Chiacchierata a cuore aperto con Giacomo Nicotera – il ‘Mulo’ azzurro – tra sacrifici, fatiche venete e il sogno mondiale.
Giacomo Nicotera non è un giocatore come gli altri. Lo vedi in campo, con la maglia dello Stade Français o con l’azzurro dell’Italrugby, e capisci subito perché lo chiamano ‘Mulo’ – e non solo perché, a Trieste, da dove proviene, ‘mulo’ significa ragazzo. È un lottatore silenzioso, uno che non è passato per le accademie federali, ma che si è costruito la strada da solo, chilometro dopo chilometro, treno dopo treno. Da Trieste al Veneto, poi lo scudetto a Rovigo, la consacrazione a Treviso e infine il grande salto nella Ville Lumière, sul palcoscenico del Top 14. Parliamo di radici, di un papà allenatore e filosofo che scriveva ‘Carpe Diem’ sulla lavagna dello spogliatoio, di pendolarismo estremo, delle difficoltà a passare da terza linea a tallonatore, della dura realtà del professionismo, del superamento di infortuni gravi come i traumi cranici e del futuro, dentro e fuori dal campo.
Un ritratto autentico di un ragazzo rimasto umile, con le orecchie basse e la visiera, che sa che l’unico segreto per crescere è lavorare duro e continuare a spingere.

L’infanzia romantica e un papà allenatore un po’ filosofo
Giacomo, partiamo proprio da qua, dall’inizio di tutto. Quando hai cominciato a giocare a rugby e perché ti sei avvicinato a questo sport di nicchia?
Il rugby l’ho respirato da sempre in casa. Sia mio papà che mia mamma erano giocatori. Mio papà giocava in Serie C a Trieste, ma ha sempre vissuto il rugby in modo molto romantico e mi ha trasmesso questa passione. Lui giocava con gli Old, con i ‘Tandoi’, che inizialmente erano a Turriaco. Io lo seguivo sempre al campo. Ogni tanto, a 10 o 11 anni, mi buttavo dentro anch’io negli allenamenti, tanto era rugby ‘toccato’, non c’era contatto fisico. E alle partite mi mettevo a bordo campo, sulla linea di touche, e correvo avanti e indietro seguendo l’azione. A quell’epoca, in realtà, giocavo a calcio, ma non è andata bene: ho due piedi sinistri e visione di gioco pari a zero. In compenso, però, la gente la buttavo giù molto bene! I miei allenatori mi dicevano: ‘Ma no, Giacomo, tu punti direttamente sull’uomo, devi prendere la palla!’. Allora mi sono detto che forse quello che era un difetto nel calcio, poteva essere una risorsa nel rugby. E così a 11 anni ho iniziato a giocare con il Trieste 2004, che poi è diventato Venjulia. Mio papà è stato il mio allenatore per due anni: un anno in Under 14 e un anno in Under 16.
E com’è stato avere il papà come allenatore? Immagino non sia stata una passeggiata…
Non è stato semplicissimo, devo essere onesto! Penso che essere neutri in questi casi sia impossibile. Non ho ancora figli, ma da fuori mi verrebbe da dire che se alleni tuo figlio, o sei durissimo o sei morbidissimo. Ecco, lui è stato durissimo. Quando c’era qualcuno da riprendere in squadra, riprendeva me. Dopo mi spiegava: ‘Guarda che riprendo te perché voglio che migliori, che ci pensi, e anche per educare gli altri, per dare l’esempio’. È stato un periodo tosto, ma i ragazzi della mia annata lo hanno amato tantissimo. Lui vive il rugby in modo molto romantico, quasi filosofico.
In che senso filosofico? C’era qualche rito particolare?
Sì, ad esempio c’era la lavagna nello spogliatoio e lui ogni settimana ci scriveva sopra una parola, una frase, un pensiero, e noi dovevamo ragionarci. Il martedì arrivava e ci faceva: ‘Ok, avete visto cosa ho scritto sulla lavagna? Cosa ne pensate?’. Ricordo che una volta era ‘Carpe Diem’, come nel film L’attimo fuggente. Niente di trascendentale, però a noi ragazzi ci faceva pensare. Il gruppo che si era creato, con i genitori e le famiglie, era davvero incredibile. Tutto questo insieme di cose mi ha legato sempre di più al rugby. Gli anni al Venjulia sono stati bellissimi, infatti partire e andare a Mogliano non è stato affatto facile.

