Se non fosse per la stagione 2022/2023 disputata in Serie A Élite con il Cus Torino terminata con la retrocessione, e per le due caps con la nazionale argentina contro l’Inghilterra nell’estate 2025, Nicolás Roger Farias sarebbe probabilmente arrivato a Treviso come uno dei profili argentini misteriosi scelti da Antonio Pavanello.

Questa volta, però, il discorso è diverso. Il nuovo mediano d’apertura dei Leoni è certamente un nome poco noto al grande pubblico del rugby italiano, ma possiede caratteristiche tecniche e potenzialità che lo rendono un innesto interessante per il Benetton. Dopo la partenza di Tomás Albornoz, infatti, Treviso si ritrovava con il solo Jacob Umaga come apertura di ruolo, rendendo necessaria l’acquisizione di un giocatore in grado di garantire profondità, qualità e impatto immediato dalla panchina o dal primo minuto.

E visto che in Italia è ingiustamente conosciuto soltanto come “il fratello di Martìn, quello che gioca alle Zebre”, abbiamo deciso di contattarlo per provare a conoscerlo un po’ meglio.

  1. Dove tutto ha inizio: Santiago Lawn Tennis Club
  2. I Pumas e la chiamata di Felipe Contepomi
  3. Un vuoto importante da colmare a Treviso: il post Tomás Albornoz
  4. Il rapporto con il fratello Martìn Roger Farias e con i compagni di squadra
  5. Nicolás Roger Farias è il giocatore giusto per Treviso?

Dove tutto ha inizio: Santiago Lawn Tennis Club

Ciao Nicolas, ci racconti i tuoi inizi e il legame con il club di origine che avete in Argentina?

Ho iniziato a Santiago del Estero, nel nord dell’Argentina, non lontano da Tucumán, che è probabilmente una realtà più conosciuta nel panorama rugbistico. Il club si chiama Santiago Lawn Tennis.

In Argentina il legame con il club è qualcosa di straordinariamente profondo: i giocatori si sentono davvero “a casa” e si identificano completamente con i colori che rappresentano. È una caratteristica diffusa in tutto il Paese, non riguarda solo alcune realtà particolari. Anche nel mio club era così. È difficile da spiegare con precisione: è una forma di affetto, di appartenenza, quasi un amore che nasce spontaneamente tra le persone che condividono quello spazio ogni giorno.

Sì, è esattamente la sensazione che si ha osservando da fuori. Per quanto riguarda l’Italia, almeno per quella che è la mia esperienza, il club viene vissuto principalmente come luogo di allenamento. Ci si ritrova lì quasi esclusivamente per la pratica sportiva. Da quello che si percepisce, invece, in Argentina il club è molto più di questo.

Sì, è esattamente così. Quando ero piccolo, soprattutto durante le vacanze, passavo l’intera giornata al club. Ma non si trattava solo di rugby: si faceva un po’ di tutto. Giocavamo a calcio, stavamo insieme, sfruttavamo tutti gli spazi che il club offriva. Era un luogo di vita prima ancora che di sport.

È proprio lì che nascono le amicizie più importanti e dove inizi, fin da bambino sviluppi un legame profondo con il tuo club. È qualcosa che cresce con te nel tempo.

Dopo essere cresciuto nel tuo club ti sei trasferito in una franchigia sudamericana per firmare il tuo primo contratto da professionista, corretto?

Sì, ho iniziato la mia carriera da professionista nella SLAR, il campionato sudamericano. La mia prima esperienza è stata nel 2021 con Cafeteros Pro, in Colombia. Quella è stata la mia prima squadra a livello professionistico. Successivamente mi sono trasferito in Uruguay, sempre all’interno dello stesso campionato, continuando il mio percorso nella lega sudamericana. Poi sono arrivato in Italia, a Torino, dove ho giocato fino alla stagione 2023-2024. Dopo quell’esperienza sono tornato a giocare nella SLAR, questa volta in Cile, con un’altra franchigia dello stesso campionato. Nel 2025, invece, ho avuto per la prima volta l’opportunità di entrare in una franchigia professionistica argentina. Da lì è successo tutto molto velocemente: ho concluso quell’esperienza e poco dopo è arrivata la chiamata dei Pumas. Mi ha contattato Felipe e sono entrato nel gruppo nel mese di luglio.

Nicolás Roger Farias in azione durante una partita di Super Rugby Americas del 2025. Photo Credits: César Heredia y Ramiro Vega di Gaspafotos

I Pumas e la chiamata di Felipe Contepomi

Com’è stato vivere quel momento? Era qualcosa che ti aspettavi oppure è arrivato in modo improvviso, come una sorpresa?

