Dopo il breve interregno di Calum McRae sulla panchina della Benetton, conclusosi nel giugno di quest’anno, l’arrivo di Wayne Pivac alla guida dei Leoni segna l’inizio di un nuovo capitolo per la franchigia veneta. Treviso ha sempre avuto un cuore mezzo nero e mezzo verde oro, sia in campo che in panchina. A icone kiwi del calibro di John Kirwan e Craig Green, e più recentemente Jayden Hayward e Malakai Fekitoa, si affiancano sudafricani come Franco Smith, Corniel Van Zyl, Dewaldt Duvenage e Rhyno Smith. In panchina Kieran Crowley e Franco Smith rappresentano due delle identità più “storiche” della squadra, e al contempo molto contrapposte. L’eredità italiana di Marco Bortolami è senz’altro filosoficamente più vicina al Sud Africa, basata su fisicità, conquista territoriale e mischia. Con Wayne Pivac è probabile che invece si tornerà alla scuola di Aotearoa: abilità, capacità decisionale, gioco situazionale, evasione.

Lo abbiamo sentito grazie all’aiuto della Benetton Rugby Media House, per farci un’idea di cosa vuole portare in una realtà come Treviso un allenatore che ha vinto il Sei Nazioni solo 5 anni fa.

Sky Sports

Un lungo viaggio

Il percorso che ha portato Pivac a firmare un contratto fino al 30 giugno 2028, con opzione di prolungamento per altre due stagioni, parte da lontano: dalle prime esperienze alla fine degli anni ’90 con il Northland Rugby Union nel National Provincial Championship, in Nuova Zelanda, passando per gli anni ad Auckland dove viene premiato anche come allenatore dell’anno nel 2003. Poi l’avventura nelle Fiji, come head coach, dove ha vinto il Pacific Tri-nations e aiutato anche la squadra Sevens. In Europa, il picco della sua carriera è senz’altro la vittoria del Top12 (oggi United Rugby Championship) con gli Scarlets nel 2016/2017.

A livello internazionale, durante il suo mandato come head coach in Galles ha vinto il Sei Nazioni 2021 in pieno Covid-19.

«Mi considero molto fortunato, innanzitutto per aver avuto la possibilità di trasformare lo sport nella mia professione. È qualcosa che non do mai per scontato. Essere stato chiamato ad allenare sia nell’emisfero sud sia in quello nord è un privilegio di cui vado molto orgoglioso.»

Un bagaglio internazionale eclettico, che gli ha permesso di coniugare al tempo stesso il pragmatismo difensivo e una visione orientata al gioco d’attacco.

«Mi piace mettermi continuamente alla prova, uscendo dalla mia zona di comfort. Non vedo giocatori italiani, argentini, australiani, sudafricani o neozelandesi. Vedo semplicemente giocatori di rugby».

Sky Sports

La sfida più difficile?

Perché accettare di allenare una squadra che sta affrontando un periodo di ricostruzione della propria identità mentre perde, tra le altre cose, il miglior giocatore italiano del momento Tommaso Menoncello?

«La voglia di novità e l’ambizione di affrontare una nuova sfida partono sempre da alcune certezze, punti cardinali necessari per non perdersi nel processo. Uno degli aspetti che mi ha maggiormente attratto è la possibilità di lavorare con un gruppo di giocatori e di allenatori che ha ancora fame di crescere, migliorarsi e valorizzare al massimo il proprio talento. Credo di poter contribuire a rendere il gruppo ancora più unito e a dare continuità alle prestazioni.»

Nelle sue esperienze passate, la vera cifra stilistica delle sue squadre è sempre stato un’idea di rugby dinamico, fatto di qualità nei passaggi, velocità d’esecuzione e libertà d’espressione nelle letture. Pivac sa bene che la priorità resta ancorata all’abc del gioco di conquistare il pallone. A Treviso, il punto di partenza non può prescindere dall’efficacia delle fasi statiche, pilastro delle ultime gestioni tecniche dei Leoni:

«Per giocare con velocità, un alto livello tecnico e libertà di espressione, è fondamentale costruire tutto a partire da una solida conquista. Mischia ordinata e touche devono permetterti di occupare le giuste zone del campo da cui sviluppare il gioco offensivo.»