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Il grande salto: Mogliano e San Donà
Quanti anni avevi quando hai fatto il passaggio da Trieste a San Donà?
Avevo 17 anni quando ho iniziato ad andare a Mogliano in treno, avanti e indietro. Facevo il pendolare.
Pendolare da Trieste a Mogliano? Dev’essere stata dura.
All’inizio andavo in macchina con mio papà: un’ora e mezza all’andata e un’ora e mezza al ritorno. Poi, per motivi economici e logistici, ho cominciato ad andare in treno. È stato un periodo pazzesco. Un mio compagno di squadra e la sua famiglia, mi davano appoggio a Mogliano. La mia routine era: due ore di treno dopo la scuola, allenamento a Mogliano, a cena a casa di questo mio amico, poi alle 9 di sera riprendevo il treno e rientravo a Trieste alle 11:30 di notte. In treno mangiavo la seconda cena che mi preparavano i miei genitori! E la mattina dopo, di nuovo a scuola. Era molto dura, ma è stato bello. Tra l’altro, adesso c’è una ragazza di Trieste, Margherita Blaskovic, che da tre o quattro anni sta facendo la stessa identica cosa: va a giocare al Villorba pur vivendo a Trieste. Se già può essere complicato per un maschio, con tutte le strutture di supporto che ci sono nel maschile, figurati per il rugby femminile. Lei fa avanti e indietro ed è stata anche capitana dell’Under 18. È un sacrificio enorme. Ma se ci credi davvero, allora trovi la motivazione per farlo.
Ma a 17 anni, come sei finito a Mogliano? C’è stato qualcuno che ti ha notato nei campionati giovanili?
Era il mio primo anno di Under 18, facevo la quarta superiore. All’epoca l’Under 18 durava tre anni. I nostri allenatori a Trieste erano mio papà e un suo amico. Federico Dalla Nora è venuto a Trieste e ha chiesto come fosse la situazione, se ci fosse qualcuno con la possibilità e la voglia di puntare a qualcosa di più, di emergere. Loro hanno fatto il mio nome. Così, l’estate successiva, sono andato in Veneto a fare dei provini. C’erano tre opzioni: Mogliano, Padova e San Donà. Per fortuna è andata bene con Mogliano. Lì c’era Darrel Eigner, un allenatore sudafricano che è diventato un grande amico di famiglia. Anche lui era un grandissimo appassionato, ma con quell’inclinazione tipicamente sudafricana: gli piaceva il rugby fisico, il rugby ‘maschio’. Ha detto: ‘Beh, il ragazzo si impegna, il periodo di prova è andato bene, però non ha ancora del tutto i numeri fisici’. Non sapevano se dirmi di trasferirmi stabilmente da Trieste o meno.

E come l’hanno risolta?
Ho avuto la mia occasione durante un allenamento di prova con la prima squadra. Darrel ha detto ai seniores: ‘Ragazzi, andate lì e dategli contro duro, dobbiamo vedere di che pasta è fatto questo ragazzo’. E ovviamente… bum, bam, botte da orbi! Un po’ mi hanno ribaltato loro, un po’ li ho ribaltati io. Alla fine dell’allenamento hanno detto: ‘Questo ragazzo ha fegato, diamogli un’occasione’. Da lì è andata sempre meglio, l’allenatore mi ha dato fiducia, ho giocato sempre di più. Addirittura, durante il mio primo anno di Under 18, in prima squadra a Mogliano era un anno complicato perché venivano dallo scudetto vinto nel 2013. Per stimolare la prima squadra, mi hanno inserito negli allenamenti durante una settimana di Challenge Cup.
A 18 anni in Challenge Cup? C’era la possibilità di esordire in Europa?
