Il 7 dicembre 2025 Fabriano rugby, in franchigia con Gubbio, batte il ben più quotato Ascoli Rugby 24 a 7. A comunicarmelo sono stati degli ex compagni di squadra, con un breve messaggio su Whatsapp.

Può sembrare una cosa da poco, ma racconta qualcosa di più grande: cosa significa oggi tenere in piedi un club di rugby di provincia. È una storia che vale la pena guardare più da vicino, per capire come si fa a sopravvivere in Italia come club e come movimento in un piccolo centro e perché no: magari anche ad alto livello. Con un obiettivo ben più grande: non far morire il rugby nel cuore del Paese.

E per ripercorrerla, quella storia, partirei proprio da sedici anni fa, quando, contro ogni pronostico, anche noi — ragazzi di allora che oggi gioiamo per questa nuova vittoria — battemmo Ascoli, allora capolista…. Una partita sofferta, sudata, centimetro dopo centimetro, secondo dopo secondo.

In quello che per noi era semplicemente “il posto più bello di Fabriano“: il campo da rugby. La gioia vera. Quella che non ha bisogno di essere spiegata.

Ripensandoci oggi mi tornano in mente tante cose. Le trasferte infinite, per esempio. Nel mio primo campionato di Serie C, nel 2003 a Pescara, significava partire per giocare in Puglia — Lecce, Bari, Trepuzzi, Taranto — o in Basilicata, a Potenza. Sei ore di bus per una partita e poi tornare a casa la sera stessa. Era normale.

Qualche anno dopo lo scenario era completamente diverso: i campionati si erano riempiti di squadre nuove. Nelle Marche, quando iniziai a giocare a Fabriano nel 2008, il girone era condiviso con l’Umbria. Poi arrivarono i campionati separati, poi di nuovo misti. C’erano Urbino, Moscosi, Falconara, Massa Martana, Camerino e diverse altre. Tante realtà che fino a pochi anni prima non esistevano. Per qualche stagione sembrò che il rugby potesse crescere ovunque. E ogni nuova squadra voleva dire soprattutto una cosa: nuove trasferte, nuovi campi, nuove storie, nuovo entusiasmo, nuovi amici con cui confrontarsi dentro e fuori dal campo.

Il rugby di provincia è fatto così. Di trasferte con le macchine dei giocatori, di panini mangiati al volo, di ritorni a notte fonda, tra birre, storie di ruck sporche e cazzotti più o meno immaginari. Ma soprattutto di partite preparate con un certo grado di incoscienza. Si partiva in quindici, a volte anche in quattordici — allora si poteva — sperando che nessuno si facesse male troppo presto. Il sabato sera si facevano telefonate per capire se davvero saremmo riusciti a presentarci in campo.

E poi, ogni tanto, arrivavano le vittorie.

Quelle che trasformano un pomeriggio qualunque in una storia che resta. Quelle che finiscono nei bar della città, tra risate e racconti ripetuti cento volte, mentre qualcuno giura che quell’azione è andata esattamente così — anche se ormai nessuno ricorda più davvero com’è andata. Storie fatte di vissuto, emozioni, orgoglio, passione. Ma c’è anche qualcosa di meno romantico: l’organizzazione.

Fonte: Fabriano rugby

A Fabriano la differenza l’ha fatta questo: lavorare sul territorio e sui giovani, far vedere che la società era viva, avvicinare persone, non solo giocatori. Creare eventi, essere credibili con le istituzioni, con gli sponsor — anche piccoli, ma indispensabili — non avere paura di scendere a compromessi quando serviva.

Perché a rugby si gioca in quindici giocatori, ma per fare una squadra servono almeno trenta persone. E per allenarsi quei numeri servono davvero. Quando i numeri non ci sono, bisogna crearli.

Così Fabriano ha scelto di unire le forze. Prima con Jesi e Falconara per la Serie C e le giovanili, poi con Gubbio per la Serie C e con Falconara e Recanati per l’U16. Sia chiaro: non è stata una resa. Semmai è esattamente il contrario: è la presa d’atto che, se ognuno resta chiuso nel proprio campanile, non si costruisce nulla e non si garantisce un futuro a nessuno. Certo, una strada del genere impone più fatica, più sacrifici, più disponibilità da parte di dirigenti, famiglie e atleti. Significa accompagnare i ragazzi ad allenarsi in un campo più lontano rispetto a quello della propria città o del proprio paese; significa che anche una partita “in casa” può trasformarsi, di fatto, in una trasferta. Ma l’alternativa era molto peggiore. Anzi, l’unica alternativa sarebbe stata rinunciare e scomparire.

E se questo vale per la provincia, vale ancora di più per l’alto livello, dove i costi crescono e l’isolamento pesa ancora di più.

Mi chiedo perché questo che ragionamento simile non dovrebbe essere preso in considerazione per la  Serie A Elite. Perché oggi, soprattutto ad alti livelli, pensare di reggere da soli l’urto dei costi, dell’organizzazione e della competitività è sempre più difficile. Unire le forze tra territori vicini non sarebbe un segnale di debolezza. Vorrebbe dire condividere strutture, competenze, dirigenti, settore medico, preparazione atletica e perfino una parte del bacino degli sponsor per sostenere la prima squadra. Potrebbe diventare una soluzione percorribile per dare solidità ai club, elevare il livello tecnico, distribuire meglio gli investimenti e costruire progetti più stabili nel tempo. In un momento in cui le risorse sono limitate, collaborare non significa perdere identità: vuol dire difenderla in modo più intelligente, evitando che l’orgoglio locale si trasformi in isolamento e che l’isolamento, alla lunga, diventi declino.

