La duttilità nell’ambito della palla ovale è sempre stata una qualità importante da ricercare nei giocatori che compongono i roster delle squadre, d’elite e non. Giocatori con la possibilità di sostituire in modo più che dignitoso un compagno di reparto o di campo, hanno sempre avuto un occhio di riguardo da parte di coach e addetti ai lavori, sia per la spendibilità tattica che per la possibilità di far rifiatare gli “specialisti”, in modo da preservare forze per i momenti culminanti della stagione.
Già nel passato si sono potuti vedere diversi giocatori che hanno fatto dell’intercambiabilità uno dei loro punti di forza: si pensi all’hall of famer John Thornett (AUS), che negli anni ’60 fu capace di giocare in prima, seconda e terza linea; o a John Smit (RSA), dominatore della prima linea sudafricana negli anni 2000; o quell’Eric Rush (NZL) che per Auckland giocò un’ottima carriera da flanker per poi passare all’ala una volta selezionato negli All Blacks negli anni ‘90.
Nonostante le diverse epoche, questi primi prototipi di giocatori ibridi sembrano più dettati da situazioni contingenti che da una precisa idea di giocatore capace di ruotare su più ruoli.

La polivalenza classica

Nella sua definizione classica, l’unione di versatilità e competenza in un giocatore di rugby identifica un atleta in possesso delle abilità fondamentali e della comprensione tattica necessarie per giocare con competenza in più ruoli all’interno di una squadra. Storicamente, anziché essere considerati “ibridi” progettati per sistemi tattici iper-specializzati, questi giocatori erano visti come “tuttofare”, capaci di garantire una fondamentale profondità alla rosa e la copertura in caso di infortuni.

Un classico trequarti polivalente (cosiddetto utility back), ad esempio, copriva tipicamente i ruoli di secondo centro, ala e estremo, assicurando che la squadra potesse mantenere intatta la struttura della propria linea arretrata qualora uno specialista si infortunasse. Questo è perfettamente esemplificato da campioni come Adam Ashley-Cooper (AUS) e Ben Smith (NZL). Conosciuto come “Mr. Versatile”, Ashley-Cooper ha collezionato oltre cento presenze in nazionale fungendo da vera e propria polizza assicurativa per la linea dei trequarti: garantiva una comunicazione difensiva d’élite a numero 13, un tempismo letale in fase di finalizzazione all’ala e massima sicurezza nel gioco aereo da estremo. Allo stesso modo, la straordinaria lettura degli spazi di Ben Smith gli permetteva di ruotare su tutto il triangolo allargato degli All Blacks senza che l’efficacia offensiva della squadra ne risentisse minimamente.

Questa tipologia di giocatore si prestava bene anche nei ruoli cruciali della cabina di regia. Giocatori come Matt Giteau (AUS), capace di passare fluidamente da mediano d’apertura a primo centro, o James Hook (WAL) ed Elliot Daly (ENG), in grado di coprire quasi ogni ruolo dal 10 al 15, hanno incarnato questa figura tradizionale offrendo prestazioni affidabili e di altissimo livello lungo tutta la linea dei trequarti, senza alcuna perdita di efficienza tattica. Giteau ha radicalmente cambiato il modo in cui le squadre consideravano il centro del campo; la sua capacità di agire come regista primario da numero 10 o di scivolare a 12 per offrire una seconda fonte di gioco e cariche palla in mano ha permesso all’Australia di fare da pioniera nel sistema del “doppio regista”.

