Un argomento che ciclicamente ritorna nel dibattito interno al mondo rugbistico italiano è quello di portare il rugby di alto livello (almeno relativamente al contesto italiano) nelle città più grandi a livello economico e di popolazione per intercettare le risorse lì potenzialmente disponibili. Ma è davvero così necessario? Oppure è meglio preferire realtà più radicate e più sentite a livello locale?

In questo articolo cercheremo di fare un’apologia del rugby di provincia, senza scadere nei luoghi comuni, ma mettendo in evidenza come in molti casi il grande rugby si può trovare non solo nelle capitali, ma anche nei centri industriali e manifatturieri della provincia. Là, lontano dalle grandi metropoli, dove l’etica del lavoro e la tradizione ovale si fondono in un’unica entità e dove il rugby non è semplicemente uno sport tra i tanti, ma la naturale estensione della propria identità lavorativa e sociale.

Francia

Oltre alle 6 squadre situate nei grandi centri urbani – ovvero le due parigine Stade français e Racing 92, Lione, Tolosa, Montpellier e Bordeaux – il del massimo campionato francese è imperniato su un tessuto di squadre basate in città sotto i 200.000 abitanti arrivando fino a squadre come Pau, Vannes, La Rochelle, Bayonne e Castres che vivono con alle spalle centri da meno di 100.000 abitanti.

Il caso più estremo è sicuramente Castres, paese di 42.000 abitanti (solo tre squadre in Serie A Elite giocano in un comune più piccolo) incastonato nella zona più “rugbistica” della Francia e forse d’Europa. Da un lato essere inseriti in un tessuto con questa tradizione può aiutare, dall’altro la forza di gravità di centri più grandi potrebbe rivelarsi insostenibile. Pur vivendo in un territorio completamente saturo di rugby, Castres riesce a portare avanti un progetto in continuo allargamento di collaborazione con 22 club minori del territorio chiamato “100% Région” con continuo scambio di competenze per la crescita reciproca.

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Fondato nei primi del ‘900, in una città che era storicamente un importante centro manifatturiero legato ai lanifici e alla filatura, gli anni ’50 del secolo scorso vengono considerati il primo periodo d’oro con la vittoria di una Coppa di Francia e di due Boucliers de Brennus consecutivi, fino alla fine degli anni ’80 il club vive una fase molto meno esaltante (collegabile anche alla crisi dell’industria tessile cittadina) anche se comunque sempre nell’elite del rugby francese. Nel 1989 il club viene acquistato da Pierre Fabre (fondatore dei Laboratoires Pierre Fabre, gruppo farmaceutico e cosmetico che oggi fattura più di 3 miliardi di euro) che lo porta ad una seconda fase di successi con il terzo titolo francese nel 1993, due finali di Challenge Cup nel 1997 e nel 2000 e la semifinale di Heineken Cup del 2002. Dal 2009, con l’arrivo del duo di allenatori Labit e Travers, inizia un nuovo periodo di successi che culmina nel 2013 con la vittoria del quarto titolo nel campionato francese, in finale contro il Tolone. Nel 2018 arriva il quinto Boucliers de Brennus.

Nella scorsa stagione lo stadio intitolato a Pierre Fabre ha visto 7 tutto esaurito dei suoi 12.500 posti con una differenza evidente di rendimento della squadra tra casa e trasferta: in casa 12 vittorie e 1 pareggio, in trasferta 1 sola vittoria, 1 pareggio e 11 sconfitte. (Castres)

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I due titoli del 2013 e del 2018 sono stati la perfetta trasposizione rugbistica della storia di Davide contro Golia: nel 2013 vincono in finale da totali sfavoriti contro una squadra di Tolone che al tempo veniva definita galacticos, piena di campioni e leggende del rugby e che aveva appena vinto la seconda di tre Champions Cup consecutive, nel 2018 vincono (anche in questo caso contro una squadra, Montpellier, piena di nomi altisonanti) qualificandosi ai play-off come sesti dalla stagione regolare: prima squadra nella storia del campionato francese a riuscirci. In questa stagione Castres ha a disposizione un budget di circa 27 milioni di € che per gli standard italiani è quasi fantascientifico, ma che in Francia è il terzultimo del campionato.

