A poche settimane dalla conclusione del Sei Nazioni più imprevedibile degli ultimi anni, deciso a cronometro rosso da un calcio di punizione a favore della Francia proprio contro l’Inghilterra, per la nazionale della Rosa restano più interrogativi che certezze in vista della Rugby World Cup 2027.

Gli inglesi si presentavano al fischio di inizio del torneo con lo status di favoriti, al pari dei Bleus, forti di una striscia di undici vittorie consecutive nei test match internazionali, impreziosita ulteriormente dal successo autunnale contro gli All Blacks a Londra. Borthwick è stato tradito dal sistema che ha costruito tanto pazientemente che, al pari di altre squadre, si incentra sul “kick and contest“. Alla luce di queste premesse, il bilancio finale di una sola vittoria e quattro sconfitte assume contorni apparentemente difficili da spiegare.

Da qui nasce una domanda inevitabile: quali sono le origini del peggiore Sei Nazioni inglese di sempre?

  1. Le aspettative dell’era Borthwick
  2. I numeri del declino
    1. Kick and…?
    2. Un modo diverso di giocare
  3. Lo scarso rendimento difensivo
    1. La perdita di territorio
  4. Una calda estate sudafricana

Le aspettative dell’era Borthwick

La disastrosa campagna nel Sei Nazioni ha rimesso sotto pressione Steve Borthwick, arrivato alla guida dell’Inghilterra dopo l’addio a Eddie Jones al termine del complicato autunno 2022. Per liberarlo dai Leicester Tigers, la RFU investì circa un milione di sterline: una scelta onerosa, maturata in un momento economicamente delicato, che oggi contribuisce a garantire al tecnico una certa stabilità nonostante le dure critiche nei suoi confronti.

Sul piano umano, ancor prima che tecnico, Borthwick si è trovato a ricostruire un ambiente logorato dalla pressione e dalla tossicità della precedente gestione. La competitività interna era stata progressivamente sostituita dal terrore costante di essere esclusi per un errore, anche minimo, o per una risposta non gradita dal tecnico australiano.

Eddie faceva costantemente giochi mentali. Per esempio, chiedeva ai giocatori se fossero stanchi […] e guai a chi rispondeva di sì. Se stavamo bevendo qualche birra e qualcuno non beveva, poteva dirgli: ‘Se non vuoi una birra, tanto vale che te ne vada.” – Danny Care, Everything happens for a reason, p. 174.

Oggi il gruppo appare più sano, ma una delle principali critiche rivolte all’allenatore riguarda la possibilità che abbia esagerato in senso opposto: troppa poca tensione e competitività interna. Se durante il ciclo di Jones (2015-2022) l’Inghilterra ha potuto contare su leader carismatici come Ben Youngs, James Haskell, Owen Farrell e i fratelli Vunipola, oggi Borthwick fatica a individuare figure di leadership altrettanto incisive, capaci di mantenere il sangue freddo nei momenti chiave.

Il progetto del tecnico inglese, formalizzato al suo arrivo con un contratto quinquennale, guarda dichiaratamente alla RWC 2027 in Australia, con l’ambizione di riportare il trofeo nell’emisfero nord ventiquattro anni dopo il trionfo del 2003. Ma alla luce del recente Sei Nazioni, l’orizzonte si è improvvisamente accorciato all’estate 2026, quando l’Inghilterra affronterà Argentina, Sud Africa e Fiji in una serie di test ad altissimo livello.

Non solo il risultato, ma anche la qualità del gioco espresso, saranno sotto stretta osservazione. Questo perché il suo approccio alle partite è stato considerato eccessivamente conservativo, nonostante il talento a disposizione. Le quattro sconfitte, poi, non sono state di aiuto alla sua causa.

