Tra il colpo di Perth, il crollo nella Bledisloe Cup e il Mondiale in casa: quanto è solida la nuova Australia?
A fine settembre sembrava possibile raccontare una svolta per l’Australia. Il 42-38 sul Sudafrica campione del mondo, conquistato a Perth il 27 settembre 2026, aveva dato sostanza alla partenza di Les Kiss: un’identità offensiva più riconoscibile, maggiore fiducia e una serie di risultati positivi che pareva allontanare il ricordo di un 2025 disastroso. Due settimane dopo, però, il doppio confronto con la Nuova Zelanda ha riportato in superficie le fragilità strutturali della squadra: 50-19 a Eden Park e 43-21 a Sydney, con la Bledisloe Cup rimasta agli All Blacks.

Dal punto più basso a una ripartenza credibile
Il giudizio sulla rinascita va collocato sullo sfondo del 2025, chiuso con dieci sconfitte in quindici partite e un tour europeo senza vittorie. La transizione da Joe Schmidt a Les Kiss ha aperto una fase nuova, ma non poteva cancellare rapidamente problemi accumulati nel tempo: la continuità dei risultati, la tenuta difensiva e la capacità di gestire le partite contro avversari di prima fascia.
La prima parte dell’era Kiss aveva fornito segnali incoraggianti, con risultati positivi contro Giappone, Italia e Argentina e il successo sul Sudafrica. La principale lettura tattica dopo il filotto positivo si concentra sulle prospettive dell’attacco australiano, mettendo in rilievo il lavoro per distribuire responsabilità, ampliare il volume di gioco e costruire profondità oltre il XV titolare. La ripartenza, tuttavia, doveva essere verificata contro una squadra capace di imporre ritmo e precisione per tutta la partita.
Il 42-38 di Perth non va liquidato come un episodio casuale: battere i campioni del mondo richiede qualità, lucidità e capacità di restare dentro una partita caotica. Ma una singola prestazione non basta a certificare un cambio di gerarchie. Il Sudafrica si era presentato con una squadra diversa dalla probabile titolare, mentre la Nuova Zelanda ha costretto l’Australia a giocare a una velocità e con una precisione che hanno messo a nudo i limiti del nuovo progetto.
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L’impronta di Les Kiss: avanzare prima di tutto
Il tratto più evidente del nuovo corso è la ricerca della linea del vantaggio. L’Australia prova a portare più giocatori vicino al punto d’impatto, a vincere il contatto e ad attaccare la difesa prima che possa ricomporsi. Il pacchetto non è soltanto una piattaforma per conquistare palloni: diventa un motore di avanzamento, con gli avanti coinvolti nella continuità e nelle fasi ravvicinate, e riduce la dipendenza dalle giocate individuali dei trequarti. Non è una rottura con il passato: Kiss ha insistito sull’evoluzione, non rivoluzione, aggiungendo fisicità e libertà a una struttura ereditata da Schmidt.
La stessa logica riguarda la difesa. Con Scott McLeod, ex All Black, l’obiettivo è trasformarla da semplice contenimento in un’arma per ripartire: placcaggi più aggressivi, collisioni vinte e pressione nei momenti opportuni, senza affidarsi a una linea sempre alta votata alla caccia immediata del portatore. Il punto è rallentare il pallone avversario e creare occasioni di recupero, per contrattaccare prima che la difesa rivale si riorganizzi. La sfida è tradurre questa identità in continuità: come ad Auckland, dove spesso entrambi i placcatori puntavano a dominare il contatto e nessuno rallentava la ruck, l’aggressività rischia di lasciare spazi.
Il problema della continuità vale anche in attacco. Quando il primo contatto è vinto, la squadra avanza; quando viene fermata o costretta all’indietro, la manovra perde velocità e diventa leggibile. Le mete da maul e le soluzioni ravvicinate possono essere un’arma concreta, ma le squadre migliori concentrano uomini sul punto d’impatto, rallentano il pallone e costringono l’Australia a ripartire da posizioni scomode. Il piano di Kiss va quindi giudicato non soltanto dal numero di mete, ma dalla capacità di produrre avanzamento quando la prima opzione non funziona.

Perth: una vittoria che resta significativa
Il successo sul Sudafrica ha mostrato che la squadra può mettere in difficoltà una nazionale d’élite quando riesce a imporre il proprio ritmo. L’Australia ha saputo trovare soluzioni in attacco e resistere in una fase finale resa complicata dai cartellini.
La partita ha anche indicato un possibile vantaggio australiano nel gioco aereo. I calci contestabili possono trasformare il possesso avversario in pressione, costringendo il ricevitore a prendere decisioni sotto contatto. Contro gli All Blacks, però, l’efficacia di questa strategia è diminuita: qualità dei ricevitori, sostegno attorno al pallone e ripartenza dopo la presa hanno spostato l’equilibrio.