Matt Giteau con i Wallabies (Planetrugby)

Il ponte tra prima e terza linea: tallonatori e flanker

Un’espressione cruciale dell’utility player moderno si colloca sul confine tra la prima e la terza linea, nello specifico sull’asse tallonatore – openside flanker. Questa transizione richiede una combinazione formidabile di competenze tecniche, come il lancio in touche e la tenuta in mischia ordinata, e l’esplosività atletica necessaria per dominare i punti d’incontro. Il sudafricano Deon Fourie incarna perfettamente questo doppio ruolo, avendo alternato maglie da terza linea a quelle da numero 2 per tutta la carriera, fino a subentrare stabilmente a tallonatore nella leggendaria finale della Coppa del Mondo 2023. Sulla stessa scia, il connazionale Marco van Staden è stato impiegato dagli Stormers e dagli Springboks sia come flanker cacciatore di palloni sia come tallonatore aggiunto in contesti di emergenza o per strategie di panchina flessibili. In Europa, l’inglese Harry Thacker ha destato ammirazione per la sua capacità di giocare indistintamente in entrambi i ruoli grazie a un baricentro basso e a doti da portatore di palla fuori dal comune. 

La sala macchine: gli avanti e la prima linea

Tra gli avanti, l’equivalente del classico jolly era spesso un giocatore capace di spingere su entrambi i lati della mischia ordinata, assicurando alla squadra un’opzione valida come pilone a prescindere dai problemi di logorio nel corso del match. Nel mondo iper-specializzato della prima linea professionistica, cambiare lato è notoriamente difficile a causa delle pressioni sul collo e delle meccaniche d’ingaggio completamente speculari. Eppure, giocatori come John Afoa e più recentemente Andrew Porter hanno dominato questa brutale arte. Porter, in particolare, è passato con successo dal ruolo di pilone destro a quello di pilone sinistro per l’Irlanda, mantenendo una presenza devastante in mischia su entrambi i lati. Guardando in Italia, recentemente Simone Ferrari e Mohamed Hasa hanno svolto egregiamente il passaggio da un lato all’altro della prima linea quando chiamati in causa.

Porter nel tour dei lions in Australia nel 2025 (Irish times)

I coltellini svizzeri del pack

Questa versatilità riguarda anche gli avanti, sia all’interno della terza linea sia nel passaggio tra seconda e terza. Alcuni giocatori possono essere impiegati come flanker o numero 8 a seconda delle esigenze tattiche della squadra; altri, grazie a caratteristiche fisiche e tecniche compatibili con entrambi i reparti, alternano i ruoli di seconda e terza linea. Ardie Savea e David Pocock incarnano perfettamente questo pacchetto completo di competenze, fondendo la potenza nel portare avanti il pallone, tipica di un Numero 8 grazie a un baricentro molto basso; la ferocia nel recuperare palloni a terra di un flanker open-side e la grinta difensiva richiesta sul lato chiuso per stroncare gli attacchi avversari. Un ulteriore esempio riguarda l’ennesimo Springboks, ovvero il player of the year Pieter steph du Toit, capace in molte occasioni di passare da seconda linea a terza sfruttando il suo straordinario motore, work rate e timing in modo ottimale in entrambe le posizioni. Entrando fluidamente in qualsiasi ruolo la lista gara richieda, questi giocatori dimostrano che il classico utility player non rappresenta un compromesso, ma una pietra miliare vitale della strategia nel rugby.

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Ardie Savea segna contro l’Irlanda ad Eden Park (Skysport)

I nuovi giocatori ibridi

Le linee di ruolo più rigide del rugby si stanno sfumando più rapidamente che in qualsiasi altro momento dell’era professionistica, e il cambiamento si nota per primo nell’aritmetica delle distinte. La scelta precoce del Sudafrica di panchine sbilanciate verso gli avanti (6-2 e 7-1) sotto Rassie Erasmus, ormai prassi diffusa in tutto il Sei Nazioni, funziona solo se l’avanti in più in panchina è in grado di operare davvero nella linea dei trequarti quando uno specialista esce dal campo, esattamente ciò che ha trasformato la terza linea del La Rochelle, Oscar Jégou, in un centro di ripiego contro l’Irlanda, e ha spinto Ben Earl a giocare trenta minuti da centro nella netta vittoria dell’Inghilterra sul Galles.

La bomb squad all’ingresso in campo (The South African)

Anche la Francia ha imboccato la stessa strada in avanti. Alexandre Roumat, terza linea di formazione, è partito titolare in seconda linea con i Bleus nella prima giornata del Sei Nazioni di quest’anno, proseguendo una tendenza già collaudata da Cameron Woki, spostato dalla terza alla seconda linea, e Thibaud Flament a suo agio anche all’ala di mischia.

