Da un paio d’anni il campionato domestico di rugby vive un inatteso momento di apparente rinascita. I club, che ne sono il tessuto, l’essenza, la fibra, sono riusciti a ricreare la Lega Rugby, far fronte comune per raggiungere alcuni obbiettivi e assicurarsi alcune necessità condivise. Perfino i praticanti sembrano aumentare, anche se data la poca trasparenza sui numeri ufficiali, ci si rifà sempre a cifre non necessariamente ufficiali che si incontrano nel web. Sembrano lontani i tempi delle dirette delle partite solo su YouTube registrate da un cellulare. La finale giocata fra Valorugby e Petrarca quest’anno, vinta da Reggio Emilia, è stata impressionante per portata mediatica e per pubblico allo stadio. La sensazione di essere di fronte a una partita quasi di coppa per l’intensità con cui è stata vissuta ha dimostrato che in Italia gli appassionati ci sono eccome, e che sono solo in attesa che gli si tiri un ossicino da rosicchiare.
- A cosa “serve” la Serie A Élite in Italia?
- Che valore ha oggi la Serie A Élite?
- Si vuole davvero rivaleggiare con le franchigie?
- Sapere chi sei, per sapere come venderti

A cosa “serve” la Serie A Élite in Italia?
Mi sono fatto molte domande recentemente (e anche in passato, quando dicevo che il Top10 deve guardare al futuro), soprattutto nelle ore successive alla finale del Plebiscito. Se oggi ha questo valore, che ruolo può giocare la Serie A Élite nel panorama del rugby italiano, da qui a cinque anni? Che profilo di giocatore dovrebbe sceglierla, oggigiorno, e che tipo di livello è raggiungibile per questo campionato? I giocatori giovani che escono dalle accademie e dai club oggigiorno sembrano passare più volentieri per il campionato nazionale, provando a farsi le ossa e giocarsi le loro carte con squadre storiche e attrezzate. I presidenti sembrano intenzionati a metterci dei soldi veri, anche quelli di squadre “nuove” del panorama di vertice come Biella e Vicenza. C’è un’aria nuova, che nonostante le difficoltà, fa percepire la realtà del rugby italiano come una realtà piena di possibilità, e non più solo di limiti.
Il principale limite è economico: se è vero che “it’s all about the benjamins” (trad. “contano solo i soldi”), come dicono negli Stati Uniti, di “benjamins” ne devi portare a casa di riffa o di raffa, per continuare a esistere, e questo è stato il cronico problema del nostro rugby domestico dal professionismo in poi (1995-oggi), in particolare nell’era celtica (2010-oggi). In questo, fare gruppo nella Lega Rugby ha contato molto. Purtroppo, però, qualcosa si è inceppato. Recentemente abbiamo assistito al ritiro dal campionato del Rugby Colorno, relatà di vertice degli ultimi anni capace di sfornare talenti e infastidire le prime della classe. Di queste recenti difficoltà si è lamentato il presidente del Viadana Giulio Arletti in una recente ospitata al podcast Pillole Ovali, dove ha chiarito le ragioni che hanno portato alle sue dimissioni da presidente della lega. Le difficoltà di relazione con tutte le parti coinvolte, unite alla mancanza di struttura e capacità auto-gestionali, non permettono (secondo Arletti) uno sviluppo rapido di questo campionato verso lidi più prosperi.

