazio l’amico Ben Coltman (twitter), che si è formato come rugbista nel sistema inglese prima di diventare un biologo come me, e scegliere la scienza applicata come professione. Abbiamo ancora un Italia-Inghilterra in sospeso, ricordatelo.

In Inghilterra, anche grazie alla notevole diffusione del rugby nella cultura locale, non è necessario un sistema di Accademie come quello Italiano. Esistono, chiaramente, le squadre “under” che rappresentano il meglio di determinate fasce di età, ma non esiste un luogo fisico dove queste selezioni allenano i propri migliori talenti su base quotidiana come avviene in Italia con i CDFP e l’accademia Ivan Francescato. Ben ci tiene a farmi sapere che la sua esperienza è limitata all’area di Leicester e ai Leicester Tigers, quindi un’area dall’alto coefficiente rugbistico ma che potrebbe differire nei dettagli da altre aree della nazione inglese. Fino ai 14 anni di età, un ragazzo o una ragazza che pratichi il rugby lo fa verosimilmente in un piccolo club del paese o del quartiere. Questi club crescono i giovani atleti partendo dal touch rugby e inserendo gradualmente il contatto fisico entro i 14 anni di età. A 14-15 anni i migliori talenti spesso entrano a far parte di una rugby school privata che offrirà loro la più elevata formazione rugbistica dietro borsa di studio o pagamento di tuitions molto costose. Le rugby schools hanno un vero e proprio campionato inter-scuole, molto sentito, dove i giocatori maturano presto e raggiungono un buon livello già a 16-17 anni. Questa possibilità è, però, riservata a pochi e non per forza su base meritocratica visto il costo difficilmente accessibile.

Il campo da rugby della Stowe School (UK). Ben mi ha raccontato di averci giocato un paio di volte, con la sensazione di essere sul set di Downton Abbey.

Molti atleti vanno invece alle scuole statali, le quali hanno una squadra di rugby ma non hanno un campionato con partite programmate come quello delle rugby schools. Giocare solo una manciata di partite l’anno non è abbastanza per formare un giocatore. Per sopperire a questo esistono i county teams, squadre che raggruppano più club su base geografica, culturale, storica, o semplicemente economica giocando il County Championship. I county teams hanno selezioni dalla U14 alla Senior e rappresentano un ponte fra giovanissimi e adulti, giocando un campionato fra di loro e offrendo partite di livello a giovani promettenti. Le accademie dei grandi clubs di Premiership hanno gli occhi puntati su questo torneo, e ogni anno pescano nuovi giocatori da portare sotto la loro guida. All’età di 18 anni, se promettenti, i giocatori vengono vengono invitati a unirsi alle selezioni development del club con le quali hanno la possibilità di giocare minuti importanti in campionato, effettuare partite contro le altre selezioni development, e guadagnare qualcosa in termini economici. Coloro che non vengono selezionati da un’academy continuano comunque a giocare con i loro county teams o rugby schools, e la porta non è loro chiusa se dovessero fare progressi in futuro. Questo parallelismo fra club, scuole e accademie dei club professionistici crea una sinergia che rende quasi impossibile perdere per strada talenti promettenti, ed è la fondazione su cui poggia l’elevata competitività della Nazionale inglese, della Premiership, e anche della sua divisione cadetta.

La foto di rito con le squadre partecipanti alla stagione 2021/22 della Premiership inglese.

Francia: qualità massima, costi quel che costi

Ringrazio Edward Jenkins (linkedin, website), che è personalmente coinvolto nel coaching giovanile dello Stade Niçois, per le informazioni.