Sì, c’era questa mezza possibilità di giocare contro il Bath! A 18 anni, contro il Bath che schierava ai centri uno come Jonathan Joseph. Sono venuti a giocare al Quaggia e hanno vinto di tipo 60 punti (8-55, n.d.r.). Alla fine non sono stato selezionato tra i 23, però possiamo dire che ci fosse già aria da prima squadra. L’anno successivo, nel mio ultimo anno di Under 18, abbiamo vinto lo scudetto di categoria nel 2015, e poi sono entrato stabilmente in prima squadra.
Poi c’è stato il passaggio a San Donà.
A San Donà c’era Zane Ansell, un allenatore sudafricano che era amico di Darrel. Ho un feeling particolare con i sudafricani, quindi mi ha chiamato a fine stagione. Mogliano era diventato il mio club del cuore, ci avevo fatto le giovanili e tre anni in prima squadra, ma il mio obiettivo era salire di livello in prospettiva Treviso. La realtà del rugby italiano è che i grandi club guardano solo certe squadre, e a Mogliano all’epoca c’erano pochi giocatori nel giro dei ‘permit player’, e io non ero tra quelli. In realtà, una settimana ero andato a fare il permit a Treviso durante il Sei Nazioni perché c’era un’emergenza infortuni. Kieran Crowley, che era l’allenatore, mi mise come 24º uomo contro gli Scarlets, con la possibilità di entrare o in terza linea o come tallonatore. Pensavo che quella chiamata sarebbe stata l’inizio di qualcosa di continuativo, ma dopo quella settimana non ho più saputo nulla. Lì ho capito che dovevo giocare con continuità in un ambiente che mi desse fiducia per poter emergere ed essere notato. A San Donà c’era l’allenatore che mi voleva, c’era Serena Chiavaroli come preparatrice che lavorava a stretto contatto con Treviso, e c’erano altri permit, oltre a una squadra che performava molto bene. Quell’anno, nonostante una penalizzazione che ci ha tolto punti, siamo quasi entrati nei play-off. Era il passaggio migliore da fare per la mia crescita. Se avessi potuto scegliere, avrei preferito rimanere a Mogliano, ma se vuoi scalare le gerarchie devi fare queste scelte. E infatti, dopo San Donà, è arrivata la chiamata di Umberto Casellato da Rovigo.

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Rovigo, il salto al professionismo e l’arrivo a Treviso
Rovigo, una grande piazza storica del rugby italiano. Com’è stato l’impatto?
Lì si saliva ancora di livello. A Rovigo c’era Umberto Casellato, un personaggio decisamente divisivo: o lo ami o lo odi. Io l’ho amato. Penso che avesse delle idee molto moderne per il rugby italiano. Ad esempio, con Rovigo si lavorava molto sul concetto di ‘doppia carriera’. I ragazzi che studiavano all’università ricevevano un bonus economico per pagare le tasse e un incentivo per ogni esame superato. Era una cosa bellissima. Poi, come spesso accade in Italia, lo strumento è stato abusato. Eravamo in 7 o 8 a usufruirne e c’era chi ne abusava solo per prendere i soldi. È un peccato, perché per un club è una spesa importante e se non c’è la buona fede da parte dei ragazzi diventa difficile da sostenere. Io però, una volta arrivato a Rovigo, ho iniziato un percorso di studi con un’università telematica. Era un livello tosto, tostissimo, ma avevo trovato la mia dimensione. A quel punto, ti dico la verità, Treviso me l’ero quasi dimenticata. Mi dicevo: ‘Vabbè, io a quel livello non ci arriverò mai, amen. Li guarderò da casa sul divano’. E invece…
E invece cos’è successo?
Abbiamo fatto un’amichevole contro il Reggio Emilia (Valorugby, ndr). In tribuna c’era Antonio Pavanello (il direttore sportivo del Benetton) che mi ha visto e ha detto: ‘Ah, ma aspetta, quello lì io lo conosco!’. Da lì mi hanno chiamato a Treviso come permit player. Era il 2020, siamo saliti io, Davide Ruggeri e Matteo Canali, facevamo i pendolari insieme su e giù da Rovigo.
Parlami della tua esperienza a Treviso. Come si è sviluppata?
