C’è un filo che lega Sant Boi de Llobregat, piccolo comune nell’hinterland di Barcellona, ai 60.000 spettatori assiepati nello Stadio Olimpico di Montjuïc nel maggio del 1929, e da lì arriva fino a Tbilisi nel marzo del 2025, dove la nazionale spagnola ha concluso vice-campione d’Europa il proprio torneo più riuscito di sempre. È il filo del rugby, uno sport che in Spagna ha impiegato un secolo intero per costruirsi una casa, ma che oggi si presenta come uno dei progetti sportivi più ambiziosi del continente.
La Real Federación Española de Rugby ha archiviato il 2025 con due qualificazioni mondiali (la nazionale maschile al Mondiale 2027, la femminile alla Coppa del Mondo 2025 in Inghilterra), una medaglia d’argento nel Sevens e un titolo europeo Under 18. Un bilancio che può stupire, se rapportato al ruolo ancora marginale della Spagna nel rugby internazionale, ma che si comprende meglio se inserito in una storia lunga oltre un secolo: quella iniziata con una palla ovale portata dalla Francia da uno studente di veterinaria.

Raccontare il rugby spagnolo significa anche fare i conti con una storia densa di contraddizioni: lo sport degli universitari catalani che diventa terreno di scontro federativo tra Barcellona e Madrid sotto la dittatura di Primo de Rivera; la prima e unica qualificazione al Mondiale del 1999 seguita dalle doppie squalifiche del 2019 e del 2022 per la convocazione di giocatori non eleggibili, che hanno compromesso anni di lavoro. E poi, la ricostruzione.
Comprendere dove si trova oggi il rugby spagnolo richiede di partire dall’inizio.
Le origini: una storia catalana, con radici britanniche e francesi
Le prime tracce: Huelva, La Coruña e l’influenza britannica
Il rugby arrivò in Spagna come sono arrivati quasi tutti gli sport moderni nel Mediterraneo: portato da stranieri, accolto con diffidenza, coltivato da una minoranza entusiasta.
Le prime notizie documentate risalgono ai primissimi anni del Novecento, quando la stampa locale di Huelva riferisce di partite organizzate dai lavoratori britannici impiegati nelle miniere del sud del paese. Pochi anni dopo, nel febbraio del 1911, ufficiali della Royal Navy disputarono a La Coruña i primi incontri attestati, accolti dai cronisti locali con una stroncatura: il nuovo sport risultava «troppo forte e brutale».
Baldiri Aleu e la nascita della Santboiana
La storia del rugby spagnolo, però, comincia altrove e per altre vie.
Fu Baldiri Aleu Torres, studente di veterinaria in Francia dove sviluppò la passione per il gioco ovale, che – rientrato in Catalogna, a Sant Boi de Llobregat – fondó la Unió Esportiva Santboiana, primo club rugbistico del paese, il 4 luglio del 1921. Il 13 novembre dello stesso anno, si tenne il primo match ufficiale tra la Unió Santboiana e il Club Natació Atlètic al El Camp del Riu, vicino a Sant Boi de Llobregat, con un risultato di 3-9 a favore degli ospiti.
Nel 1922 venne istituito un primo mini torneo tra nuovi club catalani: C.E. Catalunya, C.N. Barcelona, C.N. Athlètic e U.E. Santboiana, vinto da quest’ultima; mentre per il primo match ufficiale con un club internazionale bisogna aspettare l’anno successivo, quando in catalogna venne il Tolouse Lanlade Olimpique, che vinse la prima storica partita in terra catalana.

La Catalogna come culla federale del rugby spagnolo
In due anni, grazie alla spinta del nazionalismo sportivo catalano e all’entusiasmo della piccola borghesia universitaria barcellonese, le sezioni di rugby in Catalogna passarono a diciannove. Di conseguenza, il 13 aprile 1922 venne costituita a Barcellona la Federación Espanola de Rugby, organismo nazionale del movimento, seguita qualche mese più tardi dalla Federación Catalana de Rugby, che coordinava invece l’attività regionale catalana. Nel gennaio del 1923 si disputò il primo Campionato di Spagna, vinto dalla stessa Santboiana.
Rugby, catalanismo e diffidenza castigliana
Come sottolinea Torrebadella-Flix, l’intero processo si svolse in un contesto politico e culturale tutt’altro che neutro: il rugby catalano nasceva all’ombra del catalanismo politico della Mancomunitat, e le sue prime selezioni regionali erano espressione di una identità distinta rispetto a quella castigliana.