Che si voglia o no, la Francia ha forse il miglior campionato del mondo. Si può discutere sul valore delle singole squadre se confrontate con le franchigie neozelandesi o con i migliori club inglesi, ma il Top14 è così competitivo e ricco da avere una seconda divisione (il ProD2) altrettanto strutturata, e una terza divisione (il Nationale) comunque professionistica. Se è vero che quest’anno (2022) la Premiership inglese non vedrà nessuna promozione dalla serie cadetta perché nè Ealing nè Doncaster possono ospitare 10,000 persone nello stadio, solo 5 squadre su 16 di ProD2 non raggiungerebbero questo criterio, e anche alcune squadre di Nationale ci riuscirebbero. Data la potenza di fuoco dei clubs francesi, il sistema formativo dei giovani atleti è fortemente basato su di essi, anche a causa della totale assenza del rugby nelle scuole superiori. Per regolamento, i clubs di Top14, ProD2 e Nationale devono avere un’accademia dall’U14 all’U18 e una selezione Espoirs che funge da bacino di giovani talenti per la prima squadra. La accademie sono finanziate in parte dai clubs e in parte dalla federazione, a patto che alcuni criteri siano rispettati. Le varie selezioni giovanili partecipano in appositi campionati di categoria raggruppati territorialmente in maniera via via più inclusiva, in una maniera relativamente classica che rassomiglia quella del calcio giovanile italiano. Il lavoro delle accademie viene monitorato con frequenza dalla federazione per assicurarne la resa. Se è vero che un giocatore può potenzialmente raggiungere il massimo livello senza mai cambiare casacca, i clubs più importanti iniziano lo scouting già a livello di U16 portando nelle loro accademie i talenti migliori. La selezione di questi talenti avviene meramente in base alla loro qualità di gioco, e arriva spesso a preferire talenti stranieri “più pronti” rispetto a quelli francesi.

Foto di gruppo dell’Espoir dello Stade Toulousain, anno 2019/20. Come detto una volta da Sean Holley su Under the Sticks: they ooze class.

Qui si entra in territori controversi del rugby francese. Nella scorsa decade, per fermare l’influsso incontrollato di giocatori internazionali nel Top14, era stata introdotta la famosa JIFF rule, dove “JIFF” è un acronimo che sta per “giocatore prodotto nella filiera francese”. Questa regola inizialmente prevedeva che i clubs di Top14 schierassero settimanalmente una quota di giocatori JIFF (40%, poi 55%, poi 12 giocatori). Per aggirare questo ostacolo, molti clubs hanno sistematicamente reclutato a livello di accademie i migliori talenti internazionali da Fiji, Portogallo, Georgia e altre nazioni, perché dopo alcuni anni di formazione in Francia si diventa JIFF. Il problema, evidenziato anche da Bernard Laporte nel momento della sua elezione a presidente della FFR nel 2016, era la presenza di un chiaro gap tra i giovani atleti francesi e i coetanei stranieri a livello di U14 e U16. Questo portava i club a fare di necessità virtù, sfruttando una regola e i suoi cavilli al massimo delle possibilità per rinforzarsi. Il problema, secondo molti, nasceva dalla mancanza totale di centri di formazione per giovani atleti a parte i club. La formazione di club non è sempre la migliore possibile, a meno di non trovarsi in un club particolarmente ricco e capace, e questo lasciò molti giocatori francesi indietro nel processo di formazione. Laporte propose fra le altre cose di introdurre tecnici e sessioni di allenamento della FFR per le accademie di club, individuando e formando i giovani talenti con sessioni aggiuntive. A giudicare dai risultati delle selezioni under e senior della Francia, la mossa è stata vincente. Oggi la Francia ha quella che da molti viene descritta come la più forte nazionale del mondo. Ha il campionato più competitivo, alcuni dei giocatori più illustri di questo sport, e una produzione di talenti talmente arrembante che in ognuno dei ruoli ha almeno 4-5 alternative di spessore. Si tratta di un unicum spazio-temporale nel panorama europeo: ricchi investitori privati, tanti giocatori tesserati, grande popolarità del rugby, e molta attenzione mediatica come quella che si respira in Francia sono cose rare da trovare altrove.

Antoine Dupont, simbolo della Francia degli ultimi anni che ha vinto il Sei Nazioni 2022.