I numeri del declino

Partiamo dai numeri. Nel 2025 l’Inghilterra aveva segnato 179 punti subendone 105; nel 2026 il bilancio è sceso a 153 punti fatti e 151 subiti. Un peggioramento evidente, che testimonia la perdita sia di solidità difensiva sia di efficacia offensiva. In questa campagna nonostante 48 ingressi nei ventidue metri avversari totali (contro i 50 della Francia, prima in questa classifica), l’Inghilterra ha prodotto appena 2 punti per ingresso. Un indice estremamente basso, che evidenzia una difficoltà cronica nel convertire le fasi di attacco in punti. Per dare una misura, l’Italia si è classificata ultima con 1.4 punti per ingresso nei ventidue. Il crollo del differenziale punti dal +74 del 2025 al +2 del 2026 mette a nudo una flessione di 72 punti: un dato che racconta meglio di qualsiasi analisi la perdita di controllo dell’Inghilterra sulle partite.

Se vogliamo provare a dare un’interpretazione di questa statistica, potremmo dire che una volta entrata nei 22 metri avversari, l’Inghilterra ha caricato eccessivamente di responsabilità gli avanti, rendendo l’attacco inglese prevedibile.

Anno del 6NPFPSDifferenziale
2025179105+74
2026153151+2

In cabina di regia, accantonato un George Ford non particolarmente brillante, la squadra non è riuscita ad adattarsi al diverso profilo di Fin Smith, più dinamico e incline ad attaccare la linea palla in mano rispetto al petit général dei Sale Sharks.

Il risultato è stato un cortocircuito tattico: un sistema pensato per un mediano d’apertura gestionale è stato applicato a un giocatore con caratteristiche diverse che oltretutto non ha particolarmente brillato a sua volta. Ne è derivato un gioco incapace di imporsi con continuità, spesso rinunciatario e ancorato a un piano al piede eccessivamente conservativo. Un approccio pragmatico, ma che ha finito per tenere in partita gli avversari e limitare l’estro offensivo.

Kick and…?

Un esempio emblematico dei limiti del sistema è andato in scena al 78° minuto de Le Crunch. Con l’Inghilterra sopra di un punto e di un uomo, il pallone viene calciato nei 22 metri inglesi: si forma una ruck e Jack van Poortvliet sceglie di calciare dal box per spostare il gioco nella metà campo avversaria. La disposizione in linea ordinata dei suoi compagni ci conferma che si tratta di una scelta coerente con il piano gara, non improvvisata. L’obiettivo generale della partita era, infatti, quello di anticipare la transizione francese portando immediatamente pressione ed evitando che Dupont entrasse attivamente in partita.

In un momento del genere, nonostante il piano di gioco che prevede box kicks per avanzare, forse l’Inghilterra avrebbe fatto meglio a tenere il pallone e far scorrere il cronometro. Certo non è stata di aiuto la grave passività difensiva che ha regalato ai francesi territorio e momentum.

Ma invece di mantenere il possesso e consolidare il vantaggio, l’Inghilterra ha restituito il pallone alla Francia, concedendole quasi per galanteria un’ultima opportunità per dare l’assalto finale alla Bastiglia. Le conseguenze sono immediate: la difesa inglese, disorganizzata, permette a Matthieu Jalibert di risalire il campo attraversando arrivato un corridoio composto da sei giocatori inglesi. Qualche fase dopo, da quella sequenza è nato il fallo che ha consentito a Thomas Ramos di sparare la cannonata decisiva a far cominciare i festeggiamenti del popolo francese.

Ciò che l’Inghilterra di Borthwick ha trasmesso nel torneo è stata soprattutto la paura di osare: evitare gli errori più che imporre il proprio gioco, seguire il game plan anziché leggere le situazioni. A differenza dell’Irlanda di Andy Farrell, ultimamente associato spesso alla panchina inglese e maestro nell’aver costruito proprio una squadra capace di calciare con qualità e contendere il possesso, la Rosa propone un gioco molto prevedibile e leggibile.

Anche dalla piazzola il gioco al piede si è rivelato poco efficace: con un 76,9% di realizzazione, l’Inghilterra si colloca tra le peggiori squadre del torneo. Secondo Oval Insights, al turno 10 di Gallagher PREM — ovvero l’ultimo prima del Sei Nazioni — l’unico apertura inglese tra i migliori nove per precisione era Marcus Smith (88%), paradossalmente il meno utilizzato e quasi mai nel suo ruolo naturale.