Ill 20 maggio 1923 si tenne al nuovo Estadio Metropolitano di Madrid un match promozionale tra il Biarritz olympique e lo Stadoceste Tarbais, con diecimila spettatori e la presenza di Alfonso XIII. In quell’occasione, la stampa della capitale osservò che il gioco non si adattava al «temperamento impulsivo dello spagnolo». Un giudizio che rifletteva più una diffidenza culturale che una reale valutazione tecnica, e che tradiva il legame percepito tra rugby e ambiente catalano.
Madrid entra in scena: Federación de Centro e Rugby Unión Española
Nel 1925 venne fondata a Madrid la Federación de Centro, espressione del crescente movimento rugbistico castigliano. Se inizialmente la nuova struttura si inserì nel sistema federale spagnolo, le tensioni con il nucleo originario catalano emersero rapidamente, alimentate dal peso ancora prevalente della Catalogna all’interno della FER e dalla volontà dell’ambiente madrileno di ottenere maggiore autonomia organizzativa. Due anni più tardi, proprio dall’ambiente madrileno nacque infatti la Rugby Unión Española, con lo scopo di dare rappresentanza autonoma ai club del Centro e riequilibrare i rapporti di forza interni al rugby spagnolo. La tensione tra le due federazioni regionali esplose nel 1927, quando la RUE decise quindi di organizzare autonomamente un incontro internazionale contro la Francia senza l’avallo della FER, dando vita a una scissione che paralizzò il movimento per oltre un anno.

Montjuïc, la nazionale catalana “in maglia spagnola” e la FIRA
La riconciliazione arrivò nel 1928, ma lasciò tracce profonde: la prima selezione nazionale spagnola a disputare partite ufficiali era composta quasi interamente da giocatori catalani. Non a caso fu lo Stadio Olimpico di Montjuïc, inaugurato il 20 maggio 1929 in occasione dell’Esposizione Universale di Barcellona, ad ospitare il primo incontro internazionale ufficiale della nazionale: la Spagna batté l’Italia 9-0 davanti a 60.000 spettatori alla presenza del re Alfonso XIII. In quella partita, addirittura, tutti i convocati erano catalani.

Fu poi in questo stesso periodo che la Federació Catalana de Rugby compì il suo atto geopoliticamente più rilevante: nel 1934 a Parigi, in occasione della fondazione della FIRA la Fédération Internationale de Rugby Amateur, l’organismo alternativo alla International Board di stampo anglosassone che avrebbe governato il rugby europeo continentale per decenni, la federazione catalana partecipò come membro fondatore a pieno titolo, mentre la FER non riuscì ad essere presente per ragioni burocratiche interne.
Fu proprio la federazione Catalana ad aprire le porte alla federazione nazionale spagnola. Di fatto, tra il 1934 e il 1940, Catalogna e Spagna coesistettero come entità distinte nel panorama internazionale del rugby europeo, una anomalia che il franchismo avrebbe successivamente cancellato, espellendo la federazione catalana dalle competizioni statali e privandola della sua membership internazionale.
Leggi anche: Immaginiamo da zero una coppa europea di rugby
Parentesi: guerra civile, franchismo e la parabola fino al 1999
Guerra civile, franchismo e ricostruzione del movimento
La guerra civile spagnola (1936-1939) interruppe bruscamente la prima fioritura del rugby. Come sintetizza la stessa Federación Española de Rugby nella cronologia ufficiale dei suoi cento anni di storia, il conflitto «devastò i progressi raggiunti dal rugby», e il dopoguerra produsse una ricostruzione asimmetrica: in Catalogna prevalse un modello di tipo francese, fondato sulla proliferazione di club; a Madrid si affermò invece un modello britannico, incentrato sull’associazionismo universitario.
Sul piano istituzionale, il franchismo inflisse un colpo durissimo alla dimensione catalana del rugby: la Federació Catalana, che aveva partecipato come membro fondatore alla creazione della FIRA nel 1934, perse la sua membership internazionale autonoma e fu ricondotta nell’alveo della federazione nazionale. Il rugby in Catalogna sopravvisse, ma come sport minore, svuotato della sua originaria valenza identitaria.

Il lento rilancio cominciò negli anni ’50 con la prima partecipazione alla Coppa Europa FIRA (1952, sconfitta 0-6 contro l’Italia) e l’istituzione della División de Honor, il massimo campionato di rugby spagnolo, e si consolidò nei decenni successivi grazie all’espansione del rugby a Valladolid, introdotto negli anni ’60 da un sacerdote francese, padre George Bernés e al rafforzamento dell’asse competitivo con le nazionali dell’Europa continentale.
Gli anni Ottanta e il Mondiale del 1999
Fu però negli anni ’80 che la nazionale spagnola conobbe il suo primo momento di visibilità internazionale: Los Leones batterono lo Zimbabwe più volte, tennero testa ai Māori All Blacks e vennero sconfitti dall’Argentina per soli nove punti nel 1982. I tentativi di qualificazione al Mondiale del 1991 e del 1995 fallirono per un soffio contro Romania e Galles rispettivamente, ma la quarta edizione, nel 1999, portò i Los Leones sul palcoscenico globale. Inseriti nel girone A con Sudafrica, Scozia e Uruguay, persero tutte e tre le partite e chiusero il torneo penultimi su venti squadre, senza segnare una sola meta. Un esordio doloroso, ma comunque storico: il rugby spagnolo aveva raggiunto il Mondiale, e quella presenza rimase l’unica per oltre vent’anni .