Il ridimensionamento contro gli All Blacks
Le due sconfitte contro la Nuova Zelanda hanno evidenziato il divario tra le ambizioni australiane e la capacità di reggere il ritmo degli All Blacks. Nel primo Test, perso 50-19 a Eden Park, i Wallabies erano rimasti in partita fino all’intervallo, prima di subire una netta accelerazione avversaria nella ripresa. Le difficoltà nel contenere le incursioni neozelandesi hanno trasformato un confronto equilibrato in una sconfitta pesante, con gli All Blacks capaci di imporre la propria superiorità fisica e velocità di esecuzione nella seconda metà dell’incontro.
Il secondo incontro, disputato a Sydney, ha confermato che il problema non riguardava soltanto il fattore Eden Park. Gli All Blacks si sono imposti per 43-21 davanti a 70.000 spettatori, chiudendo il primo tempo sul 36-7. La reazione australiana nella ripresa non è bastata a riaprire la partita: la precisione neozelandese e la capacità di sfruttare gli errori avversari hanno indirizzato il confronto fin dalle prime fasi. La differenza è stata soprattutto collettiva. I Wallabies hanno mostrato iniziative individuali interessanti, ma hanno pagato il coordinamento difensivo insufficiente, le disconnessioni tra i reparti e la difficoltà di riorganizzarsi sotto pressione. Anche le prestazioni dei singoli hanno risentito di queste carenze, evidenziando come gli errori nella gestione dei momenti chiave abbiano pesato sul risultato nelle valutazioni dei giocatori australiani.
In questo contesto si inserisce Declan Meredith, schierato titolare all’apertura dopo il problema fisico di Ben Donaldson. Accumulare esperienza internazionale potrà favorirne la crescita, ma servirà un sistema di gioco più solido, capace di ridurre la pressione sui singoli e garantire maggiore continuità nelle decisioni. La scelta di affidargli la maglia numero dieci rientra nel più ampio tentativo di consolidare la rosa australiana in vista dei prossimi impegni.
La Nuova Zelanda ha così completato la serie, portando a tredici le vittorie consecutive contro l’Australia. Per i Wallabies, la priorità è migliorare la coesione difensiva, la gestione della pressione e la capacità di trasformare le occasioni in punti. Senza questi progressi, il talento individuale difficilmente potrà colmare il divario emerso nei due Test.

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I numeri raccontano due squadre diverse
Le statistiche vanno lette con cautela: le partite non sono sempre comparabili per livello degli avversari e disponibilità dei titolari. Nelle prime sette partite del 2026 l’Australia ha segnato in media 37,1 punti a gara, contro i 22,5 del 2025, con 8,4 ingressi nei 22 avversari e 4,3 punti per ingresso. A reggere il sistema è stato il set piece: nei primi quattro Test di Kiss la touche non è mai scesa sotto l’88% e l’efficacia difensiva è rimasta tra l’85 e il 90%, anche se gli avversari, una volta nei 22, trovavano ancora una difesa porosa. Il motore, però, era il possesso: le migliori prestazioni estive, dall’Italia a Jujuy, sono arrivate con più della metà del pallone, mentre nei secondi tempi con Irlanda e Francia, contro il Giappone a Osaka e contro l’Argentina a Mendoza, quando il pallone è mancato anche i punti si sono fermati. Il tutto contro avversari alla portata, con un’Argentina senza molti titolari.
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Contro gli All Blacks il quadro si è capovolto. Ad Auckland, i Wallabies hanno tenuto i neozelandesi a 2,4 metri dopo il contatto per portata, contro i 2,5 propri: il problema non era la fisicità, ma la velocità di palla, che ha impedito alla difesa di riallinearsi e l’ha costretta a 204 placcaggi: un ritmo che la difesa riusciva a reggere per una decina di fasi, prima di concedere punti. In quella partita i palloni persi erano stati solo 7 contro i 13 avversari.
A Sydney è successo il contrario. La squadra ha avuto più possesso e territorio (54% e 56%), più carries (192 contro 162) e perfino più linebreak (17 contro 16), ha vinto la ripresa 14-7 e ha perso comunque 43-21. A pesare sono stati i 19 palloni persi contro 10, i soli 14 calci e un primo tempo chiuso sul 36-7, con la maggior parte delle mete subite dopo almeno dieci fasi. Un’efficacia costruita sul pallone non regge quando il pallone si disperde.
