A settembre ci saranno le elezioni FIR per determinare chi sarà il nuovo presidente federale. I candidati sono il presidente uscente Marzio Innocenti, e gli sfidanti Massimo Giovanelli e Andrea Duodo. Abbiamo realizzato delle interviste con gli ultimi due per permettere a tutti di capire meglio le loro idee per cambiare il rugby in Italia. Ecco quella con Andrea Duodo.

Chi è Andrea Duodo

Duodo è il candidato dei gruppi “Pronti al Cambiamento” e “Italia Rugby 2030”. Ha 53 anni, è nato a Mirano (VE) e vive a Treviso, dove fa il commercialista e revisore, professione che ricopre da quasi 25 anni. È stato il revisore di conti della Federazione Italiana Rugby negli ultimi tre mandati (Dondi, Gavazzi, Innocenti). Da giovane ha giocato a rugby fra Benetton Treviso e Mirano, nonché in Australia ed Inghilterra nei rispettivi campionati domestici. Negli anni ha poi ricoperto ruoli manageriali nelle nazionali U20, Emergenti, A, e U25.

Andrea Duodo (foto fornita dal gruppo elettorale)

Serie A Élite

Partiamo dalla Serie A Élite. Come pensate di valorizzarla?

Fare programmazione è la cosa più importante. Il campionato d’Élite è un campionato da valorizzare, non lo è mai stato a sufficienza. Ci sono società che mettono notevoli quantità di soldi, fino a milioni di euro. Va fatta una riforma che sia a sostegno di questi imprenditori che sostengono il movimento per valorizzare il prodotto e avere una ricaduta positiva.

La lega dei club è un ottimo punto di partenza per avere della progettualità col fine di valorizzare sia i club che il campionato in sé come prodotto. Se tutti andiamo nella stessa direzione, il pacchetto “Serie A Élite” può diventare qualcosa di interessante da vendere. La programmazione però va fatta a medio-lungo termine per i prossimi due-tre anni. Se non riesci a fare programmazione è difficile avere un futuro. Quando un club investe su un giocatore o un tecnico vuole delle garanzie.

Immaginiamo questo scenario: la lega dei club viene costituita e domani sei il presidente federale. Quali sono le tue priorità per il campionato?

Innanzitutto creiamo il contenitore, la lega di club, e mettiamo in questo contenitore un tavolo di confronto fra club e federazione. La FIR deve fare supervisione tecnica, impartire parametri di crescita e di sviluppo, perché l’obbiettivo alla fine è ottenere giocatori pronti per l’alto livello. Dall’altro lato i club devono partecipare alla progettualità uscendo dai campanilismi e unendo le forze in una progettualità virtuosa congiunta.

L’Élite è la palestra dell’atleta giovane che può ambire all’alto livello: bisogna passarci per forza. È un palcoscenico di medio-alto livello con strutture votate alla crescita e di qualità. Le accademie U23 delle due franchigie hanno parcheggiato lì una ventina di atleti dal profilo adeguato all’alto livello, che non hanno avuto possibilità di confrontarsi. Questo ha privato il campionato Élite di una ventina di giocatori di qualità che potevano cogliere un’opportunità di crescita nel giocare con continuità.

Le due accademie U23 delle franchigie non dovrebbero a mio avviso più esistere. Anche perché le franchigie avrebbero modo di valutare sul campo dei potenziali permit player invece che solo in allenamento. Per fare un esempio, io vedo più di buon occhio una situazione dove un giocatore gioca col Mogliano e all’occorrenza può esser preso da Treviso, piuttosto che il contrario. Perché il ragazzo cresce solo giocando e confrontandosi.

Rendere il campionato appetibile: nel concreto cosa vorreste fare per questo scopo?

Innanzitutto renderlo più armonizzato con i vari calendari dell’URC e del 6 Nazioni, perché se Petrarca-Rovigo si gioca durante una partita del Sei Nazioni perdono entrambi. Più possiamo vedere rugby, più possiamo esserne attratti e attirare nuove persone, per cui spingere sulla televisione è importante, con date e orari certi: nel campionato dello scorso anno non si aveva idea di quali partite sarebbero state trasmesse, e a che ora.

