Cercando online per un regalo un po’ differente da fare a un amico, potreste imbattervi su un sito che permette di richiedere a sportivi famosi un video personalizzato. Scavando nella sezione rugby potreste imbattervi in un nome che circola negli ambienti rugbystici di Treviso da questo inverno. Si tratta di Josh Flook, il nuovo centro della Benetton per la stagione 2025/2026. Le richieste che si possono fare sul sito, però, seguono generalmente formule standardizzate e difficilmente si può andare oltre e fargli una domanda che – inevitabilmente – si stanno chiedendo i tifosi dei Leoni, orfani della Brexoncello e con grandi aspettative nei confronti del nuovo arrivato, nonostante la sua recente operazione chirurgica:chiedere, ad esempio, cosa porterà alla squadra il nuovo innesto Biancoverde.
Pur non potendo farla direttamente a lui, questa domanda gira nell’aria perché a porsela sono inevitabilmente i tifosi dei Leoni, orfani della Brexoncello e con grandi aspettative nei confronti del nuovo arrivato, nonostante la sua recente operazione chirurgica. Per rispondere a questa domanda, in questo articolo, quindi, cerchiamo di tracciare un profilo del nuovo centro della Benetton, che Flook arriva in Italia con un bagaglio di esperienza tutt’altro che trascurabile per i suoi ventiquattro anni, costruito tra la maglia oro della nazionale australiana e quella dei Queensland Reds.
Dall’esordio alla consacrazione
Originario di Randwick, nel New South Wales, Josh Flook ha messo i primi scarpini da rugby all’interno del sistema formativo proprio dei Queensland Reds.
Il pathway dei Reds si sviluppa similmente a quello delle squadre inglesi. Intorno ai 14-15 anni, attraverso tornei regionali come l’Emerging Reds Cup e la QLD Cup, gli osservatori dei Reds, individuano i giovani più interessanti delle squadre scolastiche e dei club locali. In questa fase non cerca il giocatore pronto, ma il talento grezzo: in questo modo, questi prospetti iniziano a mettere il primo piede nel sistema.
Salendo di livello, tra i 16 e i 18 anni, si entra nella fase della rappresentativa per fasce d’età, dove il percorso scolastico e federale si intreccia sempre di più. Un esempio perfetto di questa fase è proprio la traiettoria di Josh Flook: dopo aver vinto il campionato scolastico nel 2018 con il Nudgee College, si è messo subito in luce vestendo la maglia dei Queensland Schoolboys (la selezione di rugby composta dai migliori studenti-atleti delle scuole superiori dello stato del Queensland), fino a conquistare nel 2019 la fascia da capitano dell’Australian Schoolboys Under 18 (la nazionale giovanile australiana di rugby dedicata agli studenti delle scuole superiori, che si affianca all’Australia U18 che attinge dai migliori talenti dei club e delle accademie) e guidare la selezione alla vittoria nella tournée in Nuova Zelanda. È proprio in questa tappa che i ragazzi affrontano le competizioni più severe per conquistare le selezioni Reds U16 e U18 ed è proprio per questo che le prestazioni di Flook risaltano: è stato il migliore tra i migliori.
Per i giocatori che sono riusciti ad arrivare sino a questa tappa, si aprono le porte della formazione d’élite con l’Accademia che si divide in Tier 2 e Tier 1. Questo programma fa da ponte verso il mondo del professionismo: nella Tier 2 lo staff lavora sul singolo atleta raffinando la tecnica individuale e impostando una preparazione fisica seria e strutturata.
Nella Tier 1 a Ballymore (Brisbane) il confine tra vivaio e prima squadra quasi scompare: i ragazzi si allenano a ritmi da professionisti, lavorano a stretto contatto con la rosa dei Queensland Reds e hanno l’occasione concreta di fare il salto definitivo verso il Super Rugby e i Junior Wallabies (la nazionale australiana U20).
Non a caso proprio nel 2020 è arrivata la convocazione con i Junior Wallabies. Poco dopo, a causa delle urgenze della franchigia, Flook è stato aggregato alla rosa dei Queensland Reds come sostituto per un infortunio, avvicinandosi così al debutto nel Super Rugby, avvenuto a soli 18 anni nella seconda giornata di Super Rugby AU del 2020.