Irlanda: struttura e ramificazione nel territorio

Ringrazio The Loose Head (patreon, twitter) per le informazioni. Le informazioni ricevute riguardano l’area di Leinster, ma sono estensibili larga parte a tutta l’Irlanda con qualche fisiologica differenza.

In Irlanda la struttura del movimento è molto basata sulla geografia, con club sparsi nel territorio, selezioni territoriali, provinciali e regionali. Fino ai 16 anni, gli atleti dei clubs dell’area di Leinster competono con il loro club ma in estate hanno la possibilità di effettuare degli allenamenti di test con le cinque selezioni territoriali della regione (Metro, South-East, North-East, Midlands, North-Midlands). A fine estate vengono ufficializzate le liste di atleti invitati: le selezioni, poi, si allenano settimanalmente e competono nella Shane Horgan Cup, una coppa per U16 che gli consente di giocare con i pari-età di altre zone della regione in match giovanili molto sentiti e di alto livello. Gli atleti U16 della selezione territoriale si allenano periodicamente con membri dello staff del Leinster Rugby, migliorando le loro skills, approcciandosi con l’elite del rugby del loro paese. I migliori atleti delle selezioni territoriali vengono poi convocati dalla Talent Identified Squad, che raduna in gli atleti in tre centri di formazione U17 almeno due volte la settimana. Sia durante la Shane Horgan Cup che durante gli allenamenti con la Talent Identified Squad, gli atleti vengono comunque lasciati al loro club di appartenenza originale che beneficiano delle loro prestazioni sportive nei match del fine settimana. Questa idea è stata ripresa dalla nuova riforma del sistema-Accademie in Italia, che mira a lasciare i giocatori ai propri club fino ai 18 anni ma radunarli in poli di sviluppo territoriali dal Lunedì al Giovedì. All’età di 18 anni, gli atleti irlandesi più promettenti della Talent Identified Squad vengono invitati a unirsi alla selezione U18 Clubs del Leinster Rugby, con la quale competono in una coppa inter-provinciale nonché in alcune amichevoli di spessore. Dalla U18 Clubs alla senior, poi, il passo è breve se c’è il talento.

La premiazione della Shane Horgan Cup. Photo by: Ramsey Cardy/Sportsfile.

Esiste un altro percorso possibile in Irlanda, simile all’Inghilterra e alla Scozia: quello delle rugby schools. All’età di 15 anni, le rugby schools competono nella Leinster Schools Junior Cup. All’età di 17 anni, i migliori atleti vengono convocati per delle sessioni estive di allenamento con lo staff del Leinster Rugby più o meno come avviene per i giocatori dei club. Se selezionati, continueranno ad effettuare allenamenti congiunti co lo staff della franchigia nonché a giocare la Schools Cup a livello Senior. La Senior Schools Cup è molto sentita, ed è una competizione di alto livello con molti talenti U18 che si affermeranno poi anche a livello professionistico. Gli atleti che si mettono in mostra nella Senior Schools Cup vengono invitati a unirsi alla selezione U18 Schools del Leinster Rugby, che rispecchia la selezione U18 Clubs discussa prima ma raduna i migliori talenti delle scuole. Le due selezioni (Clubs e Schools) competono entrambe in una competizione inter-provinciale. Al raggiungimento dei 19 anni, il percorso delle due selezioni si unisce: gli atleti migliori vengono invitati dalla U19 del Leinster Rugby per continuare quello che è il sogno di diventare atleti professionisti. Il percorso all’interno dell’academy del Leinster Rugby prevede allenamenti di stampo professionistico da combinarsi però con gli studi ad un college associato, e solo per alcuni culminerà con un contratto da professionista. Si tratta dunque di un percorso estremamente selettivo che porta però alla selezione di talenti cristallini di indubbio spessore e potenziale. Nelle altre tre regioni irlandesi i percorsi di selezione sono paragonabili a questo, con qualche differenza dettata dal territorio.