Un’altra ipotesi futura è quella di un canale solo di rugby in stile Super Tennis. Permetterebbe a più persone di venire a contatto col rugby, di conoscerlo, capirne le regole. Più partite si vedono, più se ne viene coinvolti.

È importante anche cercare di creare sinergie fra vari livelli: competizioni interne fra livelli diversi come una coppa Italia ripensata, dove società in cima alla classifica di Serie A possono confrontarsi con le società di Élite. Il rugby è fatto di momenti di condivisione dove misurarsi. Imparo se gioco contro i migliori.

Ogni anno perdiamo talenti passando da U20 a pro. Pensiamo ad esempio a Genovese, parcheggiato alle Zebre due anni. Cosa vorreste fare per ovviare a questo problema?

In questo triennio non si è investito molto sulla base. Non c’erano i numeri neanche per costituire le due accademie delle franchigie. Genovese, ad esempio, è andato alle Zebre con la progettualità di farlo crescere, però non è avvenuto perché chiuso nel ruolo da un pilone straniero. Qual è la progettualità?

Lo stesso Montemauri: lo porti via dalla squadra campione d’Italia e non gli dai mai la possibilità di crescere sul campo in URC. Magari non è un fenomeno, e se lo è che lo dimostri, ma la progettualità è sapere che il giocatore giocherà un numero minimo di partite, alcune chiave, e avrà le sue chances di dimostare il suo valore sul campo.

Che senso ha gestire le Zebre come una squadra che deve fare risultato, quando è la franchigia che hai scelto per lo sviluppo? Ad esempio non è detto che un pilone che gioca nell’Élite non possa crescere, perché gioca con continuità. Se la franchigia è federale, allora per me dovrebbero esserci solo 4-5 stranieri atti alla crescita degli altri. È stato preso un tongano di 33 anni invece che far giocare le terze linee di prospettiva che avevamo già in franchigia. Manca la progettualità.

Franchigie e bilanci

Tocchiamo il tema delicato dei bilanci, che è un po’ il tuo, del resto. Le entrate derivanti dall’ingresso di CVC nel 6 Nazioni non ci saranno i prossimi anni, quindi da qualche parte si dovrà tagliare. Tu da dove cominceresti?

Gli investimenti fatti sulle franchigie sono molto ingenti, ma sono anche difficili da toccare perché ne risente direttamente la nazionale. Andrebbero però armonizzati sulle necessità delle due franchigie, perché la crescita non può passare solo ed esclusivamente da una squadra. Attualmente Treviso dà più di venti giocatori alla nazionale, mentre le Zebre meno di cinque. L’obbiettivo dovrebbe essere livellare questo scompenso, perché questi giocatori faranno cinque settimane di vacanze dopo il tour estivo e inizieranno la preparazione molto dopo gli altri: stai penalizzando il tuo club di punta.

Le Zebre costano pìù del Benetton, perché oltre ai giocatori la federazione paga anche lo staff, i dirigenti e la cittadella del rugby. Non sei mai riuscito a creare nulla di “sexy” per attrarre risorse economiche nel giro delle Zebre, e di conseguenza, i costi sono a carico tuo. In Veneto fra Treviso, Padova e Rovigo ci sono tre culture diverse ma comunque sul territorio la franchigia basata su un club privato con i suoi finanziatori funziona. Parma non è stata capace di procurarsi le stesse risorse, e la FIR, dovendo garantire due squadre in URC, ha dovuto assorbirne i costi di gestione per mantenerle in piedi. Questo, però, non dovrebbe essere il compito della federazione, che invece avrebbe il compito di diffondere e promuovere il rugby.

Pensi che sarebbe utile convertire le Zebre in una vera e propria franchigia di sviluppo?