Il Fabriano Rugby nasce nel 2008, sull’onda lunga dell’ingresso dell’Italia nel Sei Nazioni. In quegli anni il rugby iniziava a comparire in posti dove prima non esisteva. Campi improvvisati, società nuove, squadre che cercavano di stare in piedi più con entusiasmo che con mezzi. Molte di quelle realtà non esistono più. E non è solo una sensazione: anche i numeri del movimento raccontano una storia simile.

Guardando i dati più recenti si vede ancora meglio la dinamica. Le società sportive affiliate alla FIR sono passate da 764 nel 2018 a 653 nel 2023: oltre cento club in meno, una riduzione di circa il 14,5%. Nello stesso periodo gli atleti tesserati sono scesi da 75.790 a 66.711, circa il 12% in meno. Dentro questi numeri c’è soprattutto la provincia: piccoli bacini, sponsor locali, impianti comunali, volontariato.

Ma nonostante tutto Fabriano è ancora qui.

Non è un caso se allora vincemmo contro Ascoli e contro ogni pronostico. E soprattutto non è un caso che quella vittoria si ripeta oggi. Perché nel frattempo è rimasta una continuità culturale, una linea di pensiero, una testardaggine nel voler andare avanti.

In mezzo sono passati tanti giocatori. E tante storie. Mela che dominava la mischia. Vasileos che giocava a Fabriano e per la nazionale greca. Pascal per quella belga, Gareth che portava spirito anglosassone, Barbacci che poi è arrivato fino a Rovigo passando per un Centro di Formazione Permanente U18. Storie diverse, ma tutte nate nello stesso posto. E di tanti altri che ci hanno messo impegno e abnegazione.

Ed è questo che spesso si dimentica quando si parla di rugby. Cosa porta (per ricordare un tormentone del periodo Gavazzi) il rugby di provincia?

Non necessariamente grandi campioni. A volte sì, ma non è quello il punto. Porta qualcosa di più diffuso e forse più importante: un ambiente. Una cultura. Un pubblico.

Fonte: Fabriano rugby

Porta campi accesi la sera. Porta bambini che vedono una partita e decidono di provare. Porta genitori che scoprono uno sport che non conoscevano. Porta tifosi, dirigenti, allenatori.

In altre parole, porta un substrato. Senza questo substrato la piramide semplicemente crolla.

Il punto è che oggi il rugby ha due esigenze diverse. Da una parte serve ampiezza — minirugby, under, arbitri, volontari, cultura sportiva. Dall’altra serve concentrazione dell’élite, perché l’alto livello richiede strutture, forza economica, preparazione fisica, staff e minuti di gioco di qualità.

Negli ultimi anni la FIR ha provato a strutturare un percorso di selezione progressiva: dalle selezioni territoriali giovanili fino all’Accademia nazionale Under 20 “Ivan Francescato” di Parma, dove vengono concentrati i prospetti più promettenti. L’idea, in sé, ha una logica semplice: mettere i migliori insieme e farli lavorare con staff e strutture dedicate. Il problema non è tanto l’imbuto, quanto ciò che c’è intorno. Se i campionati che stanno sotto non reggono economicamente, perdi minuti di gioco, perdi giocatori, perdi allenatori, perdi ambiente.

Ed è qui che arrivano i segnali più recenti. Nel 2026 due realtà importanti hanno annunciato di fermarsi: Colorno ha rinunciato in corsa alla Serie A Élite, mentre Verona ha comunicato la chiusura della società a fine stagione. Episodi diversi, ma nello stesso arco temporale. Più che casi isolati, sono il segnale di una fragilità più profonda del semi-professionismo italiano.

Sarebbe presuntuoso pensare di risolvere problemi così complessi con qualche riga. Sono questioni che riguardano la sostenibilità economica del sistema e che spettano prima di tutto alla federazione.

Quello che si può dire, semmai, è qualcosa di più semplice. Nei territori dove le risorse sono poche, i club hanno spesso una sola possibilità per continuare a esistere: essere intelligenti. Mettere insieme le forze, lavorare sui giovani, costruire credibilità sul territorio. Non è una soluzione ai problemi del rugby italiano. È semplicemente un modo per sopravvivere.

Per anni nel rugby italiano si è sentita ripetere una domanda: “Cosa porta?”. Come se tutto fosse riducibile a una somma di addendi. Ma uno sport non cresce solo per addizione. Cresce se crea un ambiente, una continuità, un tratto distintivo, una maglia da sudare e riesce a fare di quella maglia un mito.

Uno sport cresce quando attraversando l’Italia scopri che in un paese c’è un campo da rugby. Magari una squadra. Magari un gruppo di ragazzi che si allena. E quando quei paesi capiscono che da soli non basta.

La verità è che il rugby è sempre stato uno sport di numeri. Numeri in campo, numeri in allenamento, numeri di giocatori. Croce e delizia di questo gioco.

Quando quei numeri non ci sono, bisogna crearli. Anche a costo di mettere da parte rivalità che fino a ieri sembravano insormontabili. Unirsi con il vicino. Anche se fino a ieri lo odiavi — sportivamente parlando.

Prima di ogni grande sponsor (e anche propedeutico a questo), prima di ogni intervento federale, prima di ogni progetto di sviluppo, serve questo. La capacità di passare sopra al campanile per qualcosa di più grande. Aiutamoci (noi, qui e ora) che Dio ci aiuta!

Forse è per questo che, leggendo quel messaggio su WhatsApp il 7 dicembre, la mente torna a quella partita di sedici anni fa. Perché tra quella vittoria e questa ce n’è una terza, meno visibile: il club è ancora qui.

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Credits: La foto i copertina è di Adriano Maffei.

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