A Treviso ho avuto la fortuna di trovare Marco Bortolami come allenatore. A lui sono sempre piaciuti i guerrieri silenziosi, i grandi lavoratori, e io ero esattamente così. Sono arrivato come quinto tallonatore nelle gerarchie. Ho avuto un pizzico di fortuna: durante il pre-stagione si sono infortunati tutti i tallonatori tranne me e Gianmarco Lucchesi. Abbiamo giocato tutte le amichevoli e abbiamo fatto bene. Certo, la fortuna mi ha aiutato, ma quando ti mettono in campo devi farti trovare pronto, e noi abbiamo fatto del nostro meglio per non deludere le aspettative. Era l’anno in cui la Benetton avrebbe vinto la Rainbow Cup, e i tifosi e gli opinionisti da fuori dicevano: ‘Mamma mia, quest’anno in prima linea sarà un disastro, ci sono molti infortuni e abbiamo questi due sconosciuti come tallonatori, speriamo comprino qualcuno a metà campionato per coprire il buco!’.
Ci avete fatto sgranare gli occhi. Credo sia stata una delle coppie di tallonatori più solide degli ultimi vent’anni di rugby italiano. Avete messo a tacere lo scetticismo di chiunque. C’è da dire che a Treviso c’è una cultura enorme sulla prima linea e sulla mischia, riescono sempre a valorizzare i giovani. Pensiamo anche a Mirko Spagnolo, arrivato giovanissimo: tutti a dire che era troppo giovane per una prima linea in URC, e invece ha dimostrato un livello pazzesco.
Il merito di questo va anche al rugby di base italiano, i ragazzi arrivano a Treviso già con una buona preparazione tecnica, soprattutto quando si parla di mischia e di prima linea.

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L’accademia e la Nazionale U20 mancate
Il tuo percorso in questo senso sembra quasi d’altri tempi, come un giocatore degli anni novanta che arriva al professionismo senza essere passato dalle selezioni giovanili standard o dalle accademie federali. Perché è andata così nella tua storia?
Sì, il mio percorso è atipico per il rugby moderno. Quando avevo 17 anni e giocavo nelle giovanili del Mogliano ero ovviamente molto vicino all’accademia nazionale che c’era lì. Quello era uno dei centri di formazione più prestigiosi d’Italia, da lì sono usciti Giovanni Pettinelli, Mattia Bellini, Tommaso Boni, Edoardo Padovani… l’allenatore era Massimo Brunello. Io giocavo ancora come in terza linea, loro mi hanno chiamato per due partite come giocatore esterno, poi non sono stato più ricontattato. L’anno successivo, quando sono passato in prima squadra a Mogliano, il livello della squadra era molto alto, sono stato l’unico della juniores a fare il salto di categoria il primo anno. All’epoca in prima squadra c’erano giocatori come Trent Renata, Thor Halvorsen, Enrico Ceccato, Marco Filippucci… Io ero l’ottava scelta in terza linea, l’ultimo nelle gerarchie. Durante il pre-season si infortunano tutti e rimaniamo in tre. Inizio a giocare le amichevoli, la terza contro Viadana. Faccio una partita mostruosa: 80 minuti, 20 placcaggi, 8 carries, una bella partita per un ragazzo appena arrivato. Da lì arriva la convocazione per i raduni della Nazionale Under 20. In tutto faccio tre di questi raduni, e alla fine dell’ultimo uno dei tecnici federali mi prende da parte e mi dice: ‘Giacomo, come terza linea non sei pronto per questo livello, sbagli troppi placcaggi.’ E finisce lì.
Una bella mazzata. Come hai reagito?
Ho preso e ho portato a casa. Mi sono detto che dovevo continuare a lavorare con Mogliano e che prima o poi l’occasione sarebbe tornata. Ma alla prima di campionato sono rientrate tutte le terze linee titolari e io sono finito in tribuna. Questa è una grande mancanza del sistema italiano: non c’è uno step intermedio tra l’Under 18 e la prima squadra, come hanno in Francia con gli ‘Espoirs’ (l’Under 23). In Italia, con i nostri numeri, un campionato del genere non sarebbe sostenibile, ma lo scalino da superare per un diciottenne è enorme. Quell’anno feci solo 65 minuti in tutta la stagione. Tra l’altro, il mio esordio assoluto con Mogliano in Continental Shield contro l’Heidelberg è durato solo 5 minuti: sono entrato al 70º e al 75º ho preso un cartellino rosso diretto perché ho fatto un placcaggio pericoloso alla loro terza linea. Però almeno ho fatto vedere a quel tecnico federale che sapevo placcare!
