A Settembre ci saranno le elezioni FIR per determinare chi sarà il nuovo presidente federale. I candidati sono il presidente uscente Marzio Innocenti, e gli sfidanti Massimo Giovanelli e Andrea Duodo. Abbiamo realizzato delle interviste con gli ultimi due per permettere a tutti di capire meglio le loro idee per cambiare il rugby in Italia. Ecco quella con Massimo Giovanelli.
Chi è Massimo Giovanelli
Giovanelli è il candidato alla presidenza FIR del gruppo elettorale “L’Italia del Rugby”. Originario di Noceto (Parma), nella vita è stato per ben 37 volte capitano della nazionale italiana a cavallo degli anni ’90, partecipando sia nella storica vittoria di Grenoble (1997) che nel debutto al Sei Nazioni. Nella vita fa l’architetto di professione ed è imprenditore nel settore delle costruzioni. Parallelamente ha anche portato avanti gli studi in Business and Sports Administration. Fra i suoi sostenitori e collaboratori nel gruppo elettorale troviamo i tecnici Luca Martin e Sergio Zorzi, Marcello Cuttitta come responsabile del progetto Sevens, ed ex-giocatori azzurri come Simone Favaro.

Serie A Élite
Come pensate di valorizzare la serie A èlite?
Noi abbiamo diviso il nostro percorso in due tappe importanti. La prima è quella che abbiamo chiamato “il giro dell’ ascolto”, abbiamo girato tutte le società d’Italia per capire qual’era il loro sentiment nei confronti della loro attività, la loro visione e le loro aspettative progettuali. Su questo abbiamo creato il nostro programma e ora stiamo tornando a fare il giro dei club per dirgli che abbiamo raccolto tutte le le loro istanze, le abbiamo fatte nostre e le abbiamo messe in una centrifuga che è stato un lavoro importante, durato mesi, per creare un vestito che calzasse. Perché questo preambolo sulla domanda sulla serie A èlite? Perché noi fin dall’inizio abbiamo avuto questa visione sulla necessità della costituzione di una lega, siamo stati premonitori del momento che stava arrivando. Nel nostro piano strategico la federazione deve tornare a fare la federazione e quindi, come dice l’articolo 2 dello statuto, deve occuparsi dello sviluppo e della promozione del rugby su tutto il territorio italiano. Noi pensiamo che la federazione abbia troppe diversificazioni e che si muova su campi che non sono congeniali come quello della promozione dei campionati. Se ci paragoniamo ad altri sport di cui non siamo neanche lontanamente vicini sul numero di praticanti o sull’interesse mediatico che muovono, lasciando stare il calcio che ha il 53% di attenzione mediatica, abbiamo al secondo posto il tennis che è figlio di investimenti e progettualità annuali che hanno prodotto i vari Sonego, Musetti e Sinner, per poi tornare agli sport di squadra con basket e pallavolo. Tutti i maggiori sport italiani hanno una lega club, se vogliamo conformarci e diventare uno sport popolare, diventando il maggiore sport all’ aperto dopo il calcio, dobbiamo strutturare il nostro movimento. Nella nostra idea la federazione si deve disancorare dall’organizzazione dei campionati di serie A e serie A èlite, oltre a questo c’è il tema della privatizzazione della franchigia, perché una squadra che partecipa ad un campionato come la URC non puó essere gestita come una squadra della serie A èlite. Treviso ha un budget complessivo di 15 milioni, con una capacità di raccolta di 10 milioni. La licenza URC è su un territorio con una società che ha vinto diversi titoli, con una storia importante e questo fa si che il Monigo sia sempre pieno, che vinca e che non vinca perché c’è un tessuto culturale che sostiene questo alto livello. Diversa è la situazione delle Zebre che da 10 anni continuano a non produrre risultati sportivi e hanno mancato la loro mission, per farla breve ad oggi le Zebre costano alla federazione 4 milioni che sarebbe un taglio verticale in un eventuale cessione del mercato come a Padova, in Veneto, che è il Galles d’Italia, oppure a Roma dove ci sono degli industriali che hanno fatto suonare delle sirene, oppure mettiamola a mercato dove ci sarà un gruppo arabo che si comprerà la licenza. La federazione si deve sgravare di una zavorra che oggi ha strutture, competenze e dinamiche economiche che non possiamo permetterci.