L’ex seconda linea Fabien Pelous attribuisce il cambiamento al fatto che il rugby moderno richiede semplicemente meno tempo in mischia: con il tempo di mischia contesa in calo a livello internazionale, il divario fisico tra seconde e terze linee si è ridotto al punto che gli staff tecnici selezionano ormai per profilo del giocatore più che per numero di maglia, la stessa logica che il commissario tecnico Fabien Galthié ha applicato esplicitamente alle qualità di touche e di corsa con palla in mano di Roumat.

La genealogia di questo fenomeno è più profonda di quanto sembri dal ciclo attuale. Zinzan Brooke e Michael Jones erano entrambi capaci di spostarsi tra le terze linee e la trequarti decenni prima che il termine “ibrido” esistesse, così come il gia citato Eric Rush, il cui doppio ruolo gli permesso di giocare ed incidere per Auckland e per gli All Blacks senza perdere un colpo in nessuna delle due maglie. Levani Botia delle Fiji resta il punto di riferimento moderno, oscillando tra centro e flanker da un decennio senza perdere efficacia in nessuno dei due ruoli sia nel club che in nazionale, mentre un esempio più fresco è rappresentato da Leicester Fainga’anuku, fino alla scorsa annata un’ala pura e nell’ultima stagione flanker titolare nei Crusaders. In entrambi i casi pare valere una regola di base: un ibrido autentico interpreta il secondo ruolo allo stesso livello del primo, contro avversari dello stesso calibro, e non si limita a subentrare solo quando l’opzione titolare non è disponibile. In questo senso ad ora di ibridi a tutto tondo se ne contano ancora pochi, ma potrebbe essere solo una questione di tempo.

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Levani Botia all’opera nel Top 14 (Stade Rochelais)

Un aspetto meno discusso è che il giocatore ibrido non nasce soltanto da una scelta di selezione, viene costruito in palestra. Lo staff di preparazione atletica degli Sharks e l’ex responsabile della preparazione fisica della Francia, Thibault Giroud, individuano due pressioni distinte. La prima è disciplinare: con i giocatori regolarmente espulsi temporaneamente o definitivamente, le squadre hanno bisogno di coperture in grado di calarsi in più di un ruolo a partita in corso. La seconda è legata alla formazione, i giocatori entrano ormai nei sistemi di alto livello da adolescenti, il che consente allo staff di prepararli attorno a un “profilo” più che a una posizione fissa, allenando la forza orizzontale e la velocità a sforzi ripetuti al posto della forza verticale che un tempo definiva specialisti come le seconde linee. La sintesi di Giroud è diretta: i pacchetti di mischia moderni, a parte i piloni, “si assomigliano quasi tutti” dal punto di vista fisico, ed è proprio questo che permette a giocatori come Charles Ollivon o Mickael Guillard di occupare la seconda linea restando comunque una terza linea mobile e ad alta intensità nel gioco aperto.

Il Sudafrica resta l’esempio più chiaro, e André Esterhuizen la sua espressione più compiuta. Impiegato da centro interno e sempre più spesso da flanker, un ruolo per cui è stato ribattezzato “flentre”, il capitano degli Sharks, descrive il proprio ruolo come una combinazione tra la fisicità di un avanti e la capacità di lettura dello spazio e di passaggio di un trequarti. Erasmus è stato esplicito sulla filosofia alla base della scelta: al di fuori di mischie e touche, considera il rugby “gioco generale”, dove i confini di ruolo contano molto meno, e ha costruito una panchina profonda di giocatori a cavallo tra due posizioni: Damian Willemse tra estremo, centro e apertura; Manie Libbok tra apertura ed estremo; Franco Mostert tra seconda e terza linea; Kwagga Smith tra terza linea e ala. Il vantaggio tattico, nella sua visione, è che una panchina ibrida appare convenzionale sulla carta ma può essere riorganizzata a partita in corso in modi che gli avversari non riescono a preparare facilmente in fase di scouting.