Dopo quella stagione mi dissero chiaramente: ‘In terza linea non hai futuro visto il tuo fisico, ma se passi a fare il tallonatore hai delle chance’. Ho accettato la sfida, ho cambiato ruolo ed è andata bene. È mancata forse una spinta o un pizzico di fiducia in più da giovane, per la nazionale e l’accademia, ma alla fine il lavoro duro e la disciplina hanno pagato. Nella vita e nello sport non tutto si può controllare.

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Il trasferimento a Parigi: da una concussion in Nuova Zelanda alla Ville Lumière
Arriviamo alla tua storia recente: il passaggio da Treviso allo Stade Français a Parigi. Un altro passo enorme. Come si è concretizzato?
Tutto è nato dalla partita che ho giocato al Sei Nazioni contro la Francia nel 2023, prima del Mondiale. Giocai 72 minuti e feci un’ottima prestazione. Lì mi notarono i tecnici dello Stade Français, che all’epoca erano anche nello staff della nazionale francese. Un altro fattore importante è stato Paul Gustard, che era stato il mio allenatore della difesa a Treviso e che nel frattempo si era trasferito a Parigi. Mi conoscevano e sapevano cosa potevo dare. Io però ero sotto contratto con la Benetton. Loro avevano urgenza di trovare un tallonatore perché il loro titolare, Laurent Ivaldi, voleva tornare a Tolone. C’è stato un primo contatto prima del Mondiale 2023, poi sono riusciti a convincere Ivaldi a fare un altro anno e la cosa è slittata. Nel frattempo, io ho finito il Mondiale con una gravissima concussion – un trauma cranico cerebrale – rimediata nella partita contro la Nuova Zelanda. Dopo quell’infortunio ho pensato che fosse meglio rimanere a Treviso, in un ambiente che conoscevo, per recuperare con calma. Ma le cose sono andate diversamente.
In che senso? C’è stata una gestione difficile dell’infortunio?
Sì, ed è un tema che mi sta molto a cuore. Sono anche socio fondatore di un’associazione che si chiama ‘Blackout’, nata proprio per fare divulgazione scientifica sui traumi cranici cerebrali nel mondo dello sport. In Italia su questo tema c’è un oscurantismo totale, si fa finta che il problema non esista, quando invece in America, con il football NFL, ha fatto la storia per le tragedie che sono avvenute. Non ci sono figure specializzate che sappiano gestire e fare recuperare gli atleti da questo tipo di infortuni. Dopo il Mondiale, la mia condizione fisica è stata gestita malissimo a Treviso. Ho passato tre mesi d’inferno: fisicamente ero a pezzi, non riuscivo a fare nemmeno 80 o 100 kg di panca piana, io che durante il Mondiale ero nel picco della mia forma fisica. C’è stato un declino fisico e neurologico spaventoso. E da parte del club non ho avvertito il sostegno e la gestione specifica di cui avevo bisogno. Nel frattempo, lo Stade Français ha continuato a farsi vivo, a fare proposte concrete. A dicembre siamo andati dalla dirigenza del Benetton a spiegare la situazione. Non l’hanno presa benissimo, ma alla fine ho capito che il mio ciclo a Treviso era chiuso e che dovevo partire. Non è stata una scelta facile: molti giocatori restano a Treviso perché sono cresciuti qui, vogliono giocare e vincere con un club italiano, ed era un desiderio che avevo anch’io. Ma bisogna essere realisti: siamo professionisti, e come tali dobbiamo comportarci. Ne va del nostro lavoro e della nostra vita. È un rapporto di dare e avere: io entro in campo, offro una prestazione di alto livello, è il mio lavoro. E a Parigi ho trovato una concezione del professionismo completamente diversa.
