Continuiamo il nostro approfondimento del rugby francese e del Top 14. Nel primo articolo abbiamo raccontato come il rugby francese abbia costruito la propria forza valorizzando il legame dei club con il territorio e sviluppando un sistema capace di attrarre pubblico, sponsor e investitori. In questa seconda puntata entriamo nel funzionamento di quel sistema: il salary cap, le regole sui giocatori formati in Francia e i controlli finanziari sui club. Tre strumenti con cui il rugby transalpino cerca di tenere insieme ambizione sportiva, formazione e sostenibilità economica.
Leggi la prima parte: Come la Francia è diventata la capitale del rugby mondiale

Come abbiamo visto nell’articolo precedente, la Francia ha reagito meglio e prima di altri ai cambiamenti che s’imponevano sia per via del passaggio al professionismo, sia per la necessità di restare al passo con un mondo che cavalcava verso il terzo millennio.
Tuttavia, un fattore che ha messo alla prova il sistema francese è stato, paradossalmente, proprio la troppa attenzione: nuovi investitori, interessati ovviamente a primeggiare e disposti a investire grosse quantità di denaro per farlo, hanno rischiato di rimescolare gli equilibri interni ed esterni al campionato. Con poca attenzione al prodotto interno rugbistico francese e, come d’abitudine, ancor meno alle ripercussioni finanziarie del loro passaggio nei club.
“Tanto e in fretta” è un atteggiamento che mette necessariamente di fronte ad una scelta: agire in maniera netta o godersela finché dura, sperando che non salti tutto per aria.
La rivoluzione del tridente finanziario
Il primo rebbio: il salary cap
Il campanello d’allarme la Ligue Nationale lo sente e nel 2010 prende provvedimenti massicci.
Il primo, il più famoso: introduce il Salary Cap, un limite alla spesa per gli stipendi uguale per tutte le squadre, con l’obiettivo di consentire la crescita economica evitando al tempo stesso squilibri irreversibili a causa di un proprietario particolarmente ricco e rischi sistemici come il fallimento dei club per via di una insostenibilità economica dovuta alla corsa agli ingaggi stellari. È una scelta controintuitiva, forse, almeno per l’epoca – tanto che alcuni campionati come quello inglese tentano una mossa sostanzialmente opposta per restare al passo, salvo poi far retromarcia negli ultimi anni.
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Ma la Lega Francese capisce subito che la situazione va normata per mantenere un equilibrio competitivo anche economico. Mettere un tetto al monte salariale – 200 milioni di euro complessivi, 10 milioni a squadra – senza troppo margine di manovra, ha permesso di non cambiare volto al campionato francese. Ma, soprattutto, di far scendere mediamente il peso degli stipendi sui costi operativi: dal oltre il 61% del 2010 all’attuale 54%. Con in mente l’idea che i ricavi debbano crescere più delle spese. Una decisione non popolare, criticatissima all’epoca e che sembrava uno strangolamento delle velleità dei proprietari, ma che ha funzionato anche per la rigidità d’applicazione nel corso degli anni. Solo quest’estate la LNR ha annunciato una delle poche riforme del salary cap, che andrà in progressione di 100 mila euro l’anno per le prossime 5 stagioni, anche per adeguarsi alla crescita del mercato, da 10,7 a 11,3 milioni a squadra nel 2030.

Elemento fondamentale del sistema salariale è stato poi il sistema relativo ai bonus di sforamento per l’ingaggio di giocatori della Nazionale francese. Solo in quel caso alle squadre, se necessario, è concesso di sforare il budget cap. Cosa che da quest’anno verrà integrata anche con un contributo a scaglioni per chi dovrà fare a meno, durante l’anno, dei giocatori internazionali inclusi nella Premium List (contributo che comunque prevede un tetto massimo).
Il secondo pilastro: il JIFF
Il secondo pilastro, introdotto anch’esso a partire dalla stagione 2010/11, è stato il famigerato JIFF. L’acronimo sta per Joueur Issu des Filièrs de Formation (ossia il Giocatore Proveniente dai Percorsi di Formazione) e identifica i giocatori formati nel sistema rugbistico francese, indipendentemente dalla nazionalità. Il sistema impone ai club una presenza minima di questi giocatori nelle liste gara, calcolata come media stagionale, riservando così spazio a chi proviene dalla formazione locale.
Il JIFF è stato fondamentale per evitare di chiudere gli spazi ai giocatori francesi nelle squadre più ambiziose della massima serie. Per avere lo status di JIFF un giocatore deve aver trascorso almeno 3 stagioni in un centro di formazione riconosciuto in Francia oppure essere stato tesserato e aver giocato per almeno 5 stagioni nel sistema federale francese.

