Il Galles fa sul serio: ben più di una voce dà la WRU in trattative con la federazione inglese per un possibile ingresso delle squadre gallesi nei campionati inglesi. Questa cosa è senz’altro nei sogni più bagnati della dirigenza della WRU sin dal lontano 2003, cioè fin dai tempi in cui si creò la Celtic League. Sotto-sotto, a qualsiasi fan del rugby gallese piacerebbe probabilmente giocarsela con Gloucester, Bath, Saracens, Northampton, far parte di qualcosa di più britannico e meno intercontinentale; qualcosa di più casalingo e sentito. C’è però un problema: cambiare l’affiliazione delle franchigie gallesi è come togliere quel legnetto che non dovevi togliere in un’accesa partita di Jenga. Crolla un po’ tutto e non è facile prevedere in che direzione.

Galles: il costo del cambiamento
L’ultima vittoria di un campionato celtico o internazionale da parte di una squadra gallese è stata nel 2017: gli Scarlets di Wayne Pivac vinsero il Pro14 in finale a Dublino contro Leinster. Nel frattempo, da allora la WRU fatica a riempire lo stadio per la nazionale e le province sono in battaglia fra di loro per non essere tagliate in nome del risparmio. Non un bel clima. La direzione ha dunque deciso di far sapientemente trapelare l’idea che si potrebbe, in caso, provare a bussare ad un’altra porta. Una porta che di solito gli stadi li riempie, che porta i gallesi sulle tribune animati da rivalità e dallo spirito competitivo. La porta dell’Inghilterra. La cosiddetta Anglo-Welsh League è stata però recepita con un po’ di freddezza dalla RFU, che vuole giustamente esser sicura di star facendo un investimento giusto. Per i club gallesi, entrare in Premiership sarebbe una svolta sicuramente positiva: trasferte brevi, rivalità accese, pubblico, interesse, diritti televisivi. Cosa avrebbe dunque da perdere nel provarci?

Irlanda e Scozia: sensazione di tradimento
Mi prendo una licenza narrativa, ma sono convinto di non andare troppo distante dalla realtà quando sostengo che Irlanda e Scozia sarebbero le prime vittime di questa scelta. Non hanno infatti mai avuto un numero sufficiente di club professionisti per fare una loro lega, e la partecipazione del Galles è sempre stato il modo di avere un campionato serio. Dovessero uscire di scena le squadre gallesi, Irlanda e Scozia formerebbero un asse volto a convincere Italia e Sud Africa a non lasciare la nave. È probabile che spingerebbero per un ingresso di altre squadre, verosimilmente da Georgia, Spagna e Portogallo, oppure altre franchigie dal Sud Africa (come Cheetahs e Griquas).
La posizione di Irlanda e Scozia, dunque, si trova più appesa a un filo di quanto le rispettive federazioni vogliano far trasparire dalla stampa.

Italia: la sorpresa che non ti aspetti
In Italia, già dal primo anno di Celtic League c’era gente che gridava alla fregatura. Si additava con particolare veemenza la scelta di creare un vertice che non fosse il campionato nazionale, un campionato che però già allora magnificava molto più il suo grande passato che il suo modesto presente. C’è uno scenario, però, che nessun disfattista aveva predetto: che se ne andassero prima gli altri. In anni dove sembrava che fossimo noi a dover inseguire continuamente, come d’incanto la federazione gallese è giunta alla conclusione che trasferte più brevi e rivalità più accese potessero essere il fiammifero necessario per riaccendere la candela. In quello scenario, dunque, ci troveremmo ancora davanti a un bivio: continuare con l’esperienza internazionale dello URC con le squadre rimaste, qualsiasi forma il campionato prenda, oppure decidere che anche noi ci proviamo col nostro domestico. Probabilmente la scelta verrebbe fatta per noi, a seconda della decisione del Sud Africa. Continuare l’esperienza URC avrebbe senso solo se il ritorno economico ne valesse la pena.

Inghilterra: prima di tutto cautela
La RFU, come detto, non è molto interessata ad integrare i club gallesi nel suo massimo livello. Nel loro caso, la cautela è importante. Sembra, infatti, ancora una boutade per vedere l’aria che tira. La Premiership versa in acque non proprio tranquille: fatica a promuovere club dal livello cadetto (vedi Doncaster e simili), si è assestata su un numero di club bassino (10), e ha perso importanti club nel corso degli ultimi anni (Worcester, Wasps e London Irish, su tutti). Gli farebbe, insomma, molto comodo se le quattro regioni gallesi si unissero alla festa. Ma rimane un campionato dal grande valore, che deriva in larga parte dall’aver mantenuto la struttura di un campionato nazionale con promozioni e retrocessioni; una scelta che in pochi han potuto fare al mondo.
Un altro aspetto da considerare è che anche i 4-5 club gallesi più facoltosi del Super Rygbi Cymru potrebbero fare comodo al Championship, la lega cadetta. Insomma, non mi sorprenderebbe se tutto questo dirsi di no pubblicamente alla fine si tramutasse in breve tempo in un piano di fusione su scala biennale.

Sud Africa: la Currie Cup è sufficiente?
Se gli acerrimi rivali neozelandesi riuscissero nell’impresa di riportare il rugby di club interamente dentro i propri confini, perché non dovrebbero farcela anche i sudafricani? Mai dire a un sudafricano che non può fare qualcosa: lo farà, e lo farà bene, e ti farà vedere quanto bene lo ha fatto. La nazione più testarda del mondo ovale potrebbe dunque approfittare della rottura interna dello URC, che non ha mai davvero animato la gente a casa. Sarebbe un enorme rischio e non ci sarebbe certezza di riuscita, ma è certo che la Currie Cup è ancora sentita e che a quelle partite la gente ci va.
Se la direzione che il rugby prende è quella di una generale, globale spending review dopo i decenni pazzi dei campionati internazionali fra pochi club eletti, loro avrebbero la festa già pronta in casa.

Dunque cosa ci aspettiamo?
Le federazioni hanno tutte dei conti da sistemare. Ciascuna ha la sua idea su come farlo, o più idee. I desideri di ciascuna, però, si scontrano con le necessità degli altri, finché a un certo punto qualcuno fa qualcosa che costringe tutti ad adattarsi. In questo caso, lo scenario più probabile secondo me è proprio l’unione tra gallesi e inglesi per sanare i problemi di entrambi. Un campionato da 14 squadre, geograficamente contiguo, fra gente che si conosce.
Lo URC, però, credo che continuerebbe ad esistere. Le 12 squadre rimaste hanno tutte bisogno di un campionato competitivo, e da sole avrebbero dei problemi. Potrebbero riorganizzarsi in un campionato con andata e ritorno da 22 partite. Oppure, più verosimilmente, coinvolgere qualche squadra nuova come Cheetahs e Black Lion, già nel giro dell’EPCR; squadre con desiderio di entrare in un campionato così, con dietro un mercato da coinvolgere.
Alla fine in queste cose spesso conta spesso la via della minor resistenza.
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