Un ingresso precoce in un ambiente di altissimo livello, temporaneamente interrotto da un infortunio alla spalla che, fortunatamente, non ha compromesso il suo percorso di crescita: nel 2021 Flook è tornato stabilmente nelle rotazioni dei Reds, conquistandosi un ruolo sempre più importante all’interno della squadra grazie alla sua affidabilità.
La crescita è stata confermata anche dal finale di stagione, quando ha disputato da titolare la finale di Super Rugby AU, poi vinta dai Reds contro i Brumbies per 19-16. A soli vent’anni, quindi, Flook si era già affermato come una presenza importante nel gruppo della prima squadra, iniziando a mettere in successione tutti i tasselli di quella continuità che lo hanno accompagnato negli anni successivi.
Nella stagione 2021/2022 la sua presenza è ulteriormente cresciuta salendo a tredici presenze nel Super Rugby Pacific, undici delle quali da titolare, e quattro mete segnate. Un dato significativo, se si considera che Flook ha trovato la via della marcatura in un terzo delle partite disputate.
Nella stagione 2023/2024 ha collezionato con i Queensland Reds diciannove presenze in Super Rugby Pacific, impreziosite da sette mete, attirando grazie alle sue buone prestazioni l’attenzione dello staff della nazionale australiana. Prima è arrivata la convocazione con l’Australia A per le partite contro Tonga (in cui ha segnato una meta) e Portogallo. Nella stessa stagione è arrivata anche la chiamata dei Wallabies: quattro presenze complessive, due da titolare, e l’esordio contro il Galles giocando tutti gli 80 minuti. Un ottimo risultato per un ragazzo australiano di ventitré anni, vista l’aspra concorrenza in terra australe.
La nuova avventura a Treviso
Anche se raccoglie idealmente l’eredità della maglia lasciata libera da Tommaso Menoncello – volato allo Stade Toulousain, con cui giocherà in Top14 – Flook presenta caratteristiche tecniche che lo avvicinano maggiormente a un altro azzurro emigrato in Francia: Nacho Brex. Ciò che li accomuna è infatti l’abilità difensiva. È proprio in questo fondamentale che il centro australiano ha costruito gran parte della propria reputazione: il suo bagaglio comprende non solo un placcaggio efficace, ma anche una spiccata comprensione delle situazioni difensive sostenuta da un buon tempismo nelle giocate. Tutte qualità che messe insieme gli permettono di occupare con precisione gli spazi in campo e posizionarsi nel modo migliore per assorbire e interrompere le azioni avversarie.
Un ottimo difensore… ma non solo!
Sarebbe però un errore pensare che questa predisposizione difensiva sia arrivata a discapito delle qualità offensive. Al contrario, la capacità di leggere il gioco rappresenta un’arma preziosa anche quando la sua squadra si trova in possesso del pallone. Il centro dei Reds non si limita infatti a fare legna, ma è un giocatore capace di attaccare la linea con buoni angoli di corsa, creare difficoltà alle difese organizzate grazie al suo ball handling e trovare spazi anche contro schieramenti già strutturati.
Quest’ultima caratteristica si è ben sviluppata anche grazie a quello che, secondo alcuni osservatori, potrebbe essere il suo principale limite: la struttura fisica. Con i suoi 88 kg dichiarati e distribuiti su 1,88 metri, Flook non appartiene alla categoria dei centri più dominanti dal punto di vista della potenza. Una caratteristica che nonostante le diverse voci contrarie, il ragazzo non ha mai vissuto come un ostacolo.
«[che sono fisicamente piccolo] Me lo sono sentito dire per tutta la vita ed è qualcosa che mi motiva e mi spinge a migliorare», ha raccontato più volte in passato. Una frase che racconta bene un aspetto fondamentale del suo carattere: Flook sembra essere un giocatore alla ricerca di sfide in grado di fargli mettere in mostra il suo valore.