In uno dei periodi, quello del 2010 appunto, in cui c’era tanta mobilità dei giocatori internazionali anche da una Nazionale all’altra, il JIFF fu etichettato come il modo della FFR di assicurarsi giocatori stranieri per la Nazionale, con discendenza francese e non. Tuttavia, al contrario, l’obiettivo della LNR era quello di non impedire l’arrivo degli stranieri ma, allo stesso tempo, di evitare che questi fagocitassero spazio e minuti ai giocatori francesi più giovani. Venne reso fin da subito un obbligo, con limitazioni che sono diventate rapidamente più stringenti a fronte di club che provavano ad aggirare il dispositivo, per forzare tutte le squadre, anche le più competitive, a tesserare e a far giocare i giocatori francesi.
L’obbligo minimo di JIFF nelle liste gare – oggi di 16 JIFF per foglio partita lungo la stagione, di media – garantisce un 70% del roster che proviene dal sistema formativo francese. Con intelligenza, la Lega ha affiancato all’obbligo degli incentivi economici: fin dall’inizio fu istituito un fondo quasi esclusivamente proveniente dagli obblighi d’iscrizione dei club, che ridistribuisce i soldi alle squadre di Top 14 e Pro D2 in base a quanti giocatori con lo status di JIFF hanno e utilizzano in stagione. I club virtuosi vengono premiati, quelli meno virtuosi contribuiscono indirettamente alla formazione nazionale. Dall’altra parte ci sono le sanzioni e i limiti, che la LNR ha sempre implementato con una discreta fiscalità. Negli anni ha introdotto un limite al numero dei non-JIFF da poter mettere sotto contratto, reagendo a squadre che diluivano con tanti ingaggi il sistema, pur restando sotto il cap. Inoltre, da regolamento, le squadre che non rispettano i criteri, possono incorrere in multe e soprattutto penalizzazioni sportive. Una reazione necessaria arrivata nel 2017 a valle delle infrazioni ripetute di alcuni club.
Questo ha contribuito in maniera innegabile e sostanziale alla generazione fenomenale di giocatori di cui la Francia gode dalla rinascita post-pandemica. I vari club si sono visti incentivati a sviluppare il proprio vivaio per poter operare con libertà sul mercato, e al tempo stesso sono stati obbligati a dare spazio ai giocatori formati in Francia, mantenendo un equilibrio in rosa. I giocatori hanno beneficiato della possibilità di giocare e misurarsi in un campionato super-competitivo come il Top 14, mentre la Nazionale ha proporzionalmente allargato il bacino di selezionabili.

Il terzo pilastro: L’A2R
Il meno conosciuto, ma forse il più importante dei tre pilastri è il lavoro dell’Autorité de Régulation du Rugby (A2R, già DNACG) che monitora e controlla costantemente la situazione finanziaria dei club. È un ente che esiste fin dal 1999 ma che, non casualmente, proprio nei primi anni ’10 del 2000 ha visto un rafforzamento dei propri campi d’operato. Una misura da contrapporre alle stringenti regolamentazioni appena introdotte, con l’obiettivo di aiutare i club nella gestione finanziaria, senza permettere loro di imbarcarsi in progetti non sostenibili.
Il lavoro dell’Autorità di Regolamentazione è capillare e continuo durante la stagione. I club devono presentare dei budget preventivi prima dell’inizio della stagione, considerando gli incassi e le spese previste, incluse quelle eventualmente di investimenti privati e di ricapitalizzazione degli azionisti. L’A2R passa al vaglio e decide se il progetto è sostenibile e ogni squadra è tenuta a mantener fede agli impregni presi; non solo a parole ma fin dall’inizio con garanzie bancarie e fideiussioni.
Oltre ai controlli a monte e a valle della stagione, l’A2R esegue anche controlli durante la stagione, con vere e proprie ispezioni nelle sedi dei club e sulla situazione finanziaria di azionisti e dirigenti per controllare che vengano rispettati i patti o che questi non vengano aggirati. La supervisione è capillare e si attiva ogni volta che il club “devia” dal percorso previsto dal progetto, anche in caso di ingaggi non previsti a inizio stagione, vagliando la sostenibilità dell’operazione e del contratto e potendo, eventualmente, bloccare l’accordo.

L’Autorità può prendere misure preventive, bloccando o modificando i progetti pre-stagionali o intervenendo con limitazione prima che i club chiudano accordi difficili da rispettare. Può tuttavia anche sanzionare nei casi di mancata ottemperanza: multe, blocco di contributi o del mercato, limitazioni e divieti fino alle penalizzazioni e retrocessioni sportive. Ovviamente può e deve intervenire in aiuto dei club più fragili economicamente. L’ente è garante della creazione dei fondi di riserva obbligatori che tutti i club devono costituire: si tratta di coperture preventive di riserva pari al 15% delle retribuzioni complessive dei giocatori o comunque non inferiori al 20% dei ricavi netti. Ogni club deve avere questo strumento di protezione in caso di eventuali difficoltà impreviste.
Conclusioni
La combinazione di questi tre pilastri – in parte emulati nel tempo da altri campionati, in parte esclusivi del rugby francese – sono ciò che la LNR ha adottato per far sì che il campionato francese sia sostenibile: non permettendo spese illimitate e investimenti faraonici, ma limitando la spesa con cognizione, controllando e verificando le spese, senza impedire di aprirsi al mercato. La forza del modello transalpino risiede tutta qui.
In Francia hanno capito prima di tutti che per guardare al futuro con stabilità e ambizione, non basta un sistema di regole rigido. È indispensabile un patto di ascolto reciproco: la LNR e la federazione devono sì pretendere il rispetto di paletti finanziari severi, che evitano fallimenti e tragedie personali, ma anche mantenere un canale di confronto costante con i club. D’altronde, sono proprio le società a sostenere il peso dei rischi sul campo e fuori, ed è attraverso la condivisione delle scelte che la sostenibilità smette di essere un limite e diventa una risorsa per tutti.
Fine seconda parte.
Nella terza e ultima parte, che uscirà a novembre, analizzeremo come questo sistema abbia contribuito all’affermazione internazionale del Top 14 e quali effetti abbia avuto sulla crescita dei club e sui talenti della Nazionale francese.
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