Con questo primo articolo inauguriamo una serie di tre approfondimenti dedicati al rugby francese e al Top 14, il campionato considerato tra i più spettacolari e competitivi al mondo.
In questo primo appuntamento analizzeremo le fondamenta di un movimento capace di unire tradizione e solidità economica. Scopriremo come investimenti mirati, centri di formazione d’élite e una passione travolgente abbiano reso la Francia una straordinaria fucina di campioni.

Anno dopo anno ci si ritrova alla fine dell’estate, vacanze alle spalle, a recuperare i vari roster delle squadre nei diversi campionati. E ogni anno ci si sorprende (sempre meno) a constatare come il centro di gravità del rugby professionistico mondiale a livello di club sia sempre più la Francia. Qualcuno liquida con “hanno i soldi”, che è sempre l’elemento che aiuta qualsiasi strapotere. Ma se è vero che ormai i migliori scelgono sempre più spesso la Francia, è altrettanto vero che incorniciare il tutto dentro i confini di una superiorità economica è riduttivo di ciò che il campionato francese è riuscito a costruire. La realtà è che la vera forza del Top 14 è aver costruito un ecosistema sostenibile, governabile, capace di generare ricavi da più fonti e di trasformare una passione territoriale in un’industria sportiva moderna.

Il professionismo ragionato e l’intuizione di non distruggere

Quando il rugby diventò professionistico nel 1995, in ritardo, con tanti problemi e contraddizioni, tutti sono andati alla ricerca della ricetta perfetta. La Nuova Zelanda con il sistema delle franchigie e la centralizzazione, mutuata in parte dal modello sportivo statunitense; l’Inghilterra poggiando molto sulle spalle dei club privati, forte delle radici storiche della disciplina; il Galles con la suddivisione in regioni, una scelta quasi amministrativa con l’intento di creare nuovi vertici artificiali del rugby nazionale. Tutti hanno provato a sfruttare i propri punti di forza ma sempre tendendo, in maniera malcelata, a diventare in fretta una macchina da soldi sulle orme di altri sport-business. 

La Francia ha scelto diversamente: i transalpini non hanno rinunciato al proprio tessuto storico di club cittadini, senza fingere che il rugby non fosse un fenomeno più radicato in alcune zone come il sud del Paese. Ma non si è scelto di affidare tutto a chi già c’era – Bayonne, Clermont, Brive, Castres – correndo il rischio di creare un protezionismo isolazionista e troppo autoriferito (ad esempio, si potrebbe citare il caso italiano, al di là del professionismo); piuttosto si è optato per valorizzare quello che lì già esisteva e renderlo un modello: il legame del territorio con le squadre. Quando arriva il professionismo, in Francia il pubblico, i tifosi, i sostenitori già ci sono e non si cerca di cambiarli puntando a una trasformazione su larga scala. 

L’intuizione di quella che oggi è la Ligue National de Rugby, su mandato ispirato della FFR, è stata quella di non scoraggiare un sistema, che in parte già esisteva, che i club avevano creato per meri motivi di sussistenza in base ai propri mezzi. Non si è rincorso un “pubblico ampio” a tutti i costi, una trasversalità forzata. Bensì il sistema già esistente è stato reso strutturale. Fin da subito sono state incentivate le attività commerciali, le relazioni con il territorio e le sponsorizzazioni locali, non demonizzando quello che facilmente viene etichettato come provincialismo. In questo modo si è rinsaldata l’identità coi tifosi già esistenti, contribuendo a mantenere un ingresso vitale per le squadre e incoraggiando la creazione di strutture che sul momento potevano essere rivolte all’intorno, ma un domani sarebbero potute diventare strategiche su larga scala. La creazione di hospitality, inizialmente anche “caserecce”, l’allargamento dell’esperienza del match day, il potenziamento dei sistemi di ticketing e delle biglietterie – non solo materialmente ma attraverso promozioni e attività commerciali volti alla fidelizzazione. Tutto con l’obiettivo di coinvolgere persone, enti e attività commerciali più o meno locali in qualcosa, comunque, dal respiro nazionale, sotto il cappello di un’identità condivisa. 

Diffusione geografica dei principali club di rugby in Francia. Fonte: Reddit.