Sulla lega dei club, secondo te la costituzione della lega nel concreto come potrebbe aiutare a valorizzare quello che abbiamo adesso?
Facciamo prima a dire quello che non c’è, perché ad oggi il campionato di serie A èlite non ha nessuna copertura mediatica da un punto di vista della comunicazione moderna, non c’è una trasmissione che parli del campionato. Oggi buttiamo la finale in prime time sulla Rai e siamo al primo post per flop degli spettatori, il rugby di club è un prodotto che deve essere lanciato. Facciamo fatica ad avere visibilità durante il 6 Nazioni se c’è una nazionale claudicante, abbiamo un po’ di visibilità dopo una vittoria, ma l’anno scorso per intenderci la Gazzetta dello Sport ci ha dedicato mezza pagina per Italia vs Irlanda solo perché l’Irlanda era prima nel ranking. Il prodotto del campionato non vale, questo è fuori discussione, da tecnico posso dire che non vale un Prod2 francese, forse una Federal 1 come qualità di gioco e qualità dei singoli giocatori e parliamo di qualità di gioco perché sull’ambito economico siamo su due mondi diversi. Il rilancio dei campionati deve essere fatto giocando su piani paralleli, ci deve essere un rilancio mediatico progressivo in relazione alla qualità del prodotto. Dobbiamo trovare una radio che sia partner, dobbiamo ritrovare un rapporto con RCS che ci siamo giocati anni fa, dobbiamo comprarci delle pagine sulla Gazzetta dello Sport. Se voglio dare risalto e richiamare potenziali investitori dobbiamo dargli visibilità, abbiamo preso contatti con una società di Cologno Monzese per ragionare su una televisione on demand sul modello di Super Tennis. Se c’è progettualità gli investitori arrivano, dobbiamo alzare la qualità del prodotto con la formazione dei tecnici e mettere un vincolo a stranieri di terza fascia che tolgono il posto ai nostri giovani. Dobbiamo uscire dal modello pauperistico della piccola città che gioca in serie A èlite, quando abbiamo parlato con la società di produzione di Cologno Monzese la prima cosa che ci hanno chiesto è stata “ma nel campionato sono presenti Roma e Milano?” questo perché sono indicatori di pubblico e da noi Roma e Milano non ci sono. Se vogliamo investire in un prodotto fresco e attrattivo non possiamo non avere i grandi centri urbani, le capitali economiche e politiche ci devono essere, ma non ci possono non essere le grandi capitali del sud come Palermo, Napoli, Bari e Cagliari. Se vogliamo diventare uno sport popolare credibile, l’azione congiunta di questo periodo ibrido in cui la federazione sostiene il percorso di rilancio della lega, deve puntare in questa direzione. Poi ci sono le eccezioni come il Leicester per il calcio inglese.

Rilancio e aggregazione
Hai parlato di rilanciare le grandi città, cosa farà la federazione per portare Milano, Napoli o Catania all’alto livello?
Ci sono due tipi di azioni che devono essere fatte, ci deve essere il rilancio di grandi realtà storiche come l’Aquila o Catania, ma anche grandi città come Genova e la Partenope dove giocava Bollesan. Dobbiamo rilanciare Milano che al tempo con Treviso formavano di fatto le due franchigie italiane e sono riuscite a fornire alla nazionale 60 giocatori. La federazione deve incubare delle situazioni che hanno bisogno di acceleratori come Milano e Roma, perché oggi le Fiamme Oro sono una bellissima realtà, ma non possiamo dire che rappresentino Roma. Incubatori vuol dire spingere sull’aggregazione territoriale e spingere sul senso di appartenenza. Io penso a un TOP14 italiano a fine mandato dove ci siano le metropoli come Roma, Milano, Napoli, Palermo e Bari.