Tadhg Furlong, uno dei prodotti migliori dell’academy del Leinster Rugby dell’ultima decade.

Galles: un campionato domestico molto sentito dove farsi le ossa

Ringrazio Brandon Smith (youtube, twitter) per le informazioni. Abbiamo collaborato a più riprese con Brandon, clicca qui per l’ultimo contenuto dove siamo presenti anche noi.

Nella cultura comune, il Galles è la terra ovale per eccellenza. Una nazione di poco più di 3 milioni di abitanti ciascuno dei quali non è mai troppo distante, ovunque si trovi, da una palla da rugby. Perfino nel cinema locale il rugby occupa il posto che in Italia sarebbe riservato al calcio. In questo contesto c’è un forte sistema di clubs distribuito nel territorio, che alimenta un campionato domestico di buon livello e molto sentito in termini di tifo, la Welsh Premiership. Questo campionato ha 12 squadre, molte delle quali sono in contatto diretto con le franchigie gallesi: Ospreys, Scarlets, Dragons e Cardiff Rugby. Praticamente ogni villaggio in Galles ha un suo club di rugby con selezioni che vanno dall’U8 fino agli adulti, cui i bambini si uniscono fin da piccoli e con cui giocano senza bisogno di spostarsi di luogo come avviene invece in Italia oltre una certa età. Il raggruppamento di squadre su base territoriale avvenuto nel 2000 per strutturarsi in modo professionistico non è stata una mossa priva di controversie. Un po’ come in Italia, anche in Galles c’è un notevole sbilancio territoriale che vede la quasi totalità dei clubs di Premiership in una ristretta area del paese. Dal Nord del Galles, Brandon ci racconta che nella sua zona c’è un’accademia principale chiamata RGC – Rygbi Gogledd Cymru (North Wales Rugby). Quest’accademia è un’eccezione nel panorama gallese costellato di clubs, e un po’ come la Ivan Francescato in Italia, gioca in un campionato domestico offrendo ai promettenti giovani del Nord del paese un palcoscenico importante in mancanza di una pro club academy vicina.

La mappa della distribuzione dei club gallesi su Club Finder.

I clubs del Sud sono raggruppati territorialmente in circuiti di afferenza alle quattro franchigie che giocano in URC. Prendiamo come esempio l’area di Llanelli che afferisce agli Scarlets. Il cosiddetto player pathway prevede l’ingresso dei più meritevoli atleti nella selezione junior dell’academy degli Scarlets all’età di 16 anni. L’academy non è una squadra ma un centro di formazione dove i giocatori si allenano e apprendono le vie del professionismo, rimanendo però affiliati coi loro clubs. L’academy crea comunque due squadre di 30 atleti (East e West) che giocano alcune partite per testare i giocatori. Si tratta più di un momento molto formativo: i giocatori vengono esposti ad analisi tattiche, riguardano le loro partite con i coach, e la loro performance viene dissezionata per fargli capire i dettagli importanti. I migliori giocatori entrano poi nella selezione senior dell’academy a 18 anni. Questa selezione gioca a sua volta alcune partite contro gli equivalenti delle altre franchigie, continuando il percorso iniziato in junior. I giocatori migliori vengono poi collocati in tre squadre di Welsh Premiership afferenti agli Scarlets. Qui giocheranno 1-2 stagioni in un contesto semi-pro venendo testati week in-week out per dimostrare il loro valore. I migliori riceveranno poi un’offerta di contratto professionistico dagli Scarlets. Le altre tre franchigie hanno una struttura simile, anche se ovviamente qualche differenza è presente. Questo sistema ha un grosso problema di natura geografica ed economica: molti giocatori sfruttano infatti la vicinanza all’Inghilterra per andare a giocare nelle rugby schools inglesi. Alcuni restano nel giro della Nazionale, come Louis Rees-Zammit, ma molti rimangono in Inghilterra e vengono convocati dalla selezione inglese (Alex Dombrandt, Harry Randall). Le quattro franchigie, inoltre, faticano ad offrire un salario competitivo con quelli della Premiership inglese ai giocatori più promettenti, finendo inesorabilmente per perderli. Il Galles, dunque, ha un sistema molto radicato nel territorio ma che vive sotto la “minaccia” economica della vicina Inghilterra.