Rory Kockott, mediano di mischia sudafricano poi equiparato francese, protagonista delle vittorie del 2013 e 2018 (ESPN UK)

Inghilterra

In Inghilterra, delle dieci squadre che compongono la Premiership, attualmente quattro sono stanziate in grandi città: Harlequins e Saracens a Londra (ovviamente la città inglese più importante in tutte le metriche), Sale alle porte di Manchester (quinta area urbana per popolazione) e i Bears a Bristol (settima città inglese). Restano completamente fuori grandi centri come Birmingham, Leeds, Sheffield e Liverpool, mentre il cuore del campionato si trova in città medie e piccole che vanno dai 350.000 abitanti di Leicester ai 100.000 di Bath.

Un caso emblematico è Northampton, un centro di circa 250.000 abitanti situato nel cuore delle East Midlands, che non vanta il titolo ufficiale di city, ma solo quello di town. Nel Regno Unito, infatti, il city status è un’onorificenza concessa esclusivamente dal sovrano su proposta del governo: nonostante abbia fatto domanda in diverse occasioni la sua richiesta non è stata finora accolta. La storia di questa località è strettamente intrecciata alla sua tradizione manifatturiera, legata in particolare alla concia delle pelli e alla produzione calzaturiera, resa celebre dai rinomati calzaturifici come Church’s. L’anima della città è pienamente inserita nella squadra soprannominata proprio Shoe Army e il clima da “piccola città” si può trovare nella canzone che la squadra canta in spogliatoio dopo ogni vittoria: “A finer town there’ll never be, a finer team there’ll never be, big city lights don’t bother me, Northampton Saints I’m proud to be”

Nonostante si posizioni intorno al ventesimo posto per popolazione in Inghilterra, Northampton è riuscita ad essere la culla perfetta per i Saints. Fondati nel 1880, nella loro ultra centenaria storia hanno vinto una Heineken Cup nel 2000, tre campionati inglesi (2014, 2024 e 2026) e due Challenge Cup (2009 e 2014).

Uno dei segreti dei successi degli ultimi 15 anni è sicuramente il senso di appartenenza: Phil Dowson oggi è il Director of Rugby dopo aver calcato il campo in Black, Green and Gold 186 volte da giocatore prima appendere gli scarpini al chiodo e di sedersi – subito dopo aver smesso di giocare – in tribuna tra le fila dello staff tecnico.
Un altro esempio è quello di uno dei giocatori che ha fatto la storia del club in tempi recenti: Courtney Lawes, uno dei protagonisti assoluti della storica prima Premiership del 2014 vinta da Northampton. Cresciuto nel vivaio fino a collezionare 261 caps in prima squadra ha concluso la sua esperienza con i “suoi” Saints sollevando la seconda Premiership della squadra nel 2024. Il suo si è trattato di un percorso straordinario che rappresenta un punto di riferimento anche per le star di oggi: Henry Pollock è nato in zona e gioca a Northampton dall’under 13, Alex Coles e Fraser Dingwall sono a Northampton dai 14 anni, Emmanuel Iyogun dai 15 anni, Archie McParland dai 13 anni e anche giocatori come Freeman, Mitchell, Hendy, e Sleightholme sono arrivati in prima squadra giocando prima almeno nella senior academy dei Saints.

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Italia

La morfologia della squadre di Serie A Elite è ancora più sbilanciata verso i centri più piccoli degli altri campionati e la situazione non cambia neanche prendendo in considerazione le due franchigie che militano in URC. Escludendo il caso particolare delle Fiamme Oro che sono si situate a Roma, ma più per motivi istituzionali che non di radicamento territoriale, si va dai circa 210.000 abitanti di Padova ai soli 20.000 di Viadana.