Quindi in concreto la federazione interverrà per aggregare quelle realtà come Catania in cui ci sono più squadre come CUS, Amatori, Briganti di Librino per creare una franchigia da portare all’alto livello?
Hai detto bene, un progetto di franchigia. Oggi vediamo franchigie di sopravvivenza dove più realtà si mettono insieme per poter partecipare a un campionato perché non hanno i numeri, ma da questa sopravvivenza di solito alcune delle realtà spariscono e quelle che rimangono finiscono per litigare. Abbiamo assistito alla scomparsa di più di 100 società in due anni, che è un numero alto non riscontrabile nei numeri ufficiali, ma noi ce l’abbiamo perché quando chiamiamo i club per incontrarli sul territorio, scopriamo che queste società pur essendo registrate, non esistono più. Ci sono dei numeri occulti che sono ancora peggio di quelli ufficiali. La federazione dovrà essere pronta ad investire e sostenere un modello di aggregazione, dove non è la società grande che mangia quella piccola, ma dove quella grande aiuta quelle piccola a crescere. È un modello che deve essere replicato su tutto il territorio.
Questo modello di aggregazione in questo momento c’è o verrà sviluppato una volta eletti?
Il modello non ce l’abbiamo ancora pronto, abbiamo presentato una bozza ad alcuni club di Roma ed è sul modello della cooperativa. Nel momento dell’entrata nella cooperativa si va a stabilire il valore del socio con dei parametri come il numero di tesserati e le strutture che mette a disposizione. Ognuno entra con la sua quota, questo modello in Emilia è di casa e questo consente un modello di entrata e uscita indolore, mettendo dei parametri di partecipazione come una presidenza a votazione annuale. Ci sarà un consiglio che delibera, ci sarà un direttore generale la cui formazione e stipendio saranno a carico della federazione per consentire di avere nella cooperativa una figura preparata.
Abbiamo intervistato il rugby Cosenza, ci hanno parlato della difficoltà di giocare con squadre vicine, perché Cosenza è l’unica squadra iscritta ad un campionato di tutta la Calabria. Per gli atleti l’occasione della vita per salire di livello arriva quando magari ti vedono giocare ad un torneo, altrimenti non hai modo di farti notare. Per queste realtà avete un piano per cercare di fare scouting di talenti? Sarà possibile aggregarle ad altre squadre?
Ci sono zone come il Friuli che lavorerebbero meglio con la Slovenia piuttosto che con la zona Sud del Veneto, stessa cosa per la Valle d’Aosta la Sardegna che hanno 4 squadre e a Novembre hanno già finito la stagione, mentre prima i campionati di serie B e C erano fatti con il Lazio e la Toscana. Oggi siccome il campionato è regionale non ha più le sovvenzioni per coprire i costi e per questo c’è un isolamento ovale. Scendiamo al Sud arriviamo in Campania e lì comincia il deserto dei tartari, alcune realtà storiche sopravvivono per cultura e perché c’è un sistema di padri e figli, ma al di là di Amatori Napoli e Partenope, tutto il resto è noia direbbe Califano. Se pensiamo ad azioni singole ci metteremmo 20 anni a trovare il bandolo della matassa, invece dobbiamo lavorare sinergicamente su diversi piani. Dobbiamo sostenere la rinascita di poli come ad esempio Reggio Calabria che giocava in serie A e legare il tema dello sport ad aree culturalmente e turisticamente elevate. Dobbiamo cominciare ad attivare delle sinergie che colmino questi buchi dati dalla bass qualità di un prodotto. Sul progetto sud dobbiamo investire su un sostegno economico alla logistica, sostenere le realtà esistenti ma favorire anche la nascita di realtà collaterali, perché ci sono tantissimi impianti sportivi dismessi e paesi che hanno potenziale di uno sviluppo, ma manca la fiamma iniziale. La federazione deve togliersi dei pesi come le Zebre perché dobbiamo investire massivamente su quello che è il rilancio del rugby capillarmente sul territorio, di cui la voce sul piano Marshall degli impianti è la voce principale. Tutti gli studi fatti sullo sport dicono che se c’è l’impianto sportivo c’è l’aggregazione e c’è il reclutamento, quindi il supporto politico all’aggregazione sul territorio è un tema principale. Chi ha il know how e le risorse economiche per fare questo? La federazione.