Un modo diverso di giocare

La genesi dello stile di gioco “Borthwickiano” risale alla direzione generale intrapresa dal rugby internazionale già da qualche anno a questa parte. Con l’evoluzione atletica in termini di velocità e prestazione, il blitz difensivo si è affermato come strumento strategico, superando il suo utilizzo situazionale.

Da sempre (fin troppo) legato a un approccio data driven, l’Head Coach dell’Inghilterra sa bene che un calcio gestito con precisione può garantire fino a 30 metri di guadagno territoriale. Per ottenere lo stesso risultato palla in mano servirebbero nel migliore dei scenari almeno sei o sette fasi perfette, al netto degli eventuali errori durante l’avanzamento. Se poi si considera che negli ultimi Sei Nazioni un line break si è visto mediamente ogni 15–25 carry, la scelta diventa quasi obbligata: ecco perché il box kick è ormai utilizzato in modo sistematico. Serve a colpire alle spalle del blitz difensivo e a conquistare campo con maggiore rapidità ed efficienza.

Lo scarso rendimento difensivo

A peggiorare il quadro complessivo già poco edificante si aggiunge il resoconto finale del rendimento difensivo. L’Inghilterra ha chiuso il torneo all’ultimo posto per placcaggi completati (123) e per percentuale di placcaggi riusciti (83,8%), numeri incompatibili con ambizioni di vertice che mettono in discussione il lavoro di Richard Wigglesworth quale responsabile della difesa. Gli inglesi guidano anche la classifica per la percentuale di placcaggi mancati che hanno causato mete o line break (44,5%).

SquadraPlacc. riuscitiMete negate sotto press %Placc %Placc. dom. %% Placc. bassi% errori che hanno causato meta/break22M exit success %
Inghilterra12333.183.87.635.344.587.7
Galles16923.187.24.430.738.795.7
Francia17228.888.89.536.336.193.0
Irlanda17830.688.24.032.031.993.7
Italia15623.784.68.935.526.891.8
Scozia13925.289.35.727.925.385.9
Fonte: The Analyst

Difficoltà nell’organizzazione difensiva, nonostante una buona capacità di reggere in situazioni di stress, e disciplina altalenante hanno compromesso ulteriormente il cammino inglese. Emblematico il caso di Henry Arundell contro la Scozia: dopo un primo giallo rimediato nei primi nove minuti del primo tempo, il giocatore ha ricevuto una seconda ammonizione per un placcaggio pericoloso su Steyn, lasciando la squadra in inferiorità per venti minuti. Contro l’Italia, invece, i nervi sono saltati a Maro Itoje e Sam Underhill, mettendo a nudo una gestione emotiva altalenante nei momenti decisivi.

L’approccio territoriale basato sul kicking game di cui abbiamo parlato impone standard difensivi elevati. Ma durante il Sei Nazioni 2026 il sistema di salita inglese ha perso efficacia: laddove in precedenza controllava il centro del campo, forzando gli attacchi verso l’esterno, ha iniziato a concedere spazi nei canali interni. Un dato sui placcaggi è significativo: Freddie Steward, estremo, guida la squadra come primo placcatore con il 90%, evidenziando un sovraccarico dell’ultima linea e criticità strutturali nel sistema difensivo.

La perdita di territorio

Un ulteriore esempio delle difficoltà strutturali difensive si è visto contro l’Irlanda. I primi tre punti degli ospiti nascono da una sequenza di errori inglesi nelle fasi statiche e nella gestione della transizione difensiva. Tutto parte da una touche a centrocampo con lancio inglese, persa maldestramente: l’Irlanda recupera così il possesso e riesce ad avanzare fino a penetrare nella red zone in una situazione potenzialmente da meta, evitata solo da un errore di handling di James Lowe. Poco dopo, a seguito di un calcio guadagnato in mischia ma giocato corto da George Ford, gli irlandesi riescono nuovamente a recuperare il pallone dopo la rimessa laterale lanciata dai padroni di casa.