Nonostante tutto, però, credo che si sia fatto un grande passo in avanti nella gestione di questo campionato e che chiunque venga dopo di lui erediterà una struttura abbastanza solida da reggere il colpo. Il primo passo importante era rendersi conto di dover remare insieme. Alcune divergenze di opinione sono fisiologiche e servono a tutti per crescere, ma non devono impedire il processo di unione dei club in una Lega che porta gli interessi di tutti in federazione e in televisione. Il prossimo passo dev’essere necessariamente quello di attrarre più talento per elevare l’attrattiva del campionato, e di conseguenza, il valore. Oggi, i giocatori forti vogliono giustamente la Francia, l’Inghilterra o le franchigie in URC, dove i guadagni sono più lauti, la competizione più elevata, e il welfare (importantissimo) significativamente maggiore. Per la Serie A Élite, seduta sotto il tavolo a raccogliere le briciole, restano i giocatori giovani promettenti (per 1-2 anni prima dello “scippo”) e i giocatori importanti sul viale del tramonto (per 1-2 anni prima del ritiro).
Che valore ha oggi la Serie A Élite?
Oggi, se la Serie A Élite vuole aumentare il proprio valore deve per forza di cose aumentare la propria appetibilità ai giocatori. Perché i giocatori forti la scelgano, dev’esserci un buon salario e un buon welfare (qui un po’ di dati del 2023 per capire la Serie A Élite). Perché ci siano queste due cose, è essenziale che ci siano più soldi che girano, la qual cosa obbliga a ragionare sul perché non ce ne siano. Secondo il presidente Arletti, “finché non c’è un mercato non c’è investimento”. L’esempio lampante di questo è quando una squadra forma un atleta forte, e quest’atleta gli viene sottratto a costi irrisori da una franchigia. Il problema non è la franchigia che “scippa” (o per meglio dire, promuove) un atleta per farlo giocare contro i grandi club in URC. Il problema è che il club d’origine non vede granché da questa transazione, a fronte di grandi spese per far arrivare quel giocatore fin là. È anche per questo, secondo me che scrivo, che molti club non investono quanto vorremmo nella formazione di giocatori: il ritorno economico non c’è. Nel momento in cui i giocatori iniziano ad avere un costo e un valore, i club metteranno più attenzione nel formarli e venderli, e investiranno quei ricavi per migliorarsi. O almeno questa è la promessa, perché come dice Arletti, gente che vuole mettere soldi nel rugby ce ne sarebbe, ma il contesto non lo favorisce.

Per mettere ordine in questo aspetto bisogna che la Federazione e la Lega Rugby mettano ordine sul ruolo della Serie A Élite nel rugby italiano. Patti chiari, amicizia lunga. Vuoi che ti formi i giovani per farli andare in URC e in Nazionale? Benissimo, mi devi allora rendere la formazione economicamente appetibile. Vuoi che migliori il livello tecnico con la prospettiva di riassorbire le franchigie fra 5-6 anni? Altrettanto bene, ma allora devi lasciarmi prendere stranieri per alzare il livello adesso. Vuoi rinunciare in toto al semi-professionsimo e tornare dilettante? Allora non chiedermi niente se non volontariato e formazione. Dal lato dei club, serve collaborazione e visione a lungo termine. Fare la Lega Rugby era il primo passo, adesso bisogna mettersi d’accordo, strutturarsi bene, e dimostrare numeri alla mano che il prodotto vale, che il gioco vale la candela, che “benvenuti investitori!”.

Si vuole davvero rivaleggiare con le franchigie?
Chiediamoci: “a cosa serve il campionato nazionale?”. Questa domanda, ne sono sicuro, è stata la fissazione di molte persone nel rugby italiano negli ultimi 15 anni (l’era celtica). Nello stato economico attuale i club possono permettersi di trattenere i talenti di prima fascia un paio d’anni prima che spicchino il volo, e riacciuffarli un paio d’anni prima del ritiro. Certo, ci sono giocatori che restano in Serie A Élite e ne diventano delle banidere per i rispettivi club (Ferro, Trotta, Nostran per fare degli esempi), ma il potere d’acquisto del campionato è limitato. Se si vuole che cresca (se si vuole!) serve attrarre investitori. Perché un investitore metta dei soldi in questo prodotto, deve sentire che quei soldi potrebbero raddoppiare. È una semplice legge dell’investimento: chi ci mette dei soldi, a meno che non sia un benefattore appassionato di rugby, non ha in mente quel che abbiamo in mente noi appassionati. Certo, ci si può affezionare al club e ai colori, ma l’interesse è più materiale e terreno. Accettare questo compromesso storico morale per il rugby semi-pro dev’essere il prossimo passo per crescere come campionato. Do ut des (“io do affinché tu dia”). Una crescita economica del campionato porterebbe a lungo termine a più talenti, più tifosi, più introiti, migliori impianti, più diritti televisivi. E chissà, magari accorcerebbe la distanza dalle franchigie professionistiche, rendendo più plausibile un giorno ricostituire un campionato italiano come massimo livello del rugby italiano (mi rendo conto che è utopia, ad oggi).

