Negli ultimi giorni si parla con insistenza di un potenziale passo indietro della Nuova Zelanda rispetto al Super Rugby. I limiti del torneo internazionale australe sono gli stessi che, nel 2021, hanno portato i sudafricani ad uscirne: troppi viaggi, costi eccessivi, difficoltà logistiche unite a ritorni economici non necessariamente lauti. Attualmente, il Super Rugby vede iscritte squadre neozelandesi e australiane. NZ Rugby starebbe però valutando di rinunciarvi a fronte di una necessità impellente di ridurre le spese di circa 15-20 M $ neozelandesi l’anno. Questa manovra dovrebbe essere discussa con la federazione australiana, con dei potenziali costi dovuti ai patti in vigore fino al 2030 fra le due federazioni. È però un’indicazione della volontà di NZ Rugby di investire sul suo patrimonio prima di tutto, nel momento in cui bisogna ridurre le spese.

Il piano sarebbe quello di unificare in un unico campionato le squadre attualmente militanti nel Super Rugby (Crusaders, Blues, Chiefs, Hurricanes, Highlanders) e alcune delle squadre dell’NPC (il campionato domestico). L’NPC non è un torneo straricco o pieno di stelle, ma è una competizione radicata nella comunità neozelandese, sentita e capace di riempire gli stadi. Riportare il rugby neozelandese “a casa”, in un certo senso, risponderebbe anche al bisogno primario di identità e vicinanza del pubblico che negli anni il Super Rugby ha diluito.

La Nuova Zelanda ha sicuramente la possibilità di fare una mossa del genere senza ritrovarsi di colpo priva di talento e di competizione interna. È però una mossa che fece anche il Giappone nel 2022 quando, ritirati i Sunwolves proprio dal Super Rugby, riformò il campionato domestico per farlo diventare interamente professionistico e attrarre così talento dal mondo. Nei 4 anni che ne hanno seguito è stato uno dei campionati di elezione per molte stelle dell’emisfero sud, in particolare Sud Africa (fra i vari Malcolm Marx, Franco Mostert, Faf De Klerk) e Nuova Zelanda (per esempio Richie Mo’unga). I club giapponesi, storicamente radicati nelle grandi aziende del paese, ad oggi sono destinazioni appetibili per molti grandi campioni e il campionato è un successo mediatico.

Quello che sottende questa manovra che la Nuova Zelanda sta esplorando è forse il sintomo di una malattia più complessa del rugby internazionale. La corsa al professionismo di fine anni ‘90 ha portato molti paesi che non avevano un numero sufficiente di squadre per formare un campionato professionistico ad associarsi in campionati internazionali. Campionati pensati per avere un numero sufficiente di incontri annuali tra squadre professionistiche diverse tali da generare sufficienti introiti per mantenersi. I limiti di questo sistema, però, stanno iniziando ad essere chiari a tutti anche perché sostenuti da dati inequivocabili. Viaggi sfiancanti, trasferte lunghe, costi enormi, tifosi meno coinvolti di quanto si sperava.

I vantaggi, ad oggi, pagano ancora le bollette dei club che vi partecipano. Ma quanto ancora potranno riuscirci? Facciamo un esempio: se la FIR dovesse tagliare 10 milioni di euro all’anno nei prossimi due anni, da dove comincerebbe? Verosimilmente dalle due franchigie e i loro costi di gestione elevati dovuti a un campionato molto costoso da mantenere. Se necessario, dovrebbe smantellare l’accademia federale. Sarebbe dura per tutti ma non ci sarebbe altra scelta: qualsiasi altro taglio avrebbe un impatto quasi irrilevante, con l’aggravante che rischierebbe di distruggere del tutto la base del movimento.

Un movimento in salute deve generare talento a flusso costante, assicurare una strada ai suoi migliori atleti, basarsi su un sistema meritocratico, mantenere vivo l’interesse nella sua comunità, e avere occasioni di confronto con altre federazioni. Dove i soldi non mancano, come in Francia, questo sistema è sostenibile con un campionato nazionale professionistico e uno cadetto, una coppa tra club di varie nazioni, e dei test match internazionali di livello per la nazionale. Dove iniziano a scarseggiare, però, la scelta è fra sacrificare la competitività del campionato oppure l’appeal per la comunità. Un campionato competitivo transnazionale assicura occasioni di incontro valide per gli atleti di interesse nazionale, ma crea poco seguito. Un campionato nazionale mantiene vivo l’interesse nella comunità ma corre il rischio di essere un collo di bottiglia importante per lo sviluppo reale del talento.

In un paese come la Nuova Zelanda, dove il rugby è radicato nelle comunità, la scelta più saggia è probabilmente la seconda. Come abbiamo detto all’inizio, non gli manca né la capacità di produrre talento né quella di attrarre pubblico. È probabile che nel breve periodo le prestazioni degli All Blacks possano risentirne, ma nel medio-lungo periodo potrebbe rivelarsi la scelta giusta per invertire la rotta che ha portato NZ Rugby a questa situazione, ovverosia la progressiva caduta dei ricavi. Non si tratta certo di una scelta senza rischio: c’è sempre, dietro l’angolo, la possibilità che questo porti il rugby kiwi a chiudersi ancora di più su sé stesso, perdendo il passo degli eterni rivali del Sud Africa, che intanto si scontrano contro i migliori club europei. D’altro canto, però, potrebbe riaccendere una macchina il cui motore sta sputacchiando fumo da un po’ di tempo, e che ha bisogno di ritrovare il proprio centro di gravità, e la fortuna spesso aiuta gli audaci.