Il ragazzone col numero 4, Alex Dombrandt, sui campi provinciali gallesi prima di diventare uno dei nuovi idoli dei tifosi degli Harlequins in Inghilterra e dei tifosi della nazionale inglese.

Scozia: scouting, equiparazione, e competitività

Ringrazio gli utenti del gruppo Facebook United Rugby Banter per le informazioni. Un ringraziamento speciale va a Marcus Robertson per il commento molto informativo che mi ha aiutato a capire da dove partire.

La nazione del cardo non dispone dei numeri e dei fondi di cui dispongono le altre tre home nations (chi più chi meno). Tuttavia si tratta di un movimento che ha saputo trarre il meglio dalle sue disponibilità, e come detto spesso dai suoi sostenitori, systematically punches above their weight. La cima della piramide è composta dalle due franchigie (Glasgow ed Edimburgo) che giocano lo URC. Su Edimburgo abbiamo anche scritto un pezzo di recente, parlando del gioco proposto da Mike Blair. Al di sotto delle franchigie troviamo il FOSROC Super6, un campionato composto da sei squadre semi-professionistiche che rappresenta la fucina di nuovi talenti del paese. Questo campionato rassomiglia il nostrano Top10, se non fosse che le squadre che lo compongono sono più strutturate verso il professionismo di quanto non lo siano i club italiani di massima serie. Per arrivare in Super6 i nuovi giocatori passano per un percorso formativo che comincia circa all’età di 13 anni. I giocatori dei club e delle scuole competono nelle loro fascie di età in competizioni organizzate per conference su base geografica. A partire dai 15 anni, i giocatori più promettenti vengono invitati a prendere parte alle sessioni organizzate dai player development hubs (PDH), che hanno luogo in varie zone della Scozia in date precise. Si tratta di veri e propri training camps per giovani giocatori, dove capire meglio i dettagli del gioco del rugby sotto la guida di allenatori esperti. Giunti al diciottesimo anno di età, i migliori giocatori vengono convocati da quattro accademie distribuite sul territorio e associate a importanti college. Qui i giocatori avranno modo di allenarsi con staff professionisti e giocare minuti importanti in Super6. Quest’ultimo è il vero serbatoio dei nuovi talenti prodotti in Scozia, dal quale pescano le franchigie di Edimburgo e Glasgow.

Foto di lancio del Super6 2020/2021.

Il cosiddetto modello scozzese ha, però, una sua particolarità: il programma di scouting per gli espatriati, denominato SQ programme (SQ: “Scottish-Qualified”). Non avendo una disponibilità di nuovi giocatori annuale tale da poter coprire le esigenze di una nazione che ambisce a rimanere nel Tier 1, in Scozia si sono attrezzati con un vero e proprio programma strutturato per scovare i migliori talenti mondiali con una discendenza scozzese e portarli a vestire la maglia blu-scuro. Dotata di scouts distribuiti in tutto il globo terrestre, dal 2017 (anno di lancio del programma) ad oggi la federazione scozzese ha scovato e portato in maglia blu-scuro svariati atleti cresciuti nel sistema formativo inglese, sudafricano, e non solo. Nell’ultimo Sei Nazioni (2022) ad esempio la nazionale scozzese aveva ben 15 equiparati su 39 convocati; ne abbiamo parlato anche noi. Il sistema scozzese, dunque, non solo prevede la possibilità di equiparare giocatori di discendenza scozzese per la nazionale, ma ne ha fatto il vero e proprio cardine del suo successo. A questi giocatori vengono poi affiancati i talenti prodotti in casa, cresciuti nel sistema delle accademie, e nelle franchigie di URC. Nel complesso, si tratta di un sistema abbastanza simile a quello italiano ma che si fa meno remore nel portare a giocare per la Scozia talenti prodotti all’estero.

