Editoriale a cura di Matteo Schiavinato & Costanza Lugli
Quando pianifichiamo un progetto, personale o sportivo che sia, tendiamo quasi sempre a proiettarci nello scenario ideale. Immaginiamo percorsi lineari, calcoliamo le risorse necessarie in condizioni ottimali e definiamo traguardi ambiziosi. Tuttavia, c’è un elemento fondamentale che raramente ci soffermiamo a stabilire: l’obiettivo minimo accettabile. La soglia di sicurezza sotto la quale un’annata non è semplicemente “in transizione”, ma rappresenta a tutti gli effetti un fallimento.
Nel rugby italiano, questa reticenza nel dichiarare un’asticella chiara è ormai diventata una costante sistemica. Ci si rifugia sistematicamente dietro formule rassicuranti come “dobbiamo continuare a lavorare e crescere”. Ma, come ha brillantemente sintetizzato Vittorio Munari, «sono tutti progetti pluriennali quando perdi».
Perché la verità è banale quanto scomoda: se non dichiari un obiettivo minimo, non puoi mai essere smentito. Se non metti un paletto, non fallisci mai ufficialmente.

Prendiamo il caso attuale della Benetton Treviso. La stagione è iniziata tra battute d’arresto pesanti e rocambolesche (il pareggio in rimonta subito dai Dragons, la sconfitta in casa con Connacht, il successo sfumato nel recupero a Llanelli contro gli Scarlets e, da ultima, la netta e insindacabile sconfitta con Castres), lasciando tifosi e addetti ai lavori in un limbo di frustrazione. Da una parte ci sono le ambizioni da alta classifica dichiarate negli anni scorsi; dall’altra ci si ritrova ad affrontare una complessa fase di transizione, segnata dalle partenze di pilastri come Menoncello e Gallo e dall’arrivo in panchina di un nuovo tecnico come il neozelandese Wayne Pivac, ex commissario tecnico del Galles con cui ha vinto anche un Sei Nazioni.

La psicologia del “tutto o niente”
Perché è così difficile dire ad alta voce dove si colloca il fallimento? Le ragioni sono più psicologiche che tecniche.
- C’è innanzitutto la paura del compromesso: fissare un minimo viene percepito come una resa anticipata, un’ammissione di debolezza prima ancora di scendere in campo.
- C’è poi il bias dell’ottimismo, che ci porta a sottostimare infortuni, cali di forma, partenze impreviste, tutto ciò che in una stagione di diciotto giornate più le coppe prima o poi succede. Infine
- c’è una cultura della prestazione che premia il traguardo ambizioso e svaluta i progressi incrementali, come se crescere un po’ fosse meno degno che puntare in alto e mancare il bersaglio.
Eppure una soglia minima non è un modo per accontentarsi. È una rete di protezione. Dà continuità nelle settimane storte, perché anche dopo una sconfitta si sa se si è ancora sulla rotta. Riduce l’ansia da prestazione, perché ogni partita smette di essere un referendum sull’intero progetto. E rende la pianificazione più onesta, perché obbliga a calcolare le risorse necessarie non per lo scenario ideale, ma per quello sotto il quale non si può scendere.

Questa mentalità non è propria soltanto del rugby; al contrario, l’esempio più lampante è forse il nostro beneamato calcio dove ci sono volute tre mancate qualificazioni ai mondiali per capire che non potevamo chiedere lo stesso livello di accountability chiesto agli azzurri di Del Piero e Cannavaro, a una nazionale molto più gregaria e scevra di individualità di spicco. Si fosse fissato un obiettivo minimo realistico, come ad esempio un rinnovo generazionale, sarebbero state fatte scelte più lungimiranti durante questi 12 anni, senza provare in tutti i modi a tornare a vincere subito.
Treviso, oggi
Il Benetton di Wayne Pivac, dopo tre giornate di URC, ha raccolto cinque punti, tre dei quali di bonus. In due partite su tre è andato all’intervallo con un vantaggio rassicurante, 19-7 contro i Dragons e 21-7 a Llanelli, e in entrambe è uscito dal campo senza vincere. Nel frattempo sono anche iniziate le coppe europee, dove Treviso si è trovata di fronte i francesi di Castres, non esattamente il contesto ideale per ritrovare fiducia.
Dalle parole del coach emerge come obiettivo la formazione: la crescita dei giovani italiani e l’idea di insegnare loro a vincere. Obiettivo nobile e condivisibile. Ma la sensazione è che la paura del linciaggio mediatico, e il rischio di perdere troppo presto la fiducia della società, spingano dirigenti e allenatori a tenersi lontani da qualsiasi asticella troppo chiara. Il paradosso è che così la squadra finisce esposta a pressioni ancora maggiori: se l’unico metro disponibile è lo scenario ideale, ogni passo falso sembra una catastrofe.