No, non me lo aspettavo affatto. Sentivo di essere a un buon livello, questo sì, ma prima di quell’esperienza in franchigia non avevo mai giocato né con l’Argentina XV né, ovviamente, con i Pumas. Era qualcosa che percepivo come ancora lontano. Nella mia testa pensavo che, eventualmente, potesse arrivare una chiamata dall’Argentina XV, come primo passo. Invece, dopo una partita, tutto è cambiato molto rapidamente: il martedì, appena uscito dall’allenamento, ho ricevuto un messaggio da Felipe. È stato completamente inaspettato.

Per questo è stato senza dubbio, uno dei momenti più belli della mia vita

E com’è stato il salto di livello? Poi entreremo nel confronto tra i diversi campionati, ma cosa significa trovarsi improvvisamente a giocare a livello internazionale, per esempio contro l’Inghilterra? Quanto cambia rispetto a ciò a cui eri abituato prima?

La differenza è enorme. La velocità del gioco è incredibile, molto più alta rispetto a quella a cui ero abituato. Anche il contatto è molto più intenso, più fisico. E soprattutto cambia il tempo a disposizione per prendere decisioni: con la palla in mano hai molto meno tempo per leggere la situazione e scegliere cosa fare. È un livello completamente diverso, sotto tutti gli aspetti, e decisamente più difficile. Ho avuto bisogno di un periodo di adattamento per abituarmi a queste richieste.

Sì, è sicuramente un salto importante. Restando sul tema dei campionati, ti chiedo: che differenze hai riscontrato tra il campionato sudamericano per franchigie e la Serie A Elite, quando hai giocato con il CUS Torino? E, se hai avuto modo di confrontarti anche con il campionato domestico argentino, che livello hai percepito?

Sì, ho avuto modo di fare questi confronti. Il livello è abbastanza simile, anche se ci sono differenze significative nello stile di gioco. In Italia, probabilmente, il livello medio è leggermente più alto, o quantomeno più solido sotto certi aspetti.

In Sud America, invece, il gioco è più dinamico, più veloce. Si gioca con ritmi più elevati, mentre in Italia l’approccio è più tattico, più strutturato. Qui [in Italia] c’è molta attenzione all’organizzazione, alla gestione delle situazioni di contatto, mentre là [in Argentina] si privilegia la continuità e la velocità del gioco.

L’Argentina dà spesso l’impressione di essere una squadra molto orientata all’interpretazione: esiste un’idea di gioco, ma poi viene adattata continuamente in base a ciò che succede in campo, un po’ come accade anche alla Francia. Le squadre europee, e l’Italia in particolare, sembrano invece più strutturate: seguono schemi più definiti, con una gestione più codificata delle situazioni di gioco. Invece qui a Treviso come ti stai trovando? Treviso è uno dei club più importanti e storici d’Italia. Dal punto di vista della cultura di club, trovi delle similitudini con quello che hai vissuto in Argentina oppure è qualcosa di molto diverso?

Mi sto trovando bene. I ragazzi sono davvero molto gentili e mi hanno accolto benissimo. Sono qui solo da un mese, quindi è ancora presto: sto cercando di adattarmi, ho bisogno di un po’ di tempo per entrare completamente nel contesto. Per quanto riguarda la cultura di club, è una domanda interessante. Se parliamo delle franchigie, come quelle del campionato sudamericano, il discorso è diverso rispetto ai club tradizionali argentini…

Sì, esatto: il confronto che mi interessa è proprio tra la cultura del tuo club di origine in Argentina — quindi il modello più “classico” — e quella dei club italiani, in questo caso Treviso. Anche se è una franchigia, resta comunque una realtà che, almeno in parte, può essere considerata come un club.

Penso che la differenza principale stia proprio nella natura del club di origine. Il mio è un club amatoriale: tutti i giocatori crescono lì, spesso fin da quando hanno cinque anni. Questo crea un legame molto forte, perché si condivide un percorso lungo e continuo all’interno dello stesso ambiente.

Qui, invece, ho la sensazione che ci sia un ricambio molto più frequente di giocatori. Questo rende più difficile costruire un’identità altrettanto radicata nel tempo. Nel mio club di origine, tutto ruota attorno all’amore per la maglia: è un valore centrale, quasi assoluto.

Nel contesto professionistico, inevitabilmente, questo aspetto cambia. Fa parte della natura stessa del professionismo. Detto questo, per quello che ho potuto vedere finora, anche qui i ragazzi sentono molto la maglia e l’appartenenza al club. Tuttavia, a mio avviso, resta ancora una certa distanza rispetto a ciò che si vive in Argentina sotto questo punto di vista.

