In un campo da rugby, non c’è nulla di più affidabile e sicuro di un pilone nel suo elemento. A prescindere da come evolverà il gioco del rugby, che fra gli sport è uno di quelli che più ha saputo cambiare per adattarsi, c’è un ruolo che non ha mai perso la propria centralità: il pilone.
” ‘Cause though the truth may vary
This ship will carry
our bodies safe to shore”
– Little Talks, Of Monsters and Men
Rinoceronti volanti
Quando la palla scorre per il campo, di mano in mano, sorvolando orizzontalmente le linee di corsa dei giocatori in inserimento, possono passare inosservati. Ma a prescindere dal clima, dal livello tecnico della squadra, o da quello del campionato, c’è una certezza cui ciascuna squadra di rugby si appende nei momenti di difficoltà: quelli grossi con la 1 o la 3 sulle spalle. Non è solo una questione di mischia. Infatti, cosa c’è di più sportivamente eccitante nel rugby che vedere un corpo da 135 kg che sfonda un placcaggio e guadagna un inaspettato corridoio di corsa mentre la difesa, colta di sorpresa, cerca di riorganizzarsi per tappare il buco? “It’s panic station”, come dicono in Inghilterra, la difesa sembra un formicaio su cui qualcuno ha inavvertitamente appena messo un piede: un brulicare di giocatori che corrono come polli senza testa in un cortile cercando di capire chi fermerà il bolide lanciato a una velocità superiore a quella consentita. Spesso questa responsabilità finisce per essere del numero 8 o di qualche altro coraggioso che i vecchi dello spogliatoio definirebbero “stagno”, mentre dagli spalti si solleva un “aah” che è un misto di sollievo in casa e rimpianto in trasferta.
I mostri sacri del campo da gioco
Se riguardassimo delle partite di rugby di una trentina d’anni fa, noteremmo subito una grande differenza nei fisici delle prime linee in campo rispetto a quelle di oggi. Il pilone tradizionale novecentesco era un gigante da mischia, costruito appositamente per farti soffrire le pene dell’inferno all’ingaggio in chiusa. Poco importava se fra una mischia e l’altra passeggiasse per il campo come Golia mentre Davide con la sua frombola gli gira intorno. Il suo ruolo non era placcare, portare palla, sfondare la difesa. Il suo ruolo era incutere timore, fisicamente e psicologicamente. Nazionali come l’Italia hanno costruito un rispetto internazionale in mischia chiusa nonostante i risultati non esattamente idilliaci anche grazie a questo tipo di profili, che ancora oggi a distanza di vent’anni rimangono nomi noti a tutti gli appassionati. Recentemente in un’intervista, Trevor Nyakane (pilone degli Springboks) ha parlato del suo debutto 13 anni fa contro l’Italia. Voleva far bella figura stappando Castrogiovanni in mischia. ‘You know what? I’m going to make my name today. This is the time and the moment’, racconta di aver pensato. Per poi continuare raccontando di come in mezzo secondo dall’ingaggio si è trovato seduto sopra la seconda linea dietro di lui.
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Adattamento ed evoluzione
Negli ultimi 15-20 anni, il ruolo del pilone nel rugby è cresciuto a dismisura, arrivando a includere questi giganti del campo anche nelle fasi di gioco che tradizionalmente non gli appartenevano. Nell’ultima decade abbiamo visto Tadhg Furlong effettuare un side-step con una leggiadria da ballerina, ma anche Danilo Fischetti inseguire un gallese per 50 metri di campo fino a prenderlo in campo aperto e forzare il tenuto. Nel Sei Nazioni 2026 abbiamo anche visto Rhys Carré (pilone gallese) fare una meta “da ala”, sfruttando un buco nella difesa irlandese lasciatogli dall’ala che gli volta le spalle. Insomma, cose da terza linea o da trequarti che ora fanno anche i piloni, in cambio di qualche chilo in meno in chiusa. Questi nuovi piloni mobili non sono più quei giganti barbuti e spesso capelloni che trasmettevano un’aura di ineluttabilità. Oggi sono degli atleti a tutto tondo atleticamente, fisicamente e tecnicamente, una risorsa irrinunciabile per una squadra che punta a vincere qualcosa. Recentemente si è parlato di depotenziare la mischia ordinata per favorire lo spettacolo, ma il discorso è caduto nel silenzio disinteressato dell’opinione pubblica, perché come detto all’inizio di questo articolo: cosa c’è di più elettrico di un pilone che corre libero su un prato?
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Futuro: chiusa o corsa?
Guardando la traiettoria lungo la quale si sta evolvendo il rugby di oggi, viene da pensare che anche se la mischia rimarrà centrale nel rugby, il pilone ideale continuerà ad evolversi. Se vent’anni fa era praticamente un orco, oggi è un atleta corpulento col quale non vuoi scontrarti. Molte squadre nazionali stanno iniziando a testare mischie più leggere per favorire il gioco aperto, inserendo delle terze linee in seconda, e alleggerendo i tallonatori per farli essere più rapidi nel punto d’incontro. Per quanto riguarda i piloni, si sta osservando una chiara riduzione di peso in favore di un fisico più compatto e adatto a ogni fase del gioco. Sembra, però, ancora molto lontana la possibilità che una squadra decida di fare a meno di due “grossi”. Puoi sacrificare la mischia quanto vuoi, ma la linea della difesa la devi sfondare in qualche modo. Se non ci riesci con la velocità, ci riesci con l’urto abrasivo di un corpo molto denso, lanciato alla velocità del suono contro le gracili braccia del malcapitato secondo centro troppo alto sulle gambe e mal posizionato in difesa. Prepariamoci a vedere questo tipo di situazioni sempre più frequentemente; francamente, non vedo l’ora.
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