Duhan Van Der Merwe: un esempio di talento prodotto all’estero e portato poi a Murrayfield.

Italia: alcuni cambiamenti per aumentare il pool di talenti

Ringrazio Valerio Bardi di OhVale rugby blog e di Quindici Podcast per le informazioni. Valerio è stato in passato manager del centro di formazione permanente di Prato.

Come in Scozia, in Italia il massimo livello è composto da due sole squadre professionistiche (Benetton Treviso e Zebre Parma) che competono in URC assieme alle franchigie irlandesi, gallesi, scozzesi e sudafricane. Al di sotto delle franchigie si trova un campionato domestico semi-professionistico, il Top10, dove giocano dieci squadre di club, alcune delle quali con una notevole storia alle spalle. I migliori giovani arrivano a giocare con le squadre di Top10, e successivamente con le franchigie, dopo un percorso tortuoso che deve fare i conti con un fisiologico problema del rugby italiano, e cioè la povertà di club con selezioni al di sopra dell’U14. Un atleta promettente sotto i 18 anni viene invitato a unirsi a uno dei 4 centri di formazione permanente (CDFP): Roma, Milano, Treviso e Prato. Durante questo periodo si allena e vive al CDFP dalla domenica sera al venerdì pomeriggio, continuando ad andare a scuola e a giocare per il suo club nel fine settimana. Il CDFP, infatti, non è una squadra ma solo un centro dove allenarsi sotto la guida di uno staff dedicato. Successivamente, agli atleti più promettenti dei CDFP viene mandato l’invito ad unirsi all’accademia nazionale FIR Ivan Francescato per continuare a formarsi verso il professionismo. Come per l’accademia del Nord del Galles, l’accademia FIR è una vera e propria squadra, e gioca regolarmente le sue partite di campionato come un club partecipando al girone 1 della Serie A. L’accademia FIR rappresenta un rito di passaggio per molti dei giocatori che diventano professionisti in Italia.

Un’immagine da un allenamento. Post originale: rugbymeet

Per cercare di muovere un passo nella direzione di riportare parte delle responsabilità ai club, nell’annata 2022-23 alcune cose cambieranno. Come mostrato da un nostro recente articolo, i due CDFP di Treviso e Prato chiuderanno per far posto a dieci poli di sviluppo che raduneranno dal lunedì al giovedì i migliori talenti U19 dei club del loro territorio. La scelta di chiudere questi due sta nel fatto che le zone di Treviso e Prato sono state considerate capaci di farsi carico di una formazione di alto livello degli atleti tramite club, a differenza di Milano e Roma. Alla base di questa scelta c’è la volontà di ampliare il bacino di atleti a cui viene data la chance di provare il loro valore in un contesto formativo di alto livello. Prendiamo come esempio la struttura che assumerà il rugby nella zona di Treviso. I migliori giovani talenti U19 dei club della zona di Treviso verranno convocati dalla neonata Accademia di Marca. Lì gli atleti riceveranno una formazione avanzata dal lunedì al giovedì con uno staff dedicato e occasionalmente con delle sessioni organizzate dallo staff del Benetton Rugby, un po’ come si fa in Irlanda. Nel fine settimana gli atleti ritorneranno ai loro clubs di provenienza per giocare le partite. Di questi atleti, i migliori verranno convocati dalla futura academy del Benetton Rugby, che vedrà il via nella stagione 2022/23. L’accademia del Benetton Rugby avrà una durata di tre anni fino al raggiungimento della fascia di età U23. I convocati si alleneranno assieme ai professionisti della prima squadra, verranno regolarmente prestati a club di Top10 per mettere minuti nelle gambe, e verranno progressivamente inseriti nelle rotazioni per le partite di URC. Al termine del percorso academy i migliori riceveranno un’offerta di contratto a tempo pieno da parte della prima squadra. Con questa nuova struttura, la filiera di formazione di nuovi talenti dell’area trevigiana avverrà in modo organico con Benetton Rugby, vedendo i giocatori crescere direttamente nell’orbita della franchigia fin da subito. La speranza è quella che anche la seconda franchigia italiana, dovunque sarà nel 2022/23, si strutturi in maniera analoga e che non si perdano i progressi che han portato alle storiche tre vittorie al Sei Nazioni U20 del 2022.