Profondità della rosa e gestione degli infortuni
La profondità della rosa rappresenta una delle principali criticità strategiche per i Wallabies in vista della Coppa del Mondo del 2027. La sconfitta contro la Nuova Zelanda a Eden Park ha reso evidente quanto la squadra australiana fatichi a mantenere lo stesso livello di intensità quando entrano in campo le riserve. Come sottolinea Brett McKay nella sua analisi sulla carenza di profondità della panchina australiana, l’Australia è passata da un primo tempo equilibrato, chiuso sul 17-14, a una seconda frazione dominata dagli All Blacks, capaci di segnare 33 punti contro i soli 5 degli avversari. Il divario di esperienza tra le due panchine è stato significativo: i sostituti australiani totalizzavano complessivamente 111 presenze internazionali, contro le 206 della Nuova Zelanda. Le assenze di giocatori esperti come Tom Hooper e Taniela Tupou, unite alla sospensione di Hunter Paisami, hanno ulteriormente indebolito una rosa che dispone di un gruppo ristretto di elementi di comprovato livello internazionale.
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Il problema, tuttavia, non si risolve semplicemente aumentando il numero di giocatori convocati. L’Australia infatti deve costruire un gruppo di 33-40 giocatori realmente in grado di contribuire al progetto tecnico, superando la dipendenza da circa venti elementi abitualmente impiegati. Per riuscirci, il commissario tecnico dovrà combinare la continuità delle scelte nei ruoli chiave con rotazioni mirate, offrendo ai giocatori emergenti minuti significativi a livello internazionale. Un esempio chiaro di questa situazione è la continua rotazione nel ruolo di apertura, causata sia da prestazioni altalenanti che da infortuni. Nelle prossime finestre di test match, l’obiettivo non sarà soltanto individuare alternative per ogni posizione, ma sviluppare una rosa più omogenea per esperienza, affidabilità e capacità di incidere anche a partita in corso. L’inserimento dei giovani dovrà quindi essere accompagnato da una gestione progressiva delle presenze internazionali, evitando di affidare contemporaneamente troppi ruoli decisivi a giocatori ancora inesperti.
In questo contesto, il tour europeo di novembre assume un’importanza particolare. Le sfide contro Inghilterra, Scozia e Galles offriranno a Kiss l’opportunità di verificare la tenuta fisica e mentale della squadra, valutare l’impatto delle riserve e sperimentare combinazioni alternative senza compromettere la coesione del gruppo. La priorità sarà individuare soluzioni capaci di mantenere l’intensità nei secondi tempi e di gestire le assenze senza produrre cali significativi di rendimento.
Il Mondiale in casa cambia il peso di ogni scelta
La Coppa del Mondo 2027 comincerà in Australia il 1° ottobre e sarà la prima edizione a 24 squadre, con 52 partite distribuite in sette città. Per i Wallabies, giocare davanti al pubblico di casa rappresenta un’opportunità enorme, ma anche una pressione aggiuntiva: il torneo sarà una misura della salute dell’intero sistema australiano, non soltanto del lavoro di un allenatore.
Il formato è più ampio rispetto al passato: sei gironi da quattro e una fase a eliminazione diretta che inizierà dagli ottavi. Il torneo allargato aumenta il valore della profondità della rosa: per arrivare alle fasi finali serviranno più di quindici titolari affidabili e una squadra capace di gestire infortuni, squalifiche e recupero tra gli incontri.
La partita contro la Nuova Zelanda avrà un peso simbolico e sportivo, ma l’obiettivo deve essere più ampio: costruire una nazionale che non dipenda da una singola prestazione emotiva. L’Australia dovrà migliorare la difesa nei 22, la gestione dei palloni persi, la disciplina e la capacità di rallentare gli avversari quando il ritmo diventa ingestibile. In parallelo, dovrà conservare ciò che ha funzionato sotto Kiss: coraggio offensivo, uso degli avanti e ricerca dell’avanzamento.
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Rinascita o illusione?
La risposta, dopo la Bledisloe Cup, è meno ottimistica ma più precisa. La rinascita non è un’invenzione: la vittoria sul Sudafrica e i risultati iniziali avevano mostrato progressi reali nell’attitudine e nell’organizzazione offensiva. Tuttavia, quei progressi non hanno ancora prodotto una squadra capace di competere con continuità contro le nazionali più forti. Il doppio confronto con gli All Blacks ha evidenziato un divario nella velocità di esecuzione, nella gestione degli errori e nella capacità di mantenere la struttura quando la pressione aumenta.
La vera misura del lavoro di Les Kiss arriverà dalla risposta. Se i Wallabies riusciranno a trasformare le sconfitte in correzioni verificabili, meno punti concessi in sequenza, migliori decisioni nei propri 22, più precisione nel gioco al piede e maggiore solidità dei sostituti, la stagione potrà ancora rappresentare una tappa utile verso il 2027. Se invece i crolli resteranno ricorrenti, il successo di Perth rischierà di essere ricordato come un picco isolato più che come l’inizio di una nuova era.
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