Impiantistica e formazione
Che priorità ha per la tua federazione questo piano Marshall per l’impiantistica nel sud Italia?
Il piano Marshall è rivolto a tutta l’impiantistica in Italia, nessuno deve rimanere indietro. Per noi la dotazione minima di una società è il campo da gioco, campo da allenamento possibilmente in sintetico di ultima generazione, club house, palestra, uffici e spazi ricettivi. Il club deve essere un centro di aggregazione socio – sportiva e non un “allenificio” dove i genitori portano l’atleta e lo vengono a prendere di corsa. Ci deve essere un centro di formazione, una socialità, dove tante famiglie che abitano in città vengono in un club con giardino e ristorante. Io lo chiamo “l’oratorio laico ovale”, un luogo dove si possa creare un sistema di economia circolare dove insegniamo alle società come fare cassa con tornei ed eventi. Per questo è importante la figura di un manager all’interno della società, il rugby ha un potenziale enorme sviluppato intorno alla figura dell’uomo – giocatore o donna – giocatrice, dobbiamo essere in grado di vendere il nostro prodotto nel mercato giusto e la comunicazione in tutto questo ha un ruolo fondamentale.
Come pensate di aumentare in concreto l’attività regionale per fare propaganda, formazione e sviluppo del rugby?
Il mantra di sempre è quello di uniformare la scuola di rugby italiano. Oggi da Aosta a Palermo ognuno insegna il rugby in modo diverso e questo è uno dei grossi problemi, infatti i ragazzi che arrivano in nazionale si portano dietro questi difetti che ci fanno perdere le partite. Vi faccio un esempio, ogni squadra francese di club ha almeno 2 – 3 piazzatori, mentre noi ancora oggi perdiamo partite perché non abbiamo una scuola di piazzatori. In concreto, andremo a formare uno staff di almeno 30 allenatori di alto livello di cui il referente sarà Sergio Zorzi. Dimentichiamoci la figura del tecnico regionale che timbra il cartellino facendo il giro delle società senza alcun controllo. Questo gruppo lavorerà per temi e tutta l’Italia lavorerà su quello stesso tema, questo per garantire una crescita collettiva. Doteremo le società di strumentazione tecnologica per registrare le partite e gli allenamenti e aiutarli in questo percorso di crescita. Dobbiamo pensare ad accorpare i comitati regionali, come ad esempio un comitato Calabria, Basilicata e Puglia. Noi investiamo in questo comitato e individuiamo delle società che diventino dei poli accentratori. Stiamo perdendo un sacco di qualità perché ci sono tanti giocatori che non hanno un santo in paradiso e nessuno li vede o li segnala all’accademia di turno. Il sistema delle accademie è superato, dobbiamo far crescere il territorio, perché se usiamo questo sistema sovietico dei poli riconducibili alla federazione, ma la federazione è un mammuth con una lentezza di movimento e di progettazione, questo non è in linea con le richieste di un territorio in evoluzione e nel frattempo i giovani cambiano. Dobbiamo dare competenze agli allenatori per capire che ogni fascia di crescita ha un linguaggio diverso. La nazionale femminile soffre perché a livello di sviluppo gli allenatori non sono abituati a lavorare con un gruppo di donne, devi essere capace di motivarle diversamente. I tecnici sono gli ambasciatori del rugby sul territorio, perché sono quelli che fanno appassionare i ragazzi, noi li formeremo per aree di densità, per questo è importante per noi fare un censimento che fotografi esattamente la composizione delle società del rugby italiano, quanti tesserati, quanti tecnici, quanti campi, ecc. Una volta che ho la fotografia lavorerò per piani di progettualità mirata, ma tutto questo non durerà più di 6 mesi. La macchina deve partire immediatamente, la raccolta dati deve durare massimo 2 mesi, dobbiamo muoverci per far capire a Roma e all’Italia che è iniziato un percorso diverso.