Dalla società, invece, non proviene un segnale chiaro al di fuori dei post su Linkedin di Alessandro Benetton dove usa il club come esempio di ambiente costruttivo di lavoro. Cosa vuole la società, davvero, da questa stagione di URC?
Valorizzare, sì. Ma come si misura?
Se il KPI principale di una franchigia federale è la valorizzazione dei giocatori di formazione per la Nazionale, allora bisogna avere il coraggio di dire cosa significa. Accumulare caps in azzurro? Vincere partite di coppa? Centrare i playoff? Oppure formare giocatori capaci di stare stabilmente a livello internazionale? Sono obiettivi diversi, a volte in conflitto tra loro, e scegliere quale conta di più è esattamente ciò che una società dovrebbe fare all’inizio di una stagione, dicendo con fermezza: vogliamo fare questo, e vogliamo arrivare qui.

Serve distinguere tra il superare le aspettative, come raggiungere i playoff o i quarti di coppa, e il non sapere quale sia il limite sotto il quale la società si dichiarerebbe insoddisfatta. Ai giocatori va data un’asta da saltare, non solo un campione da battere. Su questo, a costo di generalizzare un po’, gli anglosassoni ci potrebbero insegnare qualcosa. Il mondo sportivo britannico e irlandese è pieno di esempi di progetti pluriennali dai patti chiari. Alex Ferguson ha allenato il Manchester United dal 1986 al 2013, attraverso tante vittorie ma anche tante fasi meno brillanti del club, fasi di rifondazione, di riscoperta, di ristrutturazione. Non è però mai mancata la chiarezza degli intenti e l’obiettivo a lungo termine, perseguito anche attraverso il più tortuoso dei cammini.
Due franchigie, due messaggi
Il confronto con le Zebre di Massimo Brunello è istruttivo. A Parma il contesto è chiaro a tutti: risorse limitate, sviluppo dei giovani al centro, ambizioni proporzionate. Proprio questa chiarezza ha permesso di celebrare come veri successi stagioni che altrove sarebbero state giudicate modeste, e di assorbire le annate difficili senza drammi.

A Treviso il messaggio è più contraddittorio. Da un lato si cercano profili internazionali di alto livello e si parla di zona playoff e di protagonismo europeo; dall’altro si perdono pezzi pregiati come Menoncello e Gallo e si affida la squadra a un allenatore chiamato a far crescere i giovani. Nel frattempo arrivano un pareggio subito in rimonta e due sconfitte di misura che, per come sono maturate, pesano più del punteggio (oltre a una sconfitta che pesa e basta). Non è sbagliato voler fare entrambe le cose. È sbagliato non dire quale delle due, in caso di conflitto, conta di più.
La nostra asticella
Siccome chiedere agli altri di esporsi senza farlo a propria volta sarebbe comodo, ecco la nostra proposta di redazione. Per noi gli obiettivi di questo Benetton dovrebbero essere due: sviluppare i giovani e sviluppare con loro anche un’identità di gioco. Sul primo punto, i nomi principali sono questi: Marini, Midena, Marin, Zanandrea, Mey, Gallorini, Gasperini, Aminu e Alessandro Garbisi, per il quale questa stagione ha il sapore dell’ultima chance.
Il criterio è semplice. Se a maggio almeno la metà di questi saranno sbocciati come qualche anno fa Menoncello, Paolo Garbisi e Spagnolo, allora la stagione avrà fatto il suo, qualunque sia il piazzamento in classifica. Se non ci saranno, nessun bonus difensivo e nessun primo tempo brillante potranno raccontarla come una transizione riuscita. Non significherà automaticamente una bocciatura del percorso, ma sarà chiaro a tutti che degli aggiustamenti andranno fatti.
Non si tratta di giudicare una scelta migliore di un’altra. Si tratta di sapere. Perché un progetto pluriennale, per essere credibile, ha bisogno di tappe intermedie, e una tappa esiste solo se qualcuno ha avuto il coraggio di scriverla prima.
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