Abbiamo atteso questo risultato per più di un decennio. Era dal 2013 che non vincevamo due partite al Sei Nazioni, che potevano essere anche di più se non fosse stato per alcuni episodi. Questa giovane ma ormai già esperta squadra italiana sta stupendo tutti per la sua capacità di giocarsela con chiunque, una mentalità che sembra arrivata anche grazie al cambio al timone con l’arrivo di Quesada, ma che ha radici più profonde.

Consolidare per costruire
Ogni buon allenatore sa che non può gettare alle ortiche il lavoro fatto dal suo predecessore. Gonzalo Quesada lo sa bene, e arrivato alla guida dell’Italia, non ha certo spazzato via gli elementi distintivi del gioco offensivo di Crowley che avevano reso l’Italia più credibile sul piano internazionale. Anzi, le mete più belle degli azzurri in questo 6N 2024, vale a dire quella di Allan contro l’Inghilterra e quella di Pani contro il Galles, sembrano uscite dal cucchiaio d’argento del coach di Taranaki.
La cosa più plausibile è che Quesada abbia deciso di porre l’accento nelle sessioni di allenamento su aspetti del gioco in cui la squadra sembrava carente, ad esempio il kicking game, lasciando intatti gli automatismi in attacco sviluppati dal gruppo. Questo è sacrosanto perché questo gruppo squadra ha imparato ad attaccare bene con Crowley, ed aveva bisogno di imparare a difendere in maniera corale ed efficace. Detto fatto, con Quesada si sono viste salite difensive, placcaggi e turnover che non vedevamo da anni, con capofila il capitano Michele Lamaro che è il giocatore che ha fatto più placcaggi di tutto il torneo. Nella stessa top10 ci sono altri italiani come Niccolò Cannone (dato mostrato in TV durante la partita).
Quesada è un allenatore molto attento alla fase difensiva e al gioco al piede, due aspetti che nel corso di questo 6N 2024 abbiamo visto migliorare a vista d’occhio negli azzurri. Anche contro l’Irlanda, una partita nefasta finita 36-0 per i padroni di casa, si è vista una certa capacità degli azzurri di chiudere le linee di corsa nelle contese aeree per facilitare il lavoro ai trequarti. Una skill che finora non si era vista, ed era anzi la croce di ali ed estremi italiani.

Un tassello alla volta
Il gruppo squadra che ha impressionato per le doti difensive in questo 6N 2024 è lo stesso che ha preso 96 punti degli All Blacks al mondiale, e 60 dalla Francia la settimana dopo. Sono gli stessi giocatori che hanno faticato con l’Uruguay nel primo tempo. Stanno aggiungendo al loro skill set un importante tasselli tecnico-tattici: un’arte del placcaggio intelligente dettata da letture difensive più efficaci, e un uso strategico del piede adeguata al rugby del 2024.
Nel biennio-Crowley hanno invece appreso come si attacca la linea della difesa muovendo la palla più rapidamente degli occhi dell’avversario, sfruttando anche i flanker come distributori di palloni per portare la palla dai “grossi” in ruck fino ai rapidi trequarti come Capuozzo, pronti ad infilarsi fra le maglie rotte di una difesa incapace di starti dietro. Quando funzionava, questa strategia che non invecchia mai aveva negli italiani degli interpreti d’eccezione, come si è visto nel primo tempo contro il Sud Africa nei test match autunnali di Novembre 2022.
Il talento non si insegna ma si coltiva
Non ci siamo trovati con una generazione di fenomeni per le mani per puro caso. I giocatori che ora hanno dai 22 ai 25 anni che stanno incidendo così tanto a livello internazionale sono figli di un sistema formativo messo in piedi nel 2006 ma reso efficace nel 2016. Nonostante la recente riforma, l’idea di base resta la stessa e cioè quella di avere dei luoghi di “accentramento” del coaching d’élite per massimizzare la formazione di un numero ristretto di atleti che possono ambire a diventare giocatori professionisti.
Ora, questo sistema basato su delle “accademie” ha anche i suoi problemi e non sto certo qua a difenderlo a spada tratta, ma è innegabile che stia finalmente pagando. Qualcuno leggendo questa frase dirà “voglio ben vedere, dopo così tanti anni”, ma secondo me bisogna sempre tenere da conto quanto tempo ci vuole per le cose. Nello specifico, individuo una serie di fattori come rilevanti:
- Il tempo necessario perché un atleta percorra tutto il percorso formativo previsto, dai 16 anni fino alla fine della nazionale U20.
- I 2-3 anni successivi in cui deve trovare spazio fra i professionisti, sviluppando fisico e acume tattico per poter emergere.
- La disponibilità del club e della nazionale nello specifico ruolo in cui il giocatore gioca.
Considerando questi tre fattori, ci si può aspettare che siano passati 6-7 anni dalla riforma voluta da Stephen Aboud (2016) ai primi segnali di miglioramento della nazionale maggiore in campo internazionale (2022).
L’esempio di Zuliani
Prendiamo come esempio il nostro amato Manuel Zuliani, nato a Castelfranco Veneto nell’anno 2000. Nel 2016 viene selezionato dall’accademia zonale di Mogliano, poi divenuta centro di formazione permanente (CDFP) di zona-Treviso, nella quale resta fino al 2018 cioè i due anni previsti dal percorso di formazione. Dal 2018 al 2020 è parte dell’Accademia FIR che disputa la Serie A italiana. Nella stagione 2020/21 gioca il Top10 con il Mogliano, e in quella successiva viene portato in Ghirada dal Benetton dove diventa un professionista a tutti gli effetti.
Nel 2022 guadagna il suo primo cap, e nel 2023 è nelle rotazioni al Sei Nazioni. Nel 2024 è indispensabile dalla panchina per tenere alto il livello, e sembra naturale vederlo titolare da qui a due anni quando Seb Negri avrà spento troppe candeline per riuscire ad impattare come sta facendo ora. Fra il 2016 e il 2024 sono passati otto anni, ed è un tempo assolutamente normale per sviluppare un atleta di livello.
In questi 8 anni, l’Italia non ha vinto nessuna partita al 6N fino al 2022. Da quando hanno iniziato ad arrivare in azzurro i primi figli del nuovo sistema, cioè quelli che hanno iniziato la formazione dal 2016 in poi, l’Italia è tornata competitiva con la storica vittoria di Cardiff 2022 e l’autunno ovale del 2022 battendo Samoa e Australia. Poteva essere un episodio, ma così non è stato, e ad oggi stiamo parlando del miglior Sei Nazioni di sempre con una squadra dall’età media piuttosto bassa e dal futuro radioso.