Parliamo di formazione dei giocatori, in questi anni abbiamo visto tanti giocatori passare dall’essere dei prospetti interessantissimi in u20 ad essere parcheggiati in franchigia. Qual è il vostro piano per evitare questa dispersione di talenti tra u20, u23 ed eventualmente professionismo?
Riportare in voga l’u23 o seconda squadra è importantissimo perché trattiene tanti giocatori che non hanno ancora finito la loro fase di crescita, ma non vogliono lasciare la loro città. Oggi il salto che c’è tra le franchigie e quello che c’è sotto è un salto troppo alto, dobbiamo creare un tessuto esattamente al di sotto tra le due franchigie in cui la serie A èlite diventa il trampolino di lancio per tutti questi giocatori. Dobbiamo rivedere il ruolo del permit player, come fanno in altre nazioni il permit che non gioca in URC scende e gioca nei club di provenienza oppure si ragiona sul sistema dei draft. Tutte quelle potenziali sacche di clientelismo o situazioni in cui i giocatori usciti dalle accademie non hanno poi continuato un percorso per mille motivi, ma probabilmente perché non erano le prime scelte dei territori, ecco noi dobbiamo cercare di lavorare per evitare di perdere potenziali campioni. Questo vale anche per il sud perché dobbiamo rimettere in moto un sistema di osservatori che vadano in giro a vedersi le partite di campionato. Dobbiamo far crescere il livello della serie A èlite, mettendo un limite all’utilizzo di stranieri nelle squadre, alcuni ruoli devono essere blindati e dovremo gestire la scelta di ruolo in funzione della necessità della maggior parte delle società. In un periodo in cui abbiamo generazionalmente una mancanza di piloni, apriremo al ruolo del pilone, lo faremo per 2 anni? 3 anni? Ma poi dovremo rivedere questo sistema per non fermare la crescita dei giocatori di formazione italiana.
Accentrare la formazione di giocatori in un contesto dove ci sono le migliori strutture e i migliori tecnici è la scelta più facile, mentre sviluppandoli nei vari club o nei poli di aggregazione hai sicuramente una capillarità maggiore sul territorio, ma rischi di perdere nella qualità dell’ allenamento. Il giocatore che si allena tutta la settimana a Treviso e poi gioca a Mogliano, non è lo stesso che si allena in settimana a Mogliano e poi gioca a Mogliano. Sei più favorevole a un modello accentratore per non perdere il talento o a un modello delegato ai club d’origine dove il club più grande può prendere una pedina che gli serve per dargli una chance?
Dobbiamo investire sui grandi numeri, oggi per tutelare il campione andiamo a non lavorare sul suo habitat. Il giocatore che torna a Mogliano dopo una settimana ad altissimo livello a Treviso sarà un esempio nel club, perché la sua prestazione, il suo modo di allenarsi, i suoi gesti atletici o tecnici alzeranno il livello della squadra.