In Argentina, al di là delle franchigie che partecipano al campionato sudamericano, il sistema resta in gran parte amatoriale o, al massimo, semi-professionistico. Anche il campionato principale (penso a quello dell’area di Buenos Aires) funziona così?


Sì, il campionato principale è quello argentino, e in larga parte è ancora amatoriale. I giocatori non sono propriamente professionisti: la preparazione e l’impegno sono quelli di atleti di alto livello, ma senza una vera retribuzione. È un contesto molto esigente: il campionato è durissimo e a fine stagione i giocatori arrivano davvero stanchi, perché si allenano e competono con grande intensità, pur non essendo professionisti a tutti gli effetti.

Alla fine, tutto è sostenuto dall’amore per il club e per la maglia. È questo il motore principale: un senso di appartenenza molto forte, che spinge i giocatori a dare tutto nonostante le difficoltà.

Questa è una dimensione che qui in Italia apprezziamo moltissimo. Anche nel nostro gruppo Telegram, ad esempio, durante le finali del campionato argentino se ne parla sempre tanto: si condividono link, video, quando possibile si seguono le partite in diretta. Colpisce molto anche l’atmosfera: il pubblico, la partecipazione, l’intensità emotiva. Sembra quasi di assistere a un evento professionistico sotto tutti gli aspetti. È qualcosa che, da tifosi, ci piacerebbe vedere anche in Italia, magari anche a livello di Serie A Elite. Perché sì, formalmente si tratta di un campionato professionistico, ma nella realtà, e penso tu lo sappia bene, siamo più vicini a un semi-professionismo: sono ancora pochi i giocatori che riescono a vivere esclusivamente di questo sport. Anche per questo, il modello argentino esercita un grande fascino su di noi. Poi, in qualche modo, c’è anche un legame culturale tra Italia e Argentina che rende tutto ancora più sentito.

Sì, capisco cosa intendi. In realtà, per quello che ho visto, anche qui in Italia c’è una passione simile per il rugby, soprattutto a livello di club e di Serie A Elite.

Mi sembra che, pur con le differenze, si segua una strada in parte simile. Io ho avuto modo di vedere anche realtà come Uruguay, Cile e Paraguay, e posso dire che qui il livello è più alto, ma alcune dinamiche restano comparabili.

Forse in Argentina c’è qualcosa in più, soprattutto in termini di tradizione, ma mi piace molto il modo in cui il rugby viene vissuto in Italia: si percepisce comunque una passione autentica.

Sì, perché alla fine anche qui il sistema mantiene ancora una forte componente legata alla cultura di club. Al di fuori di realtà come Benetton Rugby e Zebre Parma, che rappresentano il vertice pienamente professionistico, il resto del movimento è ancora fortemente legato a una dimensione semi-professionistica.

Questo significa che, in molti casi, si gioca ancora soprattutto per la maglia, più che per un ritorno economico significativo.

Un vuoto importante da colmare a Treviso: il post Tomás Albornoz

Venendo invece al rugby giocato: come ti stai trovando a Treviso all’interno del sistema di gioco? Ti abbiamo visto nelle prime due partite: la squadra sembra essere in una fase di costruzione della propria identità, con l’inizio del 2026 che ha mostrato un gioco forse più aperto. Poi, nell’ultima partita, anche le condizioni (penso alla nebbia) hanno reso tutto più complicato, soprattutto nella gestione e nelle decisioni. Come stai vivendo questo inserimento, anche dal punto di vista tecnico-tattico?

Mi sto trovando bene. Come dicevo, ho ancora bisogno di un po’ di tempo per integrarmi completamente, soprattutto per capire meglio i compagni e le dinamiche in campo nei diversi momenti della partita. Il sistema di gioco in sé non è difficile da comprendere, ma la parte più complessa è sviluppare l’intesa con la squadra: sapere cosa fare, quando farlo, e in relazione a ciò che fanno gli altri. Penso che mi serva ancora un po’ di tempo per sentirmi davvero a mio agio al cento per cento. Però le sensazioni sono positive: ho giocato due partite e sono arrivato il primo gennaio, quindi il percorso è ancora all’inizio. Anche le condizioni delle partite non sono state semplici: nella prima c’era molta pioggia, nella seconda, soprattutto nel secondo tempo, la visibilità era ridotta. Situazioni che inevitabilmente incidono sul gioco. Sto prendendo confidenza — con il sistema, con i compagni, con il contesto — e mi sento bene. Sono molto contento di essere qui e spero di poter avere sempre più minuti per continuare a crescere.