Se si decidesse di valorizzarla come franchigia di sviluppo, servirebbe prendere accordi con Treviso. Non possiamo avere 12 stranieri in una squadra che consideriamo di sviluppo. Non possiamo comprare aperture argentine quando porti Montemauri dal Rovigo alle Zebre per crescere, facendo poco minutaggio. O decidi di essere la fucina di talenti, o privatizzi. Ricordiamoci che Connacht era una squadra di sviluppo della IRFU, venivano indirizzati lì tutti i profili di giocatori in crescita (qui il nostro articolo con il loro staff, ndr). Si è fatto spazio sgomitando ed è diventata competitiva, attraendo sponsor. La chiave è stata la progettualità.

Ma quindi preferiresti privatizzare le Zebre, o credi che vada cambiato il piano di investimento?

Privatizzando la franchigia risparmieresti molte risorse che potresti investire nel campionato d’Élite e sottostanti. La finalità della federazione è di promuovere il rugby, non di avere partecipazione nelle squadre. La prima azione da fare, guardando i conti, sarebbe forse quella di privatizzare perché ti toglieresti il problema, risparmieresti soldi da reinvestire.

Qualsiasi sia la scelta che si farà, però, deve esser fatta con in mente il bilancio, razionalizzando e tagliando costi che al momento sono proibitivi. Quando tagli vuol dire che non hai risorse da investire, mentre noi dobbiamo sia tagliare che individuare dove investire. Io ho idea di dove tagliare, ma non sono sicuro che basti. Il primo anno saranno sangue e sudore: se tagliamo le Zebre, privatizzando, questo comporterebbe tagli consistenti che ridurrebbe molto le problematiche di bilancio.

Per esempio, quando sento dire di riportare la casa del rugby al Flaminio mi chiedo: ma con che soldi? Chi ce li ha venti milioni? È molto romantico, ma queste affermazioni sono prive di numeri a sostegno.

E quindi dove investiresti?

Noi abbiamo aperto un tavolo da ascolto. Le esigenze si differenziano da nord a sud, e non sempre sono di caratterere economico. Aiutare la formazione dei tecnici, per esempio. A volte al nord ti dicono “meglio supporto tecnico dei mille euro in più”. Questo significa avere la possibilità di crescere attraverso la FIR. Supporto non solo tecnico ma anche manageriale: con la riforma del diritto sportivo è cambiato tutto, le piccole società di appassionati ora sono delle realtà che l’agenzia delle entrate controlla. Se dai un supporto gestorio questo è molto apprezzato dai club, soprattutto quelli piccoli e meno attrezzati.

La federazione deve essere più trasparente e presente nella vita dei club, e delle famiglie che li compongono. Essere vicino alle famiglie può aiutare a reclutare nuove presenze: non necessariamente i figli ma anche i genitori, che partecipano di più, e magari uno di questi è imprenditore e ci mette due soldi in più.

Poi ci sarebbe da mettere mano alle tabelle dei rimborsi che son ferme al costo della vita di 5 anni fa.

Uno dei problemi classici di cui si lamentano i club, spesso piccoli, è l’impiantistica. Che cosa si può fare per aiutarli?

Tutti vogliono l’impianto nuovo, ma spesso bisogna passare per un bando pubblico per avere i finanziamenti, e la FIR dovrebbe aiutare le società a vincerli. Se tu FIR non sei presente, al club manca la garanzia e il supporto per rapportarsi con le istituzioni e (per esempio) ottenere l’uso di un campo adatto.

Costituire un ufficio di bandi pubblici è essenziale. Per esempio l’ultimo PNRR dava la possibilità di ottenere soldi da investire sul proprio campo. Cifre importanti. Se centralizzi la ricerca di questi bandi, la adatti alle regioni, e offri un servizio di consulenza amministrativa per i tuoi club, fai un lavoro unico che può essere spalmato poi su tante richieste. Affiancare ed aiutare a predisporre le carte: sembra un’idea irrealizzabile, e invece son cose molto semplici che se organizzate sono molto efficaci.

La federazione non è efficace perché non è managerializzata e non ci sono ovunque le competenze e le professionalità adeguate. Bisogna che si cominci a strutturare la federazione come un centro di competenze e servizi.