I dubbi legati alla stazza, si possono riassumere nella domanda che ha perseguitato Flook fino alla sua scelta di vita di spostarsi in Italia: come può un centro con queste caratteristiche confrontarsi con i giganti che vestono le maglie numero 12 e 13 delle nazionali sudafricane, scozzesi e delle altre grandi realtà del rugby internazionale?
La risposta di Flook è arrivata attraverso la scelta di misurarsi con il livello dello URC, sfruttando l’accordo tra Benetton e Queensland Reds per trasferirsi a Treviso e affrontare, anche se con un anno di ritardo rispetto ai piani iniziali, una nuova sfida europea. Una scelta sofferta, per citare le sue parole, ma fondamentale per la sua crescita e affermazione.
Un accordo che conviene?
La Benetton rappresenta probabilmente il contesto ideale per questa fase della sua carriera. Per cominciare, Flook trova un ambiente sicuramente competitivo, ma con pressioni differenti rispetto a quelle che avrebbe vissuto – ad esempio – in una franchigia sudafricana o scozzese, dove la pressione per la vittoria è decisamente superiore sia da parte della squadra, sia da parte di stampa e tifosi. Volendo essere anche un po’ maliziosi, il fatto che Treviso non sia una delle favorite a partecipare ai playoff potrebbe aver contribuito alla scelta. Se le previsioni si rivelassero corrette, Flook si troverebbe nella condizione di non arrivare all’estate in piena post-season. Questo, per lui, significherebbe meno logorio e più possibilità di essere convocato per il Rugby Championship, perché più fresco rispetto ad altri potenziali candidati.
A tutto questo si aggiunge che la scelta del momento è perfetta per la possibilità di giocare titolare. Flook arriva infatti in un momento in cui i Leoni hanno bisogno di rinforzi nel reparto dei centri visto che, oltre a Leonardo Marin e Federico Zanandrea – quest’ultimo fermo ai box per infortunio – l’australiano non avrà altri concorrenti di livello per una maglia da titolare.
La realtà attuale ci dice che i Leoni stanno attraversando una fase di rinnovamento profondo, sia strutturale con l’ampliamento delle tribune, sia del roster come testimoniano le partenze di giocatori di grande peso come Brex, Menoncello, Albornoz, Fekitoa e Gallo. In questo scenario, le risorse economiche a disposizione non consentono investimenti importanti sul mercato e rendono necessario individuare profili che si trovano sul sottilissimo confine in grado di garantire un buon rendimento nel breve termine, ma anche margini di crescita.
Investire sul futuro costa meno che spendere per riparare il passato.

A guidare questo nuovo percorso sarà Pivac, che come abbiamo raccontato nella nostra intervista esclusiva, è chiamato a costruire una nuova identità di gioco e ad aprire un ciclo differente rispetto a quello precedente targato Bortolami-Crowley. Da questo punto di vista, Flook sembra inserirsi perfettamente nella filosofia annunciata dal nuovo tecnico: un rugby più dinamico, capace di valorizzare la tecnica, la capacità di leggere gli spazi e la volontà di attaccare.
Proprio per queste caratteristiche, l’australiano potrebbe rappresentare non soltanto una soluzione temporanea nel reparto dei centri, ma anche un giocatore simbolo del nuovo corso Biancoverde che sposta il suo epicentro tecnico da Buenos Aires a Canberra. Anche Werchon era arrivato inizialmente come un giocatore di passaggio, salvo poi innamorarsi di Treviso, dell’ambiente e della squadra al punto da scegliere di tornare in Veneto con un accordo definitivo.
Dopotutto, il rugby va ben oltre i numeri e le scadenze contrattuali: è una questione di uomini, di intesa e di contesti capaci di valorizzare il talento. Flook si affaccia all’URC con la necessità di dimostrare il proprio valore contro quelli che i suoi detrattori descrivono come spauracchi insuperabili. Treviso, dal canto suo, ha il compito di convertire una semplice occasione di mercato in una risorsa strategica. L’accordo fino a due anni ha tutta l’aria di un test a tempo, ma sul terreno di gioco basta molto meno per trasformare una scommessa in una storia d’amore sportiva
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