Era il predestinato, colui che avrebbe dovuto riportare gli All Blacks sul tetto del mondo, colui che avrebbe dovuto rovesciare il predominio Springboks e dominare World Rugby come ha dominato il Super Rugby. Ma non sempre tutto va secondo i piani, il figliol prodigo Razor Robertson ha disatteso le aspettative, lasciando più danni che ricordi, ed ora è il momento di far entrare in scena un riparatore, per ricostruire lo spirito e l’immagine degli All Blacks. Dave Rennie è tenuto ad un compito arduo, ed è per questo che il suo curriculum oltre ai successi mostra anche le cadute.

Dave Rennie alla conferenza stampa di presentazione come Head Coach degli All Blacks

Gli ostacoli si possono anche aggirare

Quella con Scott “Razor” Robertson aveva tutta l’aria di essere una di quelle storie già scritte, tutta pronta ed apparecchiata per raccontare il trionfo del predestinato alla guida dei leggendari All Blacks. Un giocatore che ha vinto tutto con i Crusaders, e che senza soluzione di continuità ha proseguito a farlo anche nel ruolo di Head Coach della franchigia di Christchurch. Tra i suoi successi si contano 7 titoli di Super Rugby consecutivi – dal 2017 al 2023 – con 98 vittorie e 2 pareggi su un totale di 117 partite alla guida dei rossoneri. Dal 1996 i Crusaders hanno conquistato 14 titoli di Super Rugby, e Razor ha partecipato attivamente a 11 di questi, sia come giocatore sia come allenatore. Un percorso lineare, senza inciampi e pieno di successi. Un percorso che definire facile sarebbe sbagliato, sicuramente disseminato di ostacoli, ma che Robertson è riuscito a superare di slancio.

Con i Crusaders non ha mai affrontato una crisi di risultati o di prestazione, ha sempre portato a casa gli obiettivi. E forse è proprio questo ciò che lo ha condizionato nel ruolo di Head Coach dei leggendari All Blacks. L’incapacità di Robertson di superare di slancio gli ostacoli che gli si sono posti di fronte – a differenza di quanto fatto a Christchurch – ha messo a nudo un altro difetto: l’inesperienza nel gestire ostacoli più “alti”. Se infatti nei Crusaders era sufficiente affidarsi alla qualità della propria rosa, all’esperienza degli interpreti ed a una cultura di club mai veramente in discussione per superare gli avversari, a livello internazionale tutto ciò non è sufficiente. L’aura degli All Blacks non è più quella degli anni 2000 e 2010, gli All Blacks – per quanto di assoluto livello – non sono più composti da 23 fuoriclasse, bensì da tanti buonissimi giocatori con qualche campionissimo che tira le fila del gruppo. L’incapacità di Robertson si è palesata nel mancato tentativo di aggirare questi ostacoli, sforzandosi di imporre il proprio credo anche di fronte a risultati non entusiasmanti. Complice il piano di gioco forse non congeniale alle caratteristiche dei propri giocatori, con una fisicità non così straripante a livello internazionale a confronto del Super Rugby, e ad un crescente malcontento nello spogliatoio, l’avventura di Razor è terminata anzitempo a Gennaio 2026, dopo solo 2 anni alla guida degli All Blacks.

C’è bisogno di cambiare

C’è bisogno di cambiare, ma non solo l’allenatore. C’è da cambiare gioco, c’è da reinventare l’identità del gruppo. Bisogna tornare ad interpretare il rugby alla Neozelandese. Ed evidentemente Rennie è stata la figura che il board di NZR ha reputato più adeguata alla situazione. Dave Rennie è infatti profondamente legato al territorio neozelandese, avendo giocato tutta la propria – in realtà breve – carriera di giocatore a Wellington ed avendo allenato per i primi 15 anni della sua carriera da allenatore sempre in Nuova Zelanda. Al termine della stagione 2016, dopo aver vinto due titoli di Super Rugby con i Chiefs, si sente pronto ad abbandonare la propria terra per cercare fortuna all’estero, e il destino lo porta in Scozia come capo allenatore dei Glasgow Warriors. L’esperienza scozzese è stata trampolino di lancio per il suo incarico più importante prima d’ora, la guida della panchina dei Wallabies. Quest’esperienza si rivelò dolce-amara, in quanto l’ARU si trovava in profonda crisi di risorse monetarie ed umane. Infatti il confronto con il Rugby League e con l’Australian Football si facevano sentire, facendo venir meno atleti talentuosi fondamentali per i Wallabies. Nonostante ciò Rennie riuscì a portare la nazionale al secondo posto del Rugby Championship 2021, con l’obiettivo di ben figurare alla RWC 2023 con un gruppo consolidato e ben rodato. Fu però galeotta la sconfitta a Firenze contro gli Azzurri – sorry not sorry Dave – che lo mise al centro delle critiche e – complice la situazione da free agent di Eddie Jones il suo incarico venne terminato il 16 Gennaio 2023. A seguire Rennie è stato assunto come head coach dai Kobelco Steelers, in League One, la lega professionistica giapponese ed ha concluso la stagione nel migliore dei modi: dominando la regular season e vincendo i playoff riportando così il titolo a Kobe dopo ben 8 anni.