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Andre Esterhuizen (The Indipendent)

L’Inghilterra si muove più cautamente sulla stessa strada. Ben Earl si allena da centro da circa un anno e mezzo, e il commissario tecnico Steve Borthwick ha ventilato l’ipotesi di schierare sia Earl sia Henry Pollock nella linea dei trequarti in situazioni specifiche di gara, con l’esempio di Esterhuizen ormai un riferimento esplicito all’interno dello staff. Lo stesso Earl, che pur afferma “I hate the term hybrid – it’s a golf club” (per chi non fosse pratico di golf, la mazza ibrida – o hybrid club – è una tipologia di bastone da golf coniuga la distanza di un legno e la facilità di esecuzione dello swing dei ferri), ne sostiene di fatto la logica: la sovrapposizione cognitiva tra centro e terza linea sia sufficientemente ampia perché chi eccelle in un ruolo possa trasferire le proprie qualità nell’altro, con la principale eccezione tecnica rappresentata dal modo in cui ciascuna posizione difende sulle mischie.

Necessità tecnico-tattiche o evoluzione naturale?

Probabilmente entrambe le cose, ma nessuna delle due è sufficiente da sola a spiegare il fenomeno. Il giocatore ibrido non nasce semplicemente dall’intuizione di un allenatore particolarmente creativo, ma dall’evoluzione del rugby professionistico nel suo complesso. Negli ultimi anni World Rugby ha progressivamente modificato il gioco per aumentare il tempo effettivo di gioco, favorire gli spazi e tutelare l’integrità fisica degli atleti, spingendo le squadre verso un rugby sempre più dinamico e meno frammentato.

Parallelamente, la preparazione atletica ha compiuto un salto qualitativo enorme: grazie al monitoraggio del workload attraverso GPS e altri strumenti, gli staff possono oggi costruire atleti in grado di sostenere le richieste fisiche di più ruoli contemporaneamente, programmando con precisione forza, velocità, repeated sprint ability e carichi di lavoro individuali. Anche la gestione del carico di allenamento ha modificato il paradigma. Come dimostrato dal celebre lavoro di Tim Gabbett sul “Training-Injury Prevention Paradox”, non è il volume di lavoro in sé a determinare il rischio di infortunio, bensì la capacità dell’atleta di adattarsi progressivamente ai carichi richiesti dalla competizione. Un giocatore adeguatamente preparato a sostenere elevati workload è non solo più performante, ma anche più resiliente dal punto di vista fisico. In quest’ottica, allenare un atleta per ricoprire più ruoli non rappresenta più un compromesso, ma un investimento.

Non sorprende, allora, che il dibattito sulla Bomb Squad sudafricana e sulle panchine 7-1 abbia spinto World Rugby a commissionare studi scientifici senza tuttavia ravvisare particolari criticità regolamentari o di sicurezza nel loro utilizzo.  Se le panchine iper-specializzate hanno rappresentato la prima rivoluzione tattica del rugby moderno, i giocatori ibridi potrebbero esserne la naturale evoluzione: meno specialisti confinati a un singolo numero di maglia e più atleti costruiti attorno a profili fisici e tecnici capaci di adattarsi alle esigenze della partita. La vera domanda, quindi, non è se il rugby stia vivendo una rivoluzione o un adattamento. La domanda è quali ruoli continueranno a esistere nella loro forma attuale tra dieci anni. Perché se i piloni resteranno probabilmente gli ultimi grandi specialisti del gioco, per tutti gli altri il numero stampato sulla schiena potrebbe presto contare molto meno delle caratteristiche che sono in grado di portare in campo.

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Per approfondire

Allenare un giocatore ibrido è un lavoro lungo e impegnativo, che per essere pienamente efficace deve cominciare già nelle Under.
Se volete approfondire come si allena un giocatore ibrido, quali difficoltà incontrano lui e i suoi coach durante il percorso e molto altro, ascoltate la puntata di Ventidue Podcast con Andrea Pozzi

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