È stata la messa a sistema di qualcosa che già esisteva per necessità in molte città. Qualsiasi tifoso di vecchia data di Tolosa, Bayonne, Perpignan o Biarritz può testimoniare che già a negli anni ’90 quelle realtà rappresentavano molto più di semplici squadre sportive. Non qualcosa di strettamente economico, anzi, ma radicato nella cultura sportiva: esistevano rivalità locali, tradizioni e forte identificazione con la squadra del posto. Durante il campionato ma anche nella vita delle persone, con una modalità del tutto analoga a quella che fa la fortuna del calcio in mezzo mondo. Con l’avvento del professionismo la Ligue Nazionale de Rugby (LNR) ha deciso di valorizzarlo, senza decidere a priori gerarchie e precedenze, rendendolo solo come conseguenza un dato economico significativo. 

Un elemento che poi esisteva ed esiste: tutto ciò si tramuta in merchandising, incassi di biglietteria e facility allo stadio, attività commerciali, sponsorizzazioni; insomma in flussi di denaro. Coltivato così bene da essere ancora oggi uno dei pilastri fondanti degli incassi delle squadre. Secondo i dati della Lega, infatti, circa il 66% dei ricavi dei club professionistici deriva dal rapporto diretto con spettatori e partner commerciali. Cosa che permette alle società di avere una certa indipendenza di gestione e anche dai risultati sportivi, senza che la redistribuzione dei ricavi comuni che arriva direttamente dalla LNR diventi la voce di bilancio da cui dipende la sopravvivenza (attorno al 20%). 

La LNR moderna: prima e meglio degli altri

Di passaggi lungimiranti, nel corso degli anni, la LNR e la Fédération Française de Rugby (FFR) ne hanno avuti parecchi. Su tutti c’è la relativa indipendenza della prima dalla seconda. In modo diverso e più permissivo di altre, la Federazione Francese ha permesso all’organo che gestiva il campionato di muoversi seguendo le proprie intuizioni e conoscenze. Uno di questi passaggi fondamentali è stato il progressivo (e appunto non subitaneo e calato dall’altro) trasformarsi della LNR in una lega moderna. Non più e non solo l’organo sportivo, ma una vera e propria organizzazione regolatrice della parte economica del rugby. Anche attraverso la scelta di demandare la gestione di alcuni aspetti alle singole squadre, la LNR ha avuto la capacità di assumere ruoli con un respiro comunitario. Ha potuto affiancare alla mera distribuzione delle risorse, lo sviluppo del valore commerciale del campionato e del rugby francese, guadagnando al contempo la fiducia e non imponendo l’autorità per controllare i rischi finanziari. Tre funzioni fondamentali di qualsiasi organizzazione analoga. 

Qui si sono viste le prime sostanziali differenze con le strade intraprese in altri Paesi, soprattutto nell’Emisfero Boreale. La Francia ha saputo valorizzare i centri storici del rugby meglio dell’Inghilterra, pur avendone meno; ha saputo diffondere lo sviluppo dove il rugby era meno presente, molto più dei casi, pur diversi tra loro, di Italia e Irlanda; ha saputo garantire chance di sopravvivenza economica e di indipendenza dalla centralizzazione, al contrario di modelli come quello neozelandese o gallese. 

Il merchandising è diventato con il tempo un elemento fondamentale per il sostentamento dei club. Fonte della foto: Le Télégramme

Una distinzione da sottolineare perché è quella che inizia a fare la differenza. La scommessa francese, per giunta in un momento di fine ciclo sul piano internazionale per i Galletti, è stata quella di non dare per scontato che la crescita del rugby passasse attraverso una continua escalation dei costi giustificata dal solo essere passati al professionismo. La crescita del movimento va accompagnata da quella del sistema, che dev’essere quindi coordinato e organico, non dopato da alcuni picchi di iniezioni di liquidità sporadiche e privi di ricadute diffuse. 