La rifondazione biancoverde però non passa soltanto da una nuova idea di gioco che si proietta in avanti, inteso sia come attacco che come futuro, ma deve necessariamente fare i conti con l’eredità di risultati dell’ultima annata in URC, chiusa con un bilancio di 6 vittorie, 2 pareggi e 10 sconfitte. Il vero salto di qualità richiesto alla franchigia non è una questione di sola tecnica, ma anche e soprattutto di tenuta mentale e costanza ad alto livello:

«La scorsa stagione abbiamo alternato ottime partite ad altre meno convincenti. Il mio obiettivo principale è rendere la squadra più costante nelle prestazioni di settimana in settimana. Voglio che la squadra riesca sempre a lavorare più duramente degli avversari: questo non dipende dal talento, ma dall’impegno quotidiano e da un atteggiamento mentale positivo.»

Da qui è nata la necessità di mettere insieme un gruppo di lavoro adatto a questa missione. Insieme alla nomina di Peter Wilkins, inglese ma cresciuto rugbysticamente in Australia e Irlanda, come allenatore dell’attacco con una solida esperienza nella fase difensiva, è arrivato anche Rhys Patchell. Con ventidue caps con la nazionale dei Dragoni, Patchell ha giocato nella stagione 2016/2017 l’allora Pro12 con gli Scarlets proprio sotto la guida di Pivac, dopo essersene andato deluso da Cardiff per l’arrivo Gareth Anscombe.

Il suo arrivo a Llanelli, supportato da un gruppo capace di remare nella stessa direzione e parlare la stessa lingua rugbystica, ha permesso agli Scarlets di fare quel passo decisivo per alzare il trofeo. «Vincere» – però – «non può essere una questione di singoli», sottolinea il coach:

«La vittoria del campionato con gli Scarlets è stata il risultato di un percorso durato tre anni. Non è successo da un giorno all’altro. È necessario che tutte le persone all’organizzazione lavorino insieme verso un obiettivo comune. Per riuscirci bisogna essere un’unica grande squadra, condividendo ogni giorno gli stessi valori.»

Rhys Patchell, BBC Sports

Un nuovo staff

Come dicevamo, di quella squadra Pivac porta con sé il regista sul campo, che lo ha seguito come assistente dopo il ritiro ai NEC Green Rockets in Giappone. In tutti questi contesti, oltre alle competenze tecniche e tattiche, una delle qualità più importanti che il collaboratore porterà è l’empatia nei confronti dei giocatori e la disponibilità a collaborare con Peter per far emergere il meglio sia dell’attacco sia della difesa: nessuno dei due mette il proprio ego davanti alla squadra, perché per entrambi viene prima il gruppo. Ed è esattamente il modo in cui Pivac intende lavorare.

L’empatia e la disponibilità verso i giocatori sono forse due degli elementi che danno maggior valore al progetto del tecnico. Viviamo ormai in un mondo dello sport contaminato, tra le altre cose, dall’ossessione per le statistiche e i numeri. Ma chi conosce lo sport, e soprattutto chi lo ha praticato, sa bene che c’è molto di più. Certo, «i numeri servono a capire dove migliorare o a confermare le sensazioni e ciò che si vede sul campo», ma Pivac ci tiene a precisare che:

«Non alleno e non faccio le mie scelte basandomi esclusivamente sui numeri. Al netto delle statistiche, resta fondamentale che i miei giocatori abbiano la libertà di esprimersi, sostenuti però da una buona capacità decisionale.»

Ovviamente un occhio fine non si sviluppa in pochi anni passati ad osservare solo grafici e dati (un approccio che funziona forse solo nei film hollywoodiani alla Moneyball). In trent’anni di carriera e vivendo in Paesi e culture diverse, il tecnico ha sviluppato una comprensione sempre più profonda delle persone e di ciò che le motiva. A questo si aggiungono i quindici anni trascorsi nella Polizia neozelandese, un’esperienza che gli ha insegnato a ragionare e a prendere decisioni anche nelle situazioni più complesse e meno definite.