Quindi saresti più favorevole a un modello “a caduta”, ti alleni al più alto livello possibile e se non giochi hai la tua chance a livello inferiore
Esattamente, poi c’è una tutela pazzesca per i giocatori fino ai 20-21 anni. Io ho iniziato a 18 anni esordendo in prima squadra a Roma con Noceto, Vaccari ha esordito a 17 anni, Bordon 18 anni, Bonomi… tutta quella generazione che ha portato l’Italia al 6 Nazioni ha esordito a quell’età facendo un percorso ibrido tra giovanile e prima squadra. Crescevi sia come giocatore che come uomo sulla presa di responsabilità, sul senso del gioco e sulla maturità. Le accademie sotto le franchigie non hanno un senso logico, ma non esisterebbero in una qualsiasi nazione di rugby, tranne in un sistema ibrido come il nostro perché ci manca un passaggio culturale, per alcuni aspetti siamo ancora fermi al 5 febbraio del 2000. Non dobbiamo aver paura a far esordire i nostri migliori profili in prima squadra, se poi non sono maturi allora li gestiamo in un percorso condiviso tra serie A e serie A èlite in cui la federazione fa da aggregatore.

Sud, femminile, sevens
Per chiudere il tema del rugby al Sud, la tua federazione porterà partite della nazionale nel meridione?
Le nazionali, non solo la nazionale sono un perfetto ambasciatore del nostro sport. Le nazionali saranno itineranti, usciremo dall’asse Parma – Treviso, è un asse che penalizza il nostro rugby e lo riconduce a un riferimento locale che è l’opposto di quello che vorrei con il mio mandato. Io mi immagino di vedere una partita Italia vs Scozia a Napoli, provate ad immaginare l’effetto estetico degli scozzesi in giro per Napoli. Quello che abbiamo al Sud ce lo invidia il mondo intero, dobbiamo essere in grado di valorizzarlo. Il tema degli alibi lo dobbiamo smontare, bisogna lavorare politicamente perché ci sia la volontà di rilanciare il rugby al Sud. Ci deve essere un giusto approccio con gli enti locali, con chi gestisce gli impianti e una programmazione adeguata, non come è successo per la finale del campionato femminile che hanno trovato il campo una settimana prima dell’evento. La nazionale che va ad allenarsi a Palermo farà una settimana in giro per le scuole, andrà ad allenarsi a Trapani o Milazzo, perché non c’è migliore promozione della nazionale che scende. La squadra locale che fa allenamento con la nazionale, gli allenamenti aperti a tutti, pensate ai giornali e alle radio e al risvolto mediatico. Ecco perché il piano della comunicazione deve essere fresco e giovane, perché noi dobbiamo cogliere tutte le occasioni. Ve lo prometto qua, voglio portare una partita della nazionale a Napoli.
Prendendo esempio da quello che fa il Sudafrica che gioca in diversi stadi, c’è lo stesso ragionamento anche per altre realtà o visto che l’Olimpico è diventata la casa della nazionale si vuole capitalizzare su questo?
L’Olimpico mi piace perché è a Roma, ma io come punto 10 del programma ho il Flaminio. Se vedi tutti gli stadi moderni sono stadi polifunzionali e noi siamo in prestito all’Olimpico, non è casa nostra. Il Flaminio con 43 mila persone è più che sufficiente, perché tanto una parte di quel pubblico del 6 Nazioni non lo troveremo mai sugli spalti la domenica. Guardate gli stadi nuovi, quello dell’Atalanta, quello della Juventus o quelli in Germania, sono tutti sotto i 50 mila posti perché aumentano la qualità dell’offerta dello spettacolo e sono polifunzionali. Pensate se gli eventi che fanno le grandi radio a piazza del popolo li facessero al Flaminio, pensate al giro e volume di affari, il Flaminio ha impianti sportivi, piscine, possiamo fare gli uffici della federazione e il museo del rugby. Tornando al tema della domanda, se c’è un piano di comunicazione serio, qualsiasi nazionale può riempirmi lo stadio e noi dobbiamo lavorare per questo. Oggi c’è il tema degli All Blacks a Torino, ma pensate a Cagliari, pensate a che spinta daremmo al rugby in Sardegna giocando una partita della nazionale. Ovvio che se vado a giocare a Treviso trovo lo stadio pieno, ma non è questo l’obbiettivo della federazione.