Le crisi federali e le squalifiche mondiali
Gli anni successivi furono segnati da una spirale di difficoltà istituzionali che culminarono nella bancarotta tecnica della federazione nel 2014, e soprattutto nelle doppie squalifiche dai Mondiali 2019 e 2023 per impiego di giocatori non eleggibili – entrambe le volte per violazione dei criteri di residenza stabiliti dal Regolamento 8 di World Rugby. La seconda, nel 2022, fu particolarmente lacerante: la Spagna aveva conquistato sul campo la qualificazione per la RWC in Francia, battendo il Portogallo 33-28, prima che il caso del prop sudafricano Gavin van den Berg, il cui passaporto era stato falsificato dal suo club senza che la federazione ne fosse a conoscenza, facesse cadere tutto. Dieci punti di penalizzazione e una multa da 75.000 sterline: Romania e Portogallo andarono al Mondiale al posto degli spagnoli.
Leggi anche: Rugby World Cup ha un problema che va affrontato
La crescita del movimento: dal Sevens alla doppia qualificazione mondiale
Il Sevens e la nuova credibilità internazionale
La recente parabola ascendente del rugby spagnolo non si capisce senza partire dal Sevens. È nella versione a sette che la Spagna ha costruito, negli ultimi cinque anni, la sua credibilità internazionale. L’arrivo di un ex giocatore di alto livello come Paco Hernandez e la costruzione di un centro di allenamento permanente a Madrid nel 2021 hanno segnato una prima svolta. Diventati squadra di livello nell’HSBC SVNS Series, il circuito mondiale che dal 1999 ospita le migliori nazionali del pianeta nella variante olimpica, Los Leones 7s hanno vissuto la loro stagione più importante nel 2024-25, concludendo terzi nella fase regolare e poi raggiungendo la finale del World Championship di Los Angeles il 3-4 maggio 2025, dove hanno perso 5-19 contro il Sudafrica.
Leggi anche: Marcus Watson e perché il Sevens fa bene a tutti

Accademie, Mondiale 2027 e crescita strutturale
La crescita nel Sevens non è avvenuta per caso. Ha radici in un programma strutturato che punta a costruire una filiera di talenti dalla base fino all’élite. La federazione ha investito nel sistema di accademie regionali e nel circuito giovanile con risultati tangibili: il 2025 ha portato anche il titolo europeo Under 18 maschile, conquistato battendo la Georgia 16-11 in finale a Praga. Dall’altro lato l’Under 20 ha sfiorato la retrocessione al World Rugby U20 Championship strappando la salvezza in extremis con la vittoria per 24-19 sulle Fiji al 93° minuto, segnale che c’è ancora parecchia strada da fare per restare stabilmente nell’elitè del rugby.
Sul fronte del XV maschile, la qualificazione al Mondiale 2027, ottenuta matematicamente grazie all’accesso alle semifinali del Rugby Europe Championship 2025, ha chiuso un ciclo di ricostruzione post-squalifiche che aveva visto la squadra attraversare due anni difficili. Il cammino nel torneo europeo 2025 è stato di successo: una semifinale vinta 42-31 contro il Portogallo a Lisbona, e una finale persa 28-46 contro la Georgia a Tbilisi, il miglior piazzamento nella storia moderna del torneo per Los Leones.
È un risultato che va letto anche in chiave strutturale: circa il 40% del gruppo convocato per la stagione internazionale 2025 militava in campionati stranieri, principalmente il Top 14 e il Pro D2 francese.

La crescita del movimento più in generale è confermata dai numeri dei giocatori, il cui censimento raggiunge i circa 40.000 tesserati, un numero incoraggiante per una squadra tier 2, anche se ben lontano dalle tier 1 europee.
Un elemento di interesse, soprattutto dal punto di vista italiano, è legato a come la Spagna ritenga fondamentali come strumenti di formazione e crescita di giocatori le accademie nazionali. Ne è convinto in particolare il direttore dell’alto livello Raul Aspirina Perez che afferma “Oggi ogni accademia nazionale ha trovato il proprio metodo di lavoro, il che mi consente di ridistribuire la mia attenzione su altre aree del settore giovanile. L’idea è quella di potenziare queste accademie con personale specializzato, garantendo loro libertà e spazio di manovra; a loro volta, queste possono interfacciarsi con l’organismo principale, fornendo suggerimenti e segnalando giocatori. Si tratta di un circolo virtuoso, in grado di ispirare i club a creare le proprie accademie, dando vita a un sistema che darà una spinta decisiva all’implementazione di un programma di alto livello su scala più ampia.”