In Francia la percezione del giocatore è diversa?
Assolutamente. Lì sei un investimento per il club, e di conseguenza il tuo benessere fisico e mentale viene curato nei minimi dettagli perché l’unico obiettivo è la prestazione sul campo e la tua prestazione. Io ad esempio soffro da anni di una tendinopatia cronica al tendine d’Achille. A Parigi mi hanno letteralmente svoltato la carriera su questo aspetto. Sono arrivato che non avevo più spinta orizzontale, i miei appoggi erano un disastro a causa del dolore. Un fisioterapista dello Stade mi ha preso, mi ha analizzato e mi ha creato una routine di attivazione e recupero personalizzata che seguo ogni giorno. Adesso il tendine va benissimo, la tendinopatia resta ma ho recuperato tutta la capacità di spinta. Questo significa investire sull’atleta. Il professionismo ti permette di fare questo di mestiere a tempo pieno. A Mogliano e San Donà dovevo comunque lavorare oltre a giocare a rugby. Il mio primo anno in prima squadra a Mogliano prendevo pochissimo al mese come rimborso spese e condividevo un appartamento con altri quattro giocatori, e mi andava bene così perché era la mia passione. Ma quando cresci capisci che il tuo corpo è il tuo strumento di lavoro ed è giusto che venga trattato con il massimo della professionalità.

Parigi, il Top 14 e la preparazione alla Coppa del Mondo 2027
E com’è stato l’adattamento alla vita parigina e a un campionato duro come il Top 14?
Il passaggio da Treviso allo Stade Français è stato senza dubbio il più difficile della mia carriera. Arrivavo da un anno pessimo, con un forte declino fisico post-Mondiale, e la mia forma non era adeguata all’intensità del Top 14. Mi ha salvato una cosa: allo Stade piacciono i guerrieri, i gladiatori. Non è più quel club ‘chic’ di un tempo, oggi i tifosi e l’ambiente vogliono vedere gente che va in campo, si spacca la testa, lotta su ogni pallone e dà l’anima. Se vedono quell’attitudine ti apprezzano, anche se commetti qualche errore. All’inizio c’è voluto tempo, l’opinione pubblica e i tifosi si chiedevano come mai avessero puntato su questo italiano, anche perché la squadra rischiava la retrocessione in Pro D2. È stato un anno spartiacque per me: o andavo giù o andavo su. In questo è stata molto importante la parte psicologica, mi ha aiutato riscoprire me stesso come atleta. Prima non avevo modelli sportivi, non mi interessava guardare gli altri sport, pensavo a fare il mio lavoro a testa bassa, senza pensarci su. Ma durante le vacanze un allenatore ci ha consigliato dei libri per ispirarci, e ho letto le biografie di Siya Kolisi e di Kobe Bryant. Mi hanno aperto la mente. Ho capito che dovevo affrontarla da ‘Mulo’: orecchie basse, visiera e lavorare duro. Il livello fisico in Francia è impressionante. La mia prima partita in assoluto contro il Bordeaux ha avuto 42 minuti di tempo effettivo di gioco, un’intensità da partita internazionale! Poi la settimana dopo giochi contro il Montpellier e sono 30 minuti di maul, mischie e scontri fisici durissimi. Trovi sfide diverse ogni settimana contro i migliori giocatori del mondo, ed è estremamente stimolante.
Parliamo del futuro prossimo. L’anno prossimo c’è la Coppa del Mondo 2027. Sarà un torneo particolare, con un nuovo formato a più squadre. Ma soprattutto, per l’Italia è una prima volta storica: ci arrivate non più come la ‘giovane promessa’ che spera di fare il colpaccio, ma come una squadra di primo livello rispettata da tutti, che nel Sei Nazioni ha dimostrato di poter battere chiunque. Come vivi questa vigilia e la pressione che ne consegue?