Dopo aver recuperato palla dalla rimessa laterale, l’Irlanda guadagna un calcio di punizione che le fa mettere la testa avanti dopo appena 6 minuti.

Da lì costruiscono una piattaforma offensiva efficace sui ventidue metri inglesi (vedi la sequenza sopra), avanzando sistematicamente fino a pochi metri dalla linea di meta dove ottengono un vantaggio. Il dato più significativo non è qui tanto la perdita di possesso nei set piece, ma la modalità con cui l’Irlanda riesce a costruire avanzamento: in entrambe le sequenze, l’attacco irlandese è costantemente avanzante, mentre la difesa inglese è costretta a rincorrere, senza mai riuscire a organizzare le guardie a protezione alla ruck. È proprio in questo intervallo difensivo che Gibson-Park riesce a inserirsi ripetutamente.

La conseguenza è immediata: l’Irlanda conquista i primi tre punti della partita, costringendo l’Inghilterra a inseguire già dal 6° minuto, in una dinamica che si ripeterà spesso nel corso del torneo.

Una calda estate sudafricana

Il 4 luglio a Johannesburg l’Inghilterra scenderà in campo contro il Sud Africa in una partita cruciale per Steve Borthwick. Sarà il banco di prova della sua capacità di trarre insegnamento dagli errori commessi nella campagna invernale e di dimostrare che il progetto quinquennale può davvero riportare la nazionale ai vertici internazionali. Nei prossimi mesi, la parola chiave sarà sviluppo.


«Alcuni di loro stanno ancora imparando, altri sono molto giovani e forse non hanno ancora l’esperienza necessaria a livello internazionale. Forse è questo che stiamo vedendo riflettersi sulle prestazioni dei giocatori.» Will Carling sullo staff della nazionale alla BBC.

Per prima cosa il sistema di gioco dovrà essere più dinamico e flessibile, capace di offrire soluzioni offensive alternative e di adattarsi rapidamente alle diverse fasi della partita o alle strategie dell’avversario. L’Inghilterra non potrà più permettersi approcci prevedibili o conservativi: la squadra dovrà ritrovare la capacità di imporre ritmo, muovere la palla con continuità e sfruttare al massimo gli spazi creati dai breakdown.

Un altro elemento cruciale sarà la valorizzazione dei giovani talenti presenti nel gruppo. Figure come Marcus SmithFin SmithSeb Atkinson e Tommy Freeman rappresentano non solo il presente, ma anche il futuro della squadra. Sapere integrarle efficacemente nel tessuto tattico, assegnando loro responsabilità chiare e permettendo loro di incidere in momenti chiave, potrebbe trasformare la squadra da difensiva e prevedibile a più creativa e incisiva.

Sul fronte difensivo, l’Inghilterra ha dovuto fare i conti con la partenza di Felix Jones, trasferitosi in Sud Africa nel 2025. La gestione della linea arretrata è stata affidata a Richard Wigglesworth, anche lui alle prime armi come allenatore internazionale. Nonostante l’esperienza da interim coach con i Leicester Tigers, il tecnico ha mostrato limiti nella gestione della difesa, una lacuna che sarà fondamentale correggere prima dei test estivi.

L’Inghilterra si trova adesso davanti a mesi decisivi anche in vista della spedizione mondiale del prossimo anno in Terra Australis. La stagione di test estivi non sarà soltanto un banco di prova per i risultati immediati, ma rappresenterà un momento cruciale per capire se non sono stati buttati via tutti i propositi del progetto quinquennale. Il tempo per imparare dagli errori, sperimentare e sviluppare una squadra competitiva è terminato: la parola chiave resta sviluppo, e ogni test sarà un indicatore di quanto l’Inghilterra sia pronta a riscattarsi, sia sul piano tattico sia su quello della leadership e della gestione dei giovani talenti.

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