Sud, femminile, sevens

Uno dei problemi al Sud è quello di coinvolgere le comunità, così da aumentare l’attività territoriale per fare propaganda e formazione. Come pensate di farlo?

Torniamo sempre alla frase: promuovere la federazione come centro di servizi. I comitati territoriali in questo momento sono avamposti politici. Bandierine messe lì. Nell’ultima campagna politica si è parlato di aumentare esponenzialmente gli investimenti nei comitati regionali, ma ben poco è stato fatto. I comitati regionali devono avere una maggiore indipendenza economica ma anche gestionale, per poter promuovere eventi che possono essere portatori di risorse e che funzionano in quel territorio specifico.

In montagna c’è lo snow rugby. Al mare c’è il beach rugby. Creare eventi dove si promuove il rugby è importante, mostrandone le qualità ma anche dando l’idea che tutti possono giocare, divertendosi. Quindi dando più libertà anche gestionale ai comitati regionali si dà loro più capacità di manovra nel creare (per esempio) eventi che possano coinvolgerne le comunità nel modo più corretto per quelle comunità che rappresentano.

Nello specifico al Sud, quali sono delle misure che vedresti come utili?

Il Sud è un argomento di propaganda elettorale che non ha avuto grande seguito. Molti soldi investiti nel mandare qualcuno qualche volta senza creare grandi rapporti. Hanno fatto di più le Fiamme Oro, per esempio. Il sud ha 12 milioni di abitanti, vuoi che non si riesca a trovare 50 giocatori per imbastire un progetto competitivo? Ci sono tante realtà piccole che si fanno la guerra per campanilismo invece che collaborare verso un risultato. L’agonismo andrebbe messo solo nel campo quando hai maglie diverse, ma fuori, le sinergie significano risultati. È un problema risolvibile solo nel lungo termine, ma cominciare a fare qualcosa in questa direzione è l’importante.

Vorrei tirare in ballo le accademie FIR in questo momento: oggi abbiamo in nazionale giocatori giovani che sono frutto di un investimento del passato. Questi giocatori sono nati con una progettualità di investimento di 12 anni. Quando stavamo iniziando a raccogliere i frutti un paio di anni fa si è deciso di disgregare questo sistema, mettendo delle pezze senza progettualità come i poli di sviluppo (qui il nostro articolo del 2022 che spiega la riforma). Lo stesso discorso vale per il Sud: manca la progettualità, non sono state fatte scelte con visione a lungo termine.

Credi che un’accademia al Sud, come succede in Galles nei territori poco popolati del nord, funzionerebbe?

Nei territori a bassa densità di club come il Sud, un centro di raccolta centralizzato che raccolga i migliori talenti potrebbe essere l’inizio per trovare una soluzione. Far confluire le migliori leve del Sud in un centro unico di formazione più avanzata per dargli una concreta possibilità di emergere ha più senso, piuttosto che crearlo al centro del Veneto dove ci sono già vari club dotati di risorse importanti che già fanno questo lavoro di raccolta e formazione.

Non ha senso mettere un’accademia a Treviso, Padova, Rovigo quando i club già fanno questo lavoro. In Sicilia e Campania, invece, potrebbe essere un’opportunità per far confluire il poco talento a disposizione in un unico posto e (magari) fargli giocare una serie più importante. Ribadisco, però, che questa progettualità deve durare 2-3 mandati, non anni. Il programma deve sopravvivere il singolo presidente e andare avanti negli anni.

Pensi che far giocare la nazionale anche al Sud aiuterebbe la diffusione del rugby nelle zone dove è meno seguito?

Sarà difficile portare il rugby al Sud adesso, perché hanno fatto delle convenzioni per tre anni con degli stadi. Per tre anni si andrà allo Juventus Stadium, un accordo economicamente non molto conveniente, poi Udine e Genova. Riuscire a portare una partita al Sud per me è essenziale, però è importante vincere le resistenze di chi amministra gli stadi locali. Se provi ad andare a Napoli è facile che non ti diano lo stadio, mentre in altre realtà magari la struttura c’è ma non è conforme alle norme di World Rugby.