Mondiali 2035, rugby femminile e limiti strutturali
Il tutto si inserisce in un progetto federativo che ha trasformato i conti della FER: tra il 2022 e il 2024 il bilancio è passato da 5,4 a oltre 11,5 milioni di euro, una crescita ottenuta attraverso un programma aggressivo di organizzazione di eventi internazionali, tra cui le HSBC SVNS Series a Madrid nel 2024. La federazione, seguendo questa visione, ha già annunciato la propria candidatura per ospitare i Mondiali maschile 2035 e femminile 2037, con il presidente Juan Carlos Martín che ha definito il progetto «un affare di Stato» e ha confermato i colloqui con World Rugby avviati a margine delle finali HSBC SVNS World Championship 2025 di Los Angeles. In questo senso è interessante il recente supporto mostrato dal governo e dalla federazione di calcio spagnola alla candidatura. Questo tipo di politica, sicuramente di successo nel breve termine, in un certo senso ammette anche la necessità di esplorare vie creative alla crescita, dato che nonostante l’aumento di budget, esso rimane pari a quello di una franchigia delle ultime posizioni dell’URC.

Il quadro si completa con la nazionale femminile, probabilmente il segmento più costante del rugby spagnolo contemporaneo. Las Leonas sono campionesse del rugby europe, il secondo torneo dopo il sei nazioni, con una continuità importante: dodici titoli continentali in totale, di cui otto consecutivi dal 2018 al 2025, l’ultimo conquistato ad aprile 2025 a Torrevieja battendo i Paesi Bassi 27-17.
Tornate alla Coppa del Mondo nel 2025 in Inghilterra dopo otto anni di assenza, le Leonas hanno affrontato uno dei gironi più difficili con Nuova Zelanda, Irlanda e Giappone senza riuscire a qualificarsi alla fase ad eliminazione, ma disputando partite di livello riconosciuto.
Leggi anche: Le nuove franchigie femminili: poche luci e troppe ombre e Franchigie femminili: le ombre si allungano
La professionalizzazione del movimento femminile è in crescita ed è visibile nella composizione dei roster: le convocate del ciclo 2025-26 includono giocatrici di Stade Toulousain, Harlequins, Sale Sharks, LOU Rugby e Lille Métropole RC, segno che il mercato europeo ha cominciato a riconoscere le giocatrici iberiche. In questo contesto, la FER ha presentato un piano specifico per raddoppiare le licenze femminili nel ciclo 2025-2029, puntando su ritenzione, sviluppo degli staff tecnici e integrazione con il programma del Mondiale 2029.

Nonostante la crescita, il rugby femminile spagnolo sconta storiche difficoltà strutturali che ne frenano lo sviluppo nonostante i risultati sportivi di rilievo. La dipendenza quasi totale da sponsor e sovvenzioni pubbliche – che arrivano a coprire i due terzi del bilancio dei club – rende il sistema fragile e vulnerabile: la perdita di Heineken come sponsor principale della División de Honor ha aperto una fase di incertezza che ha messo a nudo l’assenza di fonti di reddito autonome, come diritti televisivi, botteghino e merchandising. Sul fronte delle giocatrici, la professionalizzazione rimane un obiettivo lontano: la stragrande maggioranza delle atlete concilia lo sport con lavoro e studio, senza contratti regolari né tutele previdenziali. La FER stessa, nel suo piano strategico Horizonte Mujer y Rugby 2024–2027, riconosce esplicitamente la persistenza di “barriere strutturali” e la “necessità di professionalizzazione” come nodi ancora irrisolti.
Leggi anche: WXV: Un Nuovo Capitolo per il Rugby Femminile Internazionale
Il rugby spagnolo si presenta oggi come un cantiere aperto. I risultati degli ultimi anni – dalla doppia qualificazione mondiale alla continuità delle Leonas in Europa – dimostrano che il lavoro ha prodotto frutti concreti. Ma dietro i successi sul campo restano nodi irrisolti, economici e istituzionali, che la candidatura ai Mondiali 2035 e 2037 non può far dimenticare. La domanda, in fondo, è semplice: può un movimento che dipende soprattutto da sovvenzioni pubbliche sostenere il peso di quella visione?