Una carriera importante quindi, quella di Rennie, caratterizzata da grandi successi alternati a fallimenti duri da digerire, ma che non lo hanno mai fermato. Ed è proprio questo suo mindset, questa sua esperienza nel navigare in acque difficoltose, che gli ha permesso di avere il ruolo di allenatore più bramato di tutta World Rugby. Sotto Robertson gli All Blacks hanno mostrato uno stile di gioco molto quadrato, molto europeo. Un gioco strutturato, che lasciava poco spazio di interpretazione ai giocatori, e che si è forse rivelato troppo prevedibile per il livello del rugby internazionale e, sembrerebbe, anche inadatto e poco digerito dal gruppo giocatori. Rennie è portatore di un rugby più universale, meno strutturato ma fortemente basato su principi a lui cari: lotta ed interpretazione. Il know-how di Rennie però non si ferma alla tecnica, bensì ha il suo punto forte nella creazione di un gruppo squadra unito e coeso: i Chiefs ne sono stati un fulgido esempio. Per quanto sicuramente merito anche di un team di coaching di primo livello, i successi dei Chiefs – dopo una storia anonima sin dal 1994 – furono basati su un forte credo in ciò che erano, ciò che rappresentavano. Proprio dalla ricerca di queste fondamenta nacque un potente kaupapa – termine maori che indica un insieme di valori, idee e programmi che fungono da base per un’azione collettiva – che recitava le seguenti parole: He Piko He Taniwha, On Every Bend (of the Waikato River) a Chief. Una frase così potente che creò un legame profondissimo tra i giocatori ed il club, un legame bone deep lo definì Liam Messam. E gli All Blacks ora come ora hanno estremo bisogno di tutto ciò, hanno bisogno di raccogliere i cocci e ricostruire avendo un qualcosa in cui credere, senza compromessi e senza remore.

Aggressività ed interpretazione

Certamente Rennie è un allenatore molto people centeredcome anche confermato da un post di Quade Cooper – ma è anche un tecnico che fa affidamento su dei principi di gioco specifici. Il primo, ed anche il più importante per lui, è sempre stato il breakdown. Una fase di gioco che Rennie pretende venga giocata alla massima intensità e con la massima abrasione. I suoi Chiefs erano noti per questo, tutto ciò che si trovava nei dintorni della ruck doveva essere ripulito, anche con l’utilizzo di tattiche non proprio regolamentari, di cui tanto si parlò in quegli anni. Certamente una tattica ad alto rischio, che però se gestita bene permette di creare spazi molto invitanti per i trequarti. Questa sua tattica richiede ovviamente dei giocatori in grado di applicarla con intensità per tutta la durata della partita, ed è qui che nasce uno dei metri di giudizio su cui si basano le convocazioni di coach Dave Rennie: B.I.G.G.A. e cioè Back In Game – Go Again. Quindi un metro di giudizio in cui si valuta la velocità con cui un giocatore ripete un’azione con intensità e per quanto riesce a mantenerla.

Guardate attentamente il 22 – Billie Proctor – quante azioni ad alta intensità compie in poco tempo. Ecco cosa chiede Rennie ai suoi giocatori.

Non sarà questo l’articolo in cui discuteremo delle convocazioni di Rennie e del gioco degli All Blacks, ma ciò di cui sto scrivendo sono metodi e tattiche che Rennie si è portato con sè per tutta la propria carriera di allenatore. Se la base più larga della piramide è il suddetto breakdown, il livello immediatamente successivo è il gioco collettivo, che secondo la filosofia di Dave Rennie dev’essere abbastanza libero da strutture di gioco vincolanti, i giocatori devono poter interpretare ciò che hanno davanti. Nulla deve vietare a nessuno di attaccare dai propri 5 metri se la situazione lo consente, e questo è stato probabilmente uno dei punti a favore di Rennie nella corsa alla panchina degli All Blacks, vista la loro difficoltà a segnare da contrattacco ultimamente. Capacità che fu invece la caratteristica principale degli All Blacks del 2011 e 2015, giusto per citare due rose a caso. Questa capacità di attaccare da qualsiasi parte del campo deve però essere sostenuta da uno skillset di prim’ordine, e anche questo è un punto su cui verosimilmente Rennie lavorerà intensamente, visto che ultimamente si è visto uno standard al di sotto di quanto ci si aspetterebbe dai maestri neozelandesi. Se il gioco in generale dev’essere quasi una libera interpretazione da parte dei giocatori, i set piece sono una parte fondamentale del rugby contemporaneo, e su quest’argomento Rennie ha da dire la sua. Infatti oltre ai classici touche, mischia e tap, Rennie considera anche le ricezioni dei calci come dei momenti fondamentali da cui ripartire e costruire ii gioco e dei contrattacchi efficaci, visto che si ricevono tanti palloni da calci in profondità quanti da mischia ordinata. Tutti questi principi di gioco sono tra loro collegati: palloni puliti ed avanzanti consentono di avere palloni veloci, che mandano in difficoltà la difesa, che è così costretta a lasciare dei buchi da qualche parte e permette ai giocatori di esplorare questi spazi, attaccando non appena si crea l’occasione.