La Lega Francese ha saputo svolgere il proprio ruolo istituzionale relativo al campionato nella vendita del “prodotto rugby” in maniera eccellente, puntando sul lavoro svolto nelle realtà territoriali. Ridistribuendo poi le risorse in maniera davvero egualitaria e con la funzione di integrare soltanto il budget, senza diventare l’unica fonte di sussistenza delle squadre. È riuscita così a non penalizzare chi lavorava bene per sé e il proprio club ma, attraverso un controllo finanziario reale, ha impedito boost fuori scala che fossero al contempo motivo di timore di crolli futuri e che scoraggiassero l’ingresso di nuovi attori nel mercato rugby nazionale. Niente voli pindarici di affaristi casuali, nessun gap insormontabile, gatekeeping tenuto al minimo a favore di un incoraggiamento a investire nel rugby e crack finanziari progressivamente ridotti. 

Lo sconvolgimento dei grandi investitori

Non a caso, nel decennio successivo a cavallo degli anni ’10, il rugby francese ha attirato molti imprenditori pronti a investire in modo significativo. La trasformazione del campionato e del panorama rugbistico francese è netta, ma è un passaggio da un sistema vincente ad un altro. Nei primi anni del 2000, infatti, le squadre simbolo incarnano ancora la struttura innalzata dal passaggio al professionismo. 

Si può citare Biarritz, i Galacticos del rugby, rappresentante della forza delle tradizioni territoriali radicato nella regione basca francese, e Tolosa, di cui abbiamo parlato in un articolo precedente, fulgido esempio di un club capace di rinnovarsi grazie alla formazione e alla continuità. Due esempi di quanto il campionato fosse tra i più competitivi d’Europa, rimarcato dai cammini delle squadre d’oltralpe nelle competizioni europee. Tra il 1995 e il 2010, la Francia domina in Europa (avevamo parlato de La Rochelle qualche tempo fa). Porta a casa 5 Champions Cup, con 3 finale tutte francesi e con almeno una semifinalista in 13 e almeno una finalista in 11 delle 15 edizioni prese in considerazione. Statistiche simili in Challenge Cup dove le prime 4 finali vedono solo derby francesi (con 7 squadre diverse), a cui si aggiunge il trionfo di Clermont nel 2006 e la presenza marcata in finale in 10 edizioni su 14. 

Gli sponsor del rugby francese. Fonte: Sportbuzzbusiness

Gli investimenti massicci, dunque, non hanno creato il successo del Top 14, ma di sicuro da esso sono stati attratti. A cominciare dalla seconda parte del primo decennio del nuovo millennio, è evidente un cambio di passo e di guardia. Tolone divenne il simbolo di questa fase grazie all’arrivo di stelle internazionali – tanto da essere paragonato al coevo Chelsea di Abramovich nel calcio – tra cui ricordiamo Jonny Wilkinson, Matt Giteau, Bryan Habana e Bakkies Botha, per citarne solo alcuni. L’altro lato della medaglia è il Racing, che con Jack Lorenzetti risorge e poi splende con ingaggi come Jonathan Sexton, Juan Imhoff e Dan Carter. 

Senza per questo precludere a sperimentazioni alternative, come il caso dello Stade Français di Max Guazzini che porta il rugby francese in una nuova epoca di campagne pubblicitarie e marketing, o il modello di Clermont, storicamente legato al supporto di Michelin. Entrambi esempi da cui la LNR prenderà ispirazione per alcune scelte vincenti. Una rivoluzione avvicinata dall’attenzione di un campionato di vertice e che, tuttavia, non sarà mai in grado di soppiantare un sistema che, per la solidità delle sue fondamenta, è in grado di assorbirlo e inglobarlo come non succede altrove. 

Il Top 14 iniziò a essere percepito come una destinazione prestigiosa per i migliori giocatori del mondo ma, non per questo si snaturò. Né, questa evoluzione, è stata in grado di creare un problema al rugby francese o alla Nazionale. Alcuni club sono stati ridimensionati, a beneficio dei “nuovi arrivati”, senza mai sparire; nel frattempo i giocatori francesi migliori hanno continuato a trovare spazio e crescere, tanto che il periodo coincide con un’epoca fortunata per i Blues.

Fine prima parte.
Nella seconda parte, che uscirà a ottobre, analizzeremo quali siano i pilastri finanziari e regolamentari che sostengono il rugby francese e ne permettono la sopravvivenza e lo sviluppo.


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