La seconda domanda, immaginando di aver trovato gli investitori, sarebbe cosa farci con quei soldi. Perché averli per averli forse è meglio non averli, se poi devono essere buttati in atleti “non utili” alla crescita del movimento o faraoniche opere di ristrutturazione impianti per club da 500 tifosi paganti di media. Anche qui, la mia idea è un’opinione e non la verità assoluta. A livello di identità, penso che i club dovrebbero essere centri pulsanti di formazione in stile argentino, puntando tutto sul senso di appartenenza, diventando riferimenti per le comunità. A livello di introiti, questa formazione andrebbe compensata con un mercato dei talenti vero (da cui guadagnare) e con protezione maggiore, per esempio eliminando la dinamica dei permit player. E vedrai che formare un giocatore forte con prospettive internazionali diventa improvvisamente importante per tutti i club di punta.

Sapere chi sei, per sapere come venderti
Provare ad attrarre spettatori non necessariamente già interessati al rugby è complicato, se il prodotto che gli vendi è: 1) privo di campioni, 2) senza gli atleti della nazionale, 3) giocato in stadi spesso “bucolici”, 4) difficile da vedere in TV. L’alternativa? Un campionato internazionale come l’URC cui è, diciamocelo, difficile appassionarsi. Io sono trevigiano e sono un tifoso del Benetton, quindi ovviamente mi godo lo URC perché vedo la mia squadra contro tante delle grandi europee e sudafricane. Ma non nego che negli anni non ho mai sviluppato un senso di appartenenza a questo campionato, una rivalità con degli avversari, non ho mai avuto la paura di retrocedere, il sogno di vincerlo, la paura, l’eccitazione, l’ansia o l’anticipazione che precedono le partite importanti. Si vende prima di tutto emozioni, emozioni che io da tifoso biancoverde ho sempre provato solo in coppa (che sia Challenge o Champions). Competizioni dove le rivalità contano qualcosa e le partite, tutte, anche.
Quante volte abbiamo sentito chi c’era negli anni ‘80 e ‘90 ricordare con gli occhi lucidi quando Treviso aveva “i trequarti degli All Blacks” (Kirwan e Green), o Rovigo “l’apertura degli Springboks” (Naas Botha). A quando il Milan di Berlusconi radunava i grandi del rugby italiano in rossonero. Non voglio inneggiare ai bei tempi andati, che come in tutte le cose, non sono davvero mai stati così belli come la gente dice. Voglio però sottolineare una cosa che mi salta agli occhi ogni volta che ci penso o che ne sento un racconto. Di recente ho letto Rugby Underground di Marco Pastonesi, ho letto Non Puoi Fidarti Di Gente Così di Massimo Calandri, e anche The Oval World di Tony Collins. Tutte letture che trasmettono una cosa che c’era almeno fino agli anni ‘90 in Italia: i club al centro del progetto. Le rivalità, i tifosi, il senso di appartenenza. Nel suo piccolo, il campionato di Eccellenza di fine ‘80 – inizio ‘90 aveva un sentore di quel che oggi invidiamo alla Francia, dotata di ben altri mezzi economici e bacino d’utenza. La crescita del nostro movimento deve per forza di cose mettere questo concetto al centro del discorso, derivando tutto il resto in funzione di questa regola.
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