Ti dico solo che avendo in squadra allo Stade Français due piloni georgiani, la sfida è già iniziata in spogliatoio! Mi stanno già punzecchiando per la partita che dovremo giocare al girone, e che per loro è la partita più importante degli ultimi quattro anni. Uno di loro, Giorgi Melikidze, ha fatto il Nation Championship quest’anno proprio per prepararsi al Mondiale. Ci penso tanto, ma come atleti dobbiamo vivere un giorno alla volta, una tappa alla volta. Abbiamo appena concluso una tournée estiva durissima. Ora il focus deve essere su novembre: avremo quattro partite di altissimo livello. Saranno fondamentali per ritrovare coesione, fiducia e fluidità nel nostro gioco, a prescindere dal risultato puro. Dobbiamo fare prestazioni di qualità. Anche perché al prossimo Sei Nazioni ci aspetteranno tutti al varco, non saremo più una sorpresa e sarà un torneo difficilissimo in vista del Mondiale.
E sul girone mondiale con il Sudafrica, la Georgia e la Romania?
Penso che sia un’ottima cosa iniziare contro il Sudafrica. Negli ultimi anni ci abbiamo giocato spesso e non abbiamo più quel timore reverenziale che magari si prova contro gli All Blacks. Il loro è un rugby estremamente fisico, e quando si tratta di fare la guerra davanti noi abbiamo dei veri e propri ‘fabbri’ in squadra, gente che non si tira indietro. Soffriamo ancora un po’ le squadre che muovono molto il pallone ad alta velocità e mantengono il tempo di gioco elevato; solitamente nel secondo tempo abbiamo un calo perché non riusciamo a stare dietro a quel ritmo. Ma iniziare col Sudafrica va benissimo: diamo tutto, vediamo a che punto siamo, e poi ci concentriamo su Romania e Georgia. Con la nuova struttura del torneo abbiamo un’opportunità reale e concreta di passare il turno per la prima volta nella nostra storia. Le carte in regola ci sono tutte.
Concordo. Credo che l’Italia abbia ormai dimostrato di poter stare stabilmente al tavolo delle grandi. Forse l’ultimo step mentale da fare è imparare a vincere le partite in cui si parte da favoriti senza soffrire troppo, come spesso è accaduto in passato contro squadre sulla carta più abbordabili.
Sì, è vero. Storicamente facciamo fatica a gestire lo status di favoriti e spesso ci complichiamo la vita arrivando all’ultimo minuto con l’acqua alla gola. Dobbiamo fare quel salto di qualità mentale: scendere in campo da favoriti e vincere con autorità. È un percorso di crescita collettivo.

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Il post-carriera: tra manager e ristorazione
Giacomo, un’ultima domanda proiettata molto in avanti. Hai già pensato a cosa ti piacerebbe fare dopo il rugby giocato? Ti vedi ancora in questo mondo, magari come allenatore, o preferisci ritirarti in una casetta in campagna a coltivare l’orto e dimenticarti della palla ovale?
Sulla possibilità di rimanere nel mondo del rugby sono in dubbio, diviso a metá. Escludo il ruolo di allenatore: è un lavoro incredibilmente tosto. Un allenatore deve pensare al rugby, respirare rugby e studiare rugby 24 ore al giorno. Lo staff tecnico lavora costantemente, ed è una sfida enorme anche a livello di gestione delle persone e delle diverse teste in spogliatoio. Io amo il rugby, è la mia passione, ma non so se sarei pronto a fare un sacrificio del genere anche dopo aver smesso di giocare. Mi affascina molto di più l’aspetto manageriale: far quadrare i conti di un club, trovare gli sponsor, gestire le dinamiche societarie. In Francia esiste un bellissimo corso di studi di due anni che prepara proprio a questa figura di manager sportivo per i club di rugby, ed è un percorso che mi piacerebbe moltissimo intraprendere sfruttando l’opportunità della doppia carriera che abbiamo qui in Francia. Poi, al di fuori dello sport, ho sempre avuto il sogno di entrare nel mondo della ristorazione. Ho un paio di idee nel cassetto a riguardo… ma si vedrà con calma. Come ti dicevo, vivo quasi giorno per giorno. Al momento sono ancora molto monodimensionale e concentrato al 100% sul rugby giocato, ma in Francia il sistema ti spinge e ti supporta molto nello studiare e prepararti per il futuro, quindi cercherò di sfruttare questa opportunità al massimo.
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