Ormai gli atleti sono super-professionisti, e gli devi dare dei servizi e dei benefit pari alla prestazione che ti aspetti da loro. Giocare al Sud è una cosa che sarebbe stupenda ma di difficile organizzazione per questi motivi qua. Per esempio, giocare contro l’Argentina a Napoli sarebbe stupendo per ovvie ragioni, e sono sicuro che riempiresti lo stadio. Al contrario, Genova e Torino sono molto vicine ed è probabile che chi va a vederne una non vada anche all’altra. Poi bisognerebbe capitalizzare al massimo sugli eventi più grossi: con gli All Blacks ci devi riempire i 70,000 dell’Olimpico e fare bottino pieno, e invece vai in uno stadio da 40,000 posti come lo Juventus Stadium dove hai un ritorno economico inferiore.

Parliamo di Sevens. Cosa vorreste fare per valorizzare questa realtà?

Abbiamo raggiunto il record di atleti italiani alle olimpiadi. Si per atleti che per sport. È una grossissima opportunità, quella del Sevens olimpico, ma noi non investiamo. Basterebbe avere una convenzione con un gruppo sportivo, ad esempio militare per avere sicurezze economiche, e investire nella formazione di una ventina di atleti dedicati a questa disciplina.

Prendiamo ad esempio le Fiamme Oro: hanno un numero molto elevato di atleti che partecipano alle olimpiadi nelle varie discipline, bisognerebbe far confluire lì i rugbisti e gli atleti di altre discipline interessati al Sevens. Nell’atletica sicuramente ce ne sono molti che potrebbero interessarsi al rugby a sette. Noi non riusciamo a coinvolgere atleti perché non mettiamo a disposizione delle risorse e non riusciamo ad attivare dei programmi con le istituzioni.

L’unico che aveva iniziato ad attivare qualcosa era Orazio Arancio (qui la nostra intervista del 2023), che aveva iniziato a parlare con le istituzioni. Ha fatto un lavoro enorme: gli venivano dati pochi soldi e ci doveva star dentro tutto, ma qualcosa si era creato. I ragazzi che andavano a giocare non prendevano granché, e non si è fatto un progetto serio per crescere. Non c’è gente professionale e managerialmente preparata che va a bussare alle porte con progetti convincenti.

Nel caso del rugby femminile potrei farti la stessa domanda: che piani avete?

Il femminile ha un’enorme potenzialità di crescita. Ampliare la base di giocatrici è essenziale. Le franchigie territoriali, i tornei scolastici, i tornei territoriali fra regioni, devono essere attivati per coinvolgere giocatrici nella promozione dello sport atta all’ottenere diffusione e nuove iscritte.

Aiutare anche economicamente la crescita del rugby femminile in Italia è importante, ma non credo che l’aver contrattualizzato alcune delle giocatrici in vista del mondiale abbia aiutato. È chiaramente positivo aver investito economicamente, ma ha anche creato delle differenze economiche e di status fra le atlete: alcune azzurre erano diventate professioniste al 100% mentre altre dovevano smezzarsi con un altro lavoro, tutte però parte della stessa squadra e con gli stessi obblighi. Finito il mondiale non se ne è più parlato: si è trattato dunque di contributi a pioggia senza progettazione a lungo termine.

Per aumentare le iscritte è importante investire molto sulla visibilità e la comunicazione del nostro prodotto: per esempio, il Sei Nazioni è una vetrina importantissima per il rugby italiano dove molta gente che normalmente non segue questo sport si guarda una partita. Per ampliare la base di atleti e atlete bisogna sapersi promuovere bene fra queste persone, comunicare bene, è in questo siamo molto carenti. Gli open day, il rugby inclusivo, il beach rugby, sono tutti eventi che si in parte si fanno già, ma andrebbero promossi molto meglio per attrarre nuovi atleti e atlete.

Quindi possiamo dire: parole chiave “promozione del prodotto”?