Rugby femminile e rugby 7s, cosa volete fare per valorizzarli?
Per il 7s stiamo lavorando ad un accordo con degli enti dell’esercito per arrivare ad avere un centro sportivo dove poter fare allenare quel gruppo di giocatori e giocatrici che saranno la base fissa del movimento. Questo gruppo di 20 giocatori e 20 giocatrici giocheranno insieme e faranno i vari tornei con l’obbiettivo di qualificarci alle Olimpiadi del 2028, c’è riuscita la Cina con la squadra femminile. Lo sport al femminile per noi è lo sport del futuro, avete visto che tutte le federazioni stanno investendo tanto perché il messaggio è fortissimo per il tema della parità di genere. Pensate anche sul piano della comunicazione se avessimo delle ambasciatrici che vanno nelle varie trasmissioni, creiamo un piano di comunicazione e penetrazione nella società di questo messaggio che il rugby non è solo l’occhio nero, ma che invece ha una sua femminilità al di là degli stereotipi della giocatrice con il tacco. Il 7s nel rilancio del sud avrà un ruolo importante perché vogliamo organizzare dei tornei nei maggiori centri turistici, lavorando con gli sponsor e una radio che supporti la programmazione. Noi punteremo tantissimo sul rugby touch, che vorremmo far diventare il nostro padel o il nostro calcetto. Un rugby accessibile a tutti e che può diventare parte delle economie circolare dei club, organizzando tornei anche con i genitori. Dobbiamo trovare uno sponsor, mettere uno standard e lavorare sulla comunicazione. Dobbiamo creare un’immagine meno stereotipata del rugby, far passare il messaggio che si può giocare a tante versioni di questo sport. Il 7s ci può aiutare nel rugby al sud perché già ce l’hanno di attitudine, questa vivacità del gioco è proprio nella cultura del rugby al sud. Tantissimi campioni con cui ho giocato in passato avevano proprio la dinamica nelle gambe.

Franchigie e bilanci
Parliamo di Zebre, devono restare una franchigia federale? Devono restare a Parma?
Le Zebre potrebbero rimanere dove sono se arriva un fondo o un’aggregazione locale che decide di prendere in mano la gestione della società, oppure andare a Roma o Milano. Mentre Treviso si è innestata su una realtà sportiva e su un suo tessuto rugbystico, a Parma la franchigia è arrivata come un’astronave in una zona semidesertica, pur con un suo passato ma lo vedi che non riusciamo mai a riempire lo stadio. Chiaramente la prestazione fa la differenza, ma non si è creato quell’attaccamento che ci sarebbe dovuto essere. Al di là della bella favola delle Zebre Family, più di quello non si è fatto. Non arrivano neanche a 500 mila euro di raccolta e a Parma ci sono la Barilla, la Chiesi, la Parmalat, consorzio prosciutti, consorzio parmigiano reggiano che esporta in tutto il mondo… il potenziale c’è. Potrebbe essere Milano, Roma o essere in Veneto, il Veneto è il Galles d’Italia, se dovesse finire a Padova poi si crea un sistema di osmosi, quindi quando Treviso gioca fuori, i tifosi vanno a vedersi la partita a Padova e viceversa.
Banzato, presidente del Petrarca, sembra aver rinunciato al discorso URC, quindi Padova potrebbe essere fuori dai giochi per ospitare la franchigia.
Bisogna saper leggere la notizia, potrebbe essere un messaggio per dire che in questo momento non gli interessa, poi magari con un’altra federazione potrebbe tornare l’interesse. Penso sia un prodotto appetibile, ma deve essere consegnato con i conti in ordine.