I dati dicono che il sistema funziona
Quello di Zuliani non è un caso isolato. Con lui nel 2018/19 c’erano anche gli attuali azzurri Paolo Garbisi, Alessandro Fusco, Federico Mori, Gianmarco Lucchesi, Andrea Zambonin e Filippo Alongi fra i convocati, tutti atleti sviluppati nel sistema formativo accademico che hanno contribuito ad innalzare il livello della nazionale maggiore anno dopo anno. Nel 2019/20 c’erano Mirco Spagnolo e Lorenzo Cannone, nel 2020/21 Menoncello, Pani, Rizzoli, Genovese, Ferrari, Marin. Negli ultimi anni abbiamo apprezzato Odiase, Scalabrin, Gallorini e molti altri, che sono gli atleti che non ora, ma fra 3-4 anni devono essere quelli che subentrano e fanno la differenza.
Stiamo producendo tanti atleti forti ogni anno, e lo dicono i dati, non lo dico io. Dobbiamo continuare a farlo, continuare a credere in un sistema che per anni abbiamo dovuto “attendere” ma che ora sta dando i frutti. Non possiamo cedere alla tentazione di smantellare tutto, perché non abbiamo le academies che hanno in Francia o in Inghilterra. Non abbiamo clubs con budget di 15 milioni di € in seconda divisione, non abbiamo un campionato espoirs forte, non abbiamo le rugby schools, né tantomeno milioni di praticanti. Dobbiamo continuare ad accentrare il meglio del talento che riusciamo a rilevare e coltivarlo col miglior coaching possibile per alcuni anni prima di gettarli nella centrifuga del professionismo.

Cosa va migliorato
Io lo so che alcune delle persone che stanno leggendo e che (spero) sono arrivate fino a qui pensano “eh però i club dove li mettiamo”? Ecco, proprio qui volevo arrivare. Una delle mancanze delle gestioni federali degli ultimi 10 anni è stata quella di sembrar non voler dar nessun supporto ai club del campionato domestico. Il risultato è che questo campionato ha perso tantissimo interesse e il livello complessivo si è abbassato notevolmente. Ad oggi, o sei destinato a finire in una franchigia o rischi di finire nel dimenticatoio, e questo va cambiato.
Con tutto il rispetto per Galles, Irlanda e Scozia che hanno tradizioni rugbistiche che noi ci sognamo, quello che loro non hanno sono 60 milioni di abitanti. Dobbiamo aiutare i club che lavorano sul territorio, aiutandoli a fare tessuto sociale per lavorare insieme e migliorare le infrastrutture. È da questo sostrato che emergono gli Zuliani e i Menoncello di domani, del resto. Il campionato domestico, in tutto questo, va visto come un organo importante del sistema e non come qualcosa da asportare. Alzarne il livello con investimenti seri e mirati significa creare terreno fertile per tutto il movimento. Con pazienza e determinazione, come fatto finora.