Il Valorugby di Reggio Emilia, campione in carica della Serie A Elite (Lega Italiana Rugby)

Nella scorsa stagione è arrivata in Serie A Elite una squadra con 50 anni di storia, ma con una presenza brevissima nell’alto livello italiano: Biella. Il confronto con le realtà viste nei paragrafi precedenti nasce dalla comune vocazione manifatturiera del territorio, Biella infatti è stata per anni un’eccellenza della lavorazione della lana e dei tessuti in generale con il marchio di lusso Ermenegildo Zegna come esempio più famoso. Rispetto alle altre squadre citate Biella ha sicuramente una storia di successi molto più limitata, ma può guardare proprio a questi esempi come modelli a cui aspirare in futuro.

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Il Rugby Biella viene fondato nel 1976 e si iscrive alla FIR nel 1977.
Gli anni ’80, ’90 e ’00 sono anni di crescita, consolidamento e acquisizione di nuove competenze anche tramite l’arrivo di allenatori di esperienza dall’estero. Nel 2008 arriva la promozione stabile in B (dopo un primo breve passaggio nel 2004), dopo la sconfitta per salire in serie A nel 2013 viene messa in atto una piccola rivoluzione investendo su un nuovo assetto manageriale, una nuova guida tecnica e un ricambio generazionale in Prima Squadra che portano alla promozione in serie A nel 2018. Nel 2025, dopo aver vinto la finale di serie A contro Parabiago (che li raggiungerà l’anno successivo battendo il Cus Torino), Biella approda nel massimo campionato italiano.

I giocatori di Biella festeggiano la promozione in Serie A Elite (OnRugby)

Quando la società, oggi guidata dalla famiglia Musso, ha preso in gestione il centro di Via Salvo D’Acquisto nel 2003, il rugby a Biella disponeva di un unico terreno di gioco per tutte le categorie. Da allora, il percorso di crescita è stato costante: nel 2009 è stato inaugurato il campo in sintetico di ultima generazione, ideale per garantire la continuità degli allenamenti in qualsiasi stagione insieme alla tensostruttura, mentre nel 2017 la struttura si è arricchita del terzo campo e della tribuna coperta da 500 posti. Oggi la struttura dispone di tre campi da gioco: due in erba naturale e uno in sintetico.

La Cittadella del Rugby di Biella si proietta così verso il futuro per rispondere alle esigenze di una base tesserati in continua espansione, supportata da un settore commerciale focalizzato nel creare e rafforzare le sinergie con le aziende del territorio. Un traguardo che può sembrare quasi scontato, ma che rappresenta un’eccezione di rara solidità nel panorama rugbistico italiano

Dopo un primo anno di assestamento fisiologico in Serie A Elite, in cui il raggiungimento della salvezza è stato favorito anche dal triste epilogo del fallimento di Colorno, si aprono nuovi orizzonti per il club piemontese nella massima serie. Un nuovo capitolo che parte sotto ottimi auspici, grazie a un mercato che fa ben sperare sia per quantità che per qualità degli innesti.

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Conclusioni

Logicamente nei big markets le opportunità economiche a livello di potenziali sponsor locali e numero di persone che possono andare allo stadio, guardare la partita in TV o comprare il merchandising sono molto maggiori. Però in questo articolo penso che abbiamo dimostrato che i soldi sono una condizione in parte necessaria, ma sicuramente non sufficiente per costruire realtà di buon/alto livello. Che anche dove il palcoscenico non è il più grande si può farsi strada con programmazione, appartenenza e, perchè no, anche con la costruzione di una narrativa più o meno vera del piccolo outsider di provincia che, con la forza del lavoro e dell’unione, riesce a ribaltare i pronostici contro i colossi della metropoli.


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