Le persone al centro

Lo abbiamo già scritto, per Rennie il gruppo è fondamentale. Senza un gruppo solido non vale nemmeno la pena stare a parlare di stile di gioco, principi e tecnica. Per questo, sin dalla prima conferenza stampa, Rennie ha tenuto a sottolineare come gli piacerebbe poter utilizzare giocatori overseas – cioè che non giocano in Nuova Zelanda – nonostante le stringenti regole di eleggibilità per la nazionale. Ci sono infatti giocatori neozelandesi che giocano in giro per il mondo che potrebbero infatti fare molto comodo a Rennie ed al gruppo All Blacks, sia dal punto di vista umano sia tecnico. A suo tempo ci aveva provato anche Scott Robertson con Richie Mo’unga, ma non lo aveva fatto con così tanta spregiudicatezza come Rennie, che lo ha detto in conferenza stampa con accanto il CEO di NZR. E questo dimostra quanto questo argomento sia fondamentale per Rennie, che non si è solo limitato a riaprire il discorso, ma ha anche fatto successivamente nome e cognome del giocatore che per lui potrebbe fare una grande differenza: Brodie Retallik. I’ll comment on Brodie Retallick. I get to see him train and play every week. He’s stronger than he’s ever been, he’s fitter than he’s ever been. I’m not sure if I’m allowed to [pick him] yet. There’s no doubt we want to win the World Cup, and you need your best players available.” Il rapporto tra Rennie e Retallik è storico, parte infatti dai Chiefs quando lo allenò la prima volta e contribuì a renderlo una delle seconde linee più forti mai esistite – vincitore del premio Player of the Year nel 2014 – oltre che colonna portante degli All Blacks vincitori della RWC 2015 in coppia con un’altra leggenda di nome Sam Whitelock. Su Retallik ha speso altre importanti parole riguardo al lavoro di leadership che ha portato a Kobe, ribadendo il fatto che una personalità simile non può fare che bene ad un gruppo, facendolo crescere e maturare.

Per quanto riguarda invece Richie Mo’unga, fino a qualche anno fa uno dei mediani d’apertura più forti in circolazione scomparso un po’ dai radar in seguito al suo approdo in Giappone, Rennie è più fortunato di Robertson. Infatti proprio in questo periodo il suo contratto con i Toshiba Brave Lupus Tokyo è terminato, rendendolo così disponibile ad una chiamata con gli All Blacks per il mondiale 2027. Una squadra non è composta soltanto dai giocatori, ma anche dallo staff tecnico, tant’è che Rennie ha richiesto un cambio quasi completo dello staff rispetto alla gestione Robertson, l’unico sopravvissuto è infatti Jason Ryan, che si occuperà delle sole mischie e maul. I volti nuovi dello staff tecnico di Rennie sono infatti i seguenti: Mike Blair, Tana Umaga, Neil Barnes e Phil Healy. Mike Blair, ex mediano di mischia della nazionale scozzese, si occuperà dell’attacco ed ha già collaborato con Rennie in Giappone ai Kobelco Steelers. Tana Umaga, leggenda All Blacks con 74 caps all’attivo, sarà invece il defence coach dopo aver terminato il proprio contratto con i Moana Pasifika. Neil Barnes occuperà ufficialmente il ruolo di Senior Assistant Coach – vecchia conoscenza azzurra in quanto già consulente di Crowley – con particolare focus sulle touche; ha già collaborato con Rennie ai Chiefs. Phil Healey sarà invece Head of Performance, ed è stato definito da Rennie una priorità assoluta nella costruzione dello staff, avendo già collaborato assieme ai Chiefs, a Glasgow ed a Kobe. Queste nomine hanno tutte un qualcosa in comune, sono tutte persone con cui Rennie ha già vissuto e costruito un qualcosa di importante, che fosse in Nuova Zelanda o in giro per il mondo.

Sarà la sua formazione da insegnante, o il suo trascorso da giovane allenatore o semplicemente un’innata empatia, ma in un mondo sempre più legato ai numeri, ai successi, agli obietttivi ed ai KPI è bello vedere come una persona come Rennie, in un ruolo di leadership tra i più importanti del mondo sportivo, riesca comunque a mettere davanti a tutto ciò la dimensione umana. Dopotutto il rugby non è finanza, è semplicemente un gioco giocato da persone, e molte volte bastano quelle giuste per portare a casa il risultato.

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