A proposito di conti, negli ultimi anni il bilancio federale ha goduto di fondi straordinari dati dalla cessione delle quote del 6 Nazioni a CVC, nei prossimi anni questi fondi non ci saranno, di conseguenza da qualche parte si andrà a tagliare. Dove pensate di tagliare?
Noi abbiamo circa 41 milioni di ricavi consolidati indipendentemente dalle entrate straordinarie. Noi dobbiamo fare una diversa allocazione dei ricavi che costantemente entrano nelle casse della federazione dalla partecipazione al 6 Nazioni. Ora purtroppo queste entrate straordinarie serviranno per coprire i debiti generati. Perché la federazione non è ancora stata commissariata nonostante i bilanci in perdita per due anni consecutivi? Il bilancio preventivo approvato dal consiglio dei revisori presentava già ricavi per 41 milioni e spese per 49 milioni, quindi aveva già un deficit di 8 milioni. Dentro a questo bilancio ci sono i 4 milioni delle Zebre che diventano una parte attiva, io non ce l’avrò subito dal primo anno, ci sarà una fase transitoria, ma dal secondo anno avremo già una voce attiva di 4 milioni, posto che si fermi lì il debito, ma questo lo vedremo quando avremo i conti in mano.
Quindi la stagione 24 -25 sarà l’ultima delle Zebre come franchigia federale perché poi conti di utilizzare i 4 milioni delle Zebre per i punti del programma?
Si e utilizzarli per il rilancio del campionato per esempio, oggi sono 4 milioni che sto buttando.

Le priorità
Se venissi eletto domani, quali saranno le tue 3 priorità?
La modernizzazione della macchina federale, mi trasferirei a Roma e sarei in ufficio alle 8 del mattino non solo per fare il cane da guardia, ma per motivare il personale che in qualche modo deve avere un atteggiamento diverso. La riforma dei comitati regionali che devono diventare dei service al fianco dei club e dei territori, perché dobbiamo sostenere le società al loro percorso di crescita e come terzo punto la formazione e l’impiantistica.
Qual è secondo te l’errore più grande che è stato fatto in questa presidenza?
Io ero uno dei sostenitori di questa presidenza e il programma è stato scritto a 4 mani da me e Alberto Fontana che oggi è un manager che accompagna l’Italia del rugby. Io ho stretto la mano a questa presidenza uscente in un accordo preelettorale in virtù del rispetto di un programma. Il rugby Italiano non si risana dalla nazionale, ma si risana dalla base. Penso che la mancanza di investimenti sul rugby di base sia stato l’errore più importante, abbiamo promesso impianti, promesso formazione, abbiamo promesso sviluppo del rugby al sud e di diventare uno sport nazionale, ma non è stato fatto niente di tutto questo. È stata fatta una scelta politica che ha portato solo al personalismo e alla nazionale come mezzo per affermarsi. In un momento così difficile, aver cambiato 3 allenatori in 3 anni e aver scelto Quesada, che da quel che si dice ha uno stipendio assolutamente rilevante, ecco io trovo che anche questo in un’ottica di una corretta gestione e di pianificazione sia un punto di riflessione. C’è una totale distanza dal rugby di base, oggi siamo in perdita verticale di società.
Perché votare te e non votare gli altri?
Io non dico che la nostra proposta sia la proposta migliore, ma è certamente concreta. Sono 10 punti e quando vado in giro per le società porto delle copie del mio programma insieme al mio gruppo. Sul nostro programma ci mettiamo la faccia, perché pensiamo che queste elezioni non siano più le elezioni degli accordi politici, ma dei contenuti e dobbiamo convincere l’elettorato che abbiamo le idee chiare su quello che vogliamo fare, proprio perché le idee ci sono venute dagli incontri che abbiamo fatto sul territorio. Come capitano ci ho messo la faccia per portare l’Italia al 6 Nazioni, vorrei metterci la faccia per fare diventare grande il nostro sport in Italia.
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