Wayne Pivac in una delle sue prime esperienze in Nuova Zelanda, Sky Sports

Il Galles e il Sei Nazioni 2021

Entrare nello staff della Nazionale gallese dopo il successo del 2019 e la lunghissima legacy di Warren Gatland rappresentava inevitabilmente una sfida complessa. La rosa contava molti giocatori esperti vicini alla fine della carriera e poche alternative naturali pronte a raccoglierne l’eredità:

«La nostra sfida consisteva nel far crescere giovani rugbisti fino a renderli giocatori di livello internazionale, cercando allo stesso tempo di ottenere risultati credibili nel Sei Nazioni. Il 2021 è stato un anno positivo, così come il tour estivo in Sudafrica, dove ottenemmo una vittoria storica. Successivamente abbiamo scelto di dare spazio ai giovani nei test contro Italia e Georgia nel 2022. Nonostante il successo in Sudafrica, per qualcuno non era sufficiente. Oggi questo è un ambiente estremamente competitivo e sai che ogni incarico comporta determinati rischi. Personalmente non cambierei nulla, perché credo che stessimo costruendo un’ottima generazione di giovani giocatori.»

Un’immagine di Galles – Sud Africa del 2021, Planet Rugby

Verso il futuro

La valorizzazione dei giovani talenti è del resto un tratto distintivo della filosofia di Pivac, lo ha fatto nelle squadre che ha allenato, tanto quanto per il Galles. Si tratta di un’attitudine che troverà (si spera) terreno fertile anche in Biancoverde. Treviso può infatti contare su una nidiata di prospetti dal potenziale straordinario, pronti a compiere il definitivo salto di qualità sotto la guida del nuovo tecnico, come dimostrano i vari Giulio Marini (già affermato in azzurro), Marcos Gallorini, e alcuni giovani del giro dell’U20. Una prospettiva che il coach raccoglie con entusiasmo, guardando già al futuro del club:

«Nel corso della mia carriera ho sempre apprezzato l’opportunità di individuare giovani talenti e lavorare con loro. Sono molto orgoglioso di aver contribuito al percorso che ha portato tanti ragazzi a raggiungere i propri obiettivi. Vedere un giocatore neozelandese, figiano o gallese indossare per la prima volta la maglia della propria Nazionale è qualcosa di davvero speciale. Spero di poter aiutare anche i giovani del Benetton Rugby a realizzare le proprie ambizioni. Da quello che ho visto finora, abbiamo alcuni prospetti davvero interessanti. Se e quando ne avrò la possibilità, contribuirò anche all’individuazione di nuovi talenti, così da continuare ad ampliare e rafforzare il bacino di giocatori del Club per il futuro. Darò il mio contributo ovunque sarà possibile.»

Giulio Marini in allenamento, Benetton Rugby

E allora, mentre proviamo a immaginare come si fonderanno i giovani, le nuove idee di gioco e i volti inediti dello staff, forse vale la pena fermarsi un attimo e riportare il focus su chi tutto questo dovrà orchestrarlo: Wayne Pivac. Ambientarsi a Treviso non è solo una questione logistica, ma culturale, quasi identitaria.

«Io, mia moglie Mikaela e Dusty, il nostro Labrador color cioccolato di sei anni, ci siamo ambientati molto bene. In queste prime settimane abbiamo dedicato il nostro tempo a conoscere Treviso e i dintorni. Ci stiamo divertendo a scoprire la cucina locale e, naturalmente, il vino. Dusty ha già trovato il suo preferito: il gelato per cani.
Abbiamo sempre apprezzato l’eleganza e il gusto degli italiani nel vestire, quindi Mikaela si sta divertendo molto anche con lo shopping… insieme a me. Tutti ci hanno accolto con grande calore e questo ha reso il nostro inserimento molto più semplice.»

Se il processo di integrazione seguirà questo ritmo, allora la sensazione è che la Benetton non stia semplicemente aggiungendo nuovi tasselli, ma costruendo attorno al proprio allenatore le condizioni ideali per trasformare un progetto in qualcosa di concreto.


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Un pensiero riguardo “Tecnica e libertà di espressione: Wayne Pivac ci racconta i suoi principi

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