Alessandro Garbisi, fratello di Paolo, si invola verso l’area di meta nella partita contro il Galles del Sei Nazioni U20 2022. La partita finirà 20-27 per gli azzurri, che raggiungeranno uno storico terzo posto nel torneo il giorno dopo la storica vittoria della nazionale maggiore a Cardiff (21-22, con meta di Padovani nel finale).

3 pensieri riguardo “Come sviluppano i giovani talenti nei paesi del Sei Nazioni?

  1. un appunto. L’Accademia di Marca per quel che si sa pubblicamente (pochissimo) non è riferita a tutto il veneto come lo era il CDP di Treviso. Non si sa se avrà una foresteria per permettere a chi abita più lontano di evitarsi lunghi trasferimenti giornalieri tra allenamenti e scuola.
    rimangono ad ora scoperti bacini come la provincia di Venezia, Padova e Vicenza e l’intero Friuli che se contiamo i giovani giocatori che sta dando alla nazionale u20 non è poco.
    rimane Verona che è una accademy privata e pertanto ha un costo per le famiglie, così come non sappiamo se l’Accademia di Marca sarà gratuita.
    Manca soprattutto un passaggio fondamentale sul modello italiano:
    l’ormai vecchio percorso federale prevedeva per gli u16 (ultimo anno nella categoria, primo anno dell’odierna u17) un percorso di formazione e selezione per guadagnarsi l’ingresso nell’anno successivo nei CDFP. Gli ASA (Attività Selezione Atleti) erano appunto delle giornate/weekend di allenamenti in cui venivano selezionati/formati i giocatori per i CDFP. Gli u17 poi entravano nei CDFP.

    Quest’anno il CRV ha ovviamente interrotto l’attività degli ASA per gli u16 e ha dovuto sostituire il lavoro svolto dal CDFP di Treviso per gli u17 che ne sono stati tagliati fuori (il CDFP è solo per u18, dal prossimo anno u19).
    Il lavoro proposto dal Comitato è in pratica la possibilità di allenamento settimanale per zone omogenee (Padova-Vicenza; Rovigo; Venezia-Treviso), che è diciamo mediamente di 2/3 allenamenti mensili congiunti per gli atleti che sono selezionati a novembre per l’attività di alto livello e 1/2 per quelli in pratica solo convocati per “fare numero”.
    é un mole di lavoro infinitamente più bassa rispetto a quella a cui erano sottoposti i ragazzi che abbiamo visto in azione in u20.
    Di fatto abbiamo ritardato l’approccio “professionale” di molti ragazzi di quasi 2 anni: la competizione degli ASA costringeva i ragazzi a darsi da fare per poter essere selezionati.
    Ed è questa la base del confronto con i sistemi di formazione delle altre union:
    quanti sono i luoghi (club, selezioni, accademie ecc) dove il giocatore è immerso in un approccio al rugby professionale e a che età avviene. Noi oggi di club che facciano questo tipo di lavoro li contiamo sulle dita delle mani e spesso non è detto che i tecnici siano all’altezza.
    In sintesi con la nuova riforma ritardiamo l’ingresso dei giocatori e riduciamo i luoghi dove questo è fatto (due CDFP in meno anche se a fronte di non meglio precisati Poli di formazione). Vedremo se nel tempo i club saranno in grado di offrire un livello di formazione simile a quanto era presente nei CDFP.
    Però è molto probabile che si creerà nel frattempo un gap formativo importante.

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