Ti faccio un esempio: a Italia-Scozia del Sei Nazioni quest’anno c’è stato un gruppo di scozzesi patrocinati dalla Scottish Rugby Union che si è fatta dalla Scozia a Roma in bici per raccogliere fondi a sostegno di My Name’s Doddie, la fondazione per la ricerca contro la MND fondata da Doddie Weir, ex seconda linea della Scozia deceduto purtroppo a causa di questa malattia. Non li hanno premiati, non li hanno menzionati, una figuraccia. Non abbiamo fatto niente per un evento di inclusività ed emotività pazzesca, che fa da palcoscenico ai valori del rugby che tanto si cerca di promuovere. Noi invece facciamo la foto del presidente che parla in spogliatoio e basta: questo non è comunicazione.

Le priorità

Se non comunichiamo bene il nostro prodotto, non troveremo nuovi atleti per crescere. Che piani avete su questo tema?

Sui social media la federazione fa un po’ il compitino. Il sito della FIR è un sito difficile da utilizzare, poco accessibile, che non aiuta a promuoversi. La promozione del rugby e dei suoi valori viene fatta in modo vecchio e soprattutto viene fatta troppo poco. Gli eventi che potrebbero attrarre visibilità non vengono promossi o addirittura neanche organizzati.

Ti faccio un esempio: a Jesolo ogni anno organizzano un torneo enorme di beach volley, uno sport che si gioca in due persone, attraendo migliaia di persone con introiti enormi derivanti dall’evento e una visibilità incredibile. Non siamo capaci anche noi di promuovere allo stesso modo i nostri eventi? Pianificando e progettando a lungo termine si possono raggiungere questi stessi risultati.

Un altro esempio è quando guardi una partita di campionato d’Élite. È il massimo campionato italiano, e allo stadio i tifosi ci sarebbero, ma non vengono quasi mai inquadrati. Spesso il telespettatore vede l’altro lato, che può essere una tribuna vuota oppure addirittura un campo. Questo non comunica un prodotto attraente: invece che mettere la telecamera dove c’è la spina, bisognerebbe provare a ragionare su come cambiare questa dinamica perché si inquadri il pubblico e si veda che c’è grande partecipazione.

Andiamo a concludere in modo più generale: le tue tre priorità se sarai eletto?

Riportare il movimento italiano al centro della progettualità. Adesso è tutto votato all’alto, ma se è vero che nella punta c’è il motore e arrivano i soldi, se non alimentiamo la base moriamo. I numeri sono chiari: stiamo perdendo club, attività e formazione. È essenziale reinvestire sulla base investendo in formazione, impiantistica, reclutamento e rapporti fra club e istituzioni.

Scuole e università, per esempio, sono luoghi dove cercare nuovi atleti ma anche nuovi formatori. Penso sempre che a Scienze Motorie ci siano sicuramente molte figure competenti che potrebbero diventare formatori nel rugby se ci fosse un percorso di formazione dedicato. Quando diffondi la cultura è più facile aggregare e richiamare persone. In questo entra in gioco molto anche la comunicazione: il nostro è un prodotto difficile da promuovere ma è spettacolare e ha dei benefici e dei valori importanti.

Ultima domanda: perché votare te, e non gli altri?

Votando me voti una squadra di persone che che mettono a disposizione le competenze acquisite nella propria vita lavorativa per migliorare quello che è attualmente il sistema federale. La volontà è quella di portare delle competenze individuali importanti in FIR per far fronte con competenza ai problemi che abbiamo identificato.

Non sono mai stato tipo da prima pagina: la foto che hanno messo nella locandina, per esempio, è una foto di 5-6 anni fa. Mi han chiesto se non ne ho una più recente, ma io gli ho detto “guarda sinceramente, io sono quello che fa le foto”. Io sono abituato a fare, non apparire, e al momento vedo molta apparenza.

Io porto il mio: professionalità, competenza e progettualità a lungo termine. Dò la mia disponibilità per 4 anni e non ho intenzione di attaccarmi alla poltrona, sarà il movimento a decidere se rieleggermi, nell’eventualità.

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