Diciamo che sei arrivato a raccogliere un’eredità importante. Ti sei trovato a “riempire le scarpe”, come si dice in Italia, di un giocatore come Tomás Albornoz. Avete avuto modo di giocare o allenarvi insieme in nazionale?


In nazionale non abbiamo giocato insieme. Siamo stati nello stesso gruppo squadra in Irlanda quando abbiamo affrontato i British & Irish Lions, ma non siamo mai stati in campo contemporaneamente. Abbiamo avuto percorsi un po’ alternati: quando lui era infortunato, io ero con la nazionale; quando invece rientrava, spesso ero io a uscire dal gruppo. Quindi non abbiamo condiviso molto tempo insieme sul campo, ma siamo amici e ci sentiamo spesso. Prima di venire qui a Treviso ho parlato con lui. È un giocatore fortissimo, e chiaramente non è semplice sostituire un profilo del genere. Per me, però, è anche un grande piacere e una responsabilità stimolante.


Per quanto diversi, però ho avuto l’impressione che a livello tecnico ci siano diversi punti in comune. Ti ho visto sia nelle partite con il CUS Torino sia in queste prime uscite a Treviso: è chiaro che, come dicevi, senza una piena conoscenza dei compagni è difficile esprimere subito il massimo, soprattutto in un ruolo come il mediano d’apertura. Immagina di poter presentare le tue qualità tecniche ai compagni: quali sono i tuoi principali punti di forza?


Sì, anche io penso che ci siano delle somiglianze con Tomás, anche se lui forse è un po’ più veloce. Per quanto mi riguarda, credo molto nel ruolo del numero 10 come regista della squadra: non deve solo giocare bene personalmente, ma deve mettere nelle condizioni gli altri quattordici di esprimersi al meglio. Quando la squadra funziona, significa che il sistema sta girando nel modo giusto. Penso di avere una buona visione di gioco e mi piace molto utilizzare il piede, sia nella gestione territoriale sia nelle scelte tattiche. Questi sono probabilmente i miei punti di forza principali. A pensarci bene, in effetti, per certi aspetti mi sento un giocatore simile ad Albornoz. (Nico Rogier è anche mancino come Albornoz, ndr)

Credits: Benetton Treviso

Il rapporto con il fratello Martìn Roger Farias e con i compagni di squadra

In Italia il tuo cognome è già conosciuto grazie a tuo fratello Martín e al suo percorso con le Zebre Parma: siete riusciti a sentirvi e a vedervi in questo periodo?


Sì, siamo riusciti a vederci! Lui è venuto qui per Capodanno e lo scorso weekend sono andato a trovarlo quando ha giocato contro Connacht così sono rimasto con lui un paio di giorni. Siamo felici di essere così vicini, a due ore, due ore e mezza di distanza. È davvero una cosa bellissima.


Sì, è un peccato che non siate riusciti a giocare un derby uno contro l’altro. Sarebbe stato qualcosa di molto speciale, immagino anche per voi.


In realtà abbiamo già giocato contro una o due volte in passato, ma sarebbe stato molto bello affrontarci qui, nel derby italiano. Purtroppo sono arrivato un po’ tardi perché potesse succedere.

Domanda un po’ provocatoria, ma inevitabile: chi è più forte tra te e tuo fratello? C’è qualche aspetto del suo gioco che ruberesti?

(Ride) Domanda difficile. Diciamo mio fratello, così lui è contento. Sicuramente il calcio: ha un piede molto potente e preciso. È una delle sue qualità principali. Poi anche dal punto di vista fisico: è più grande, più strutturato. Quello è un aspetto che farebbe comodo anche a me.


Anche se, va detto, i giocatori più leggeri e rapidi non sono certo facili da placcare.


Però quando ti prendono lo senti eh… Ma sì, essere un po’ più leggero e veloce ha sicuramente i suoi vantaggi.


Vediamo allora come andrà nei prossimi mesi: per ora il contratto è fino a luglio con opzione per il rinnovo, giusto?


Sì, esatto. Speriamo che vada bene.


Anche perché a Treviso serve profondità in quel ruolo, e poi c’è una comunità argentina piuttosto importante: immagino che questo possa aiutarti nell’inserimento, sia dentro sia fuori dal campo. Invece gli Azzurri che ora sono impegnati con il Sei Nazioni hai già avuto modo di conoscerli?


Ho avuto modo di conoscere tutti. Nelle prime settimane mi sono allenato e ho giocato con il gruppo, quindi ho parlato molto con i ragazzi. Sono davvero delle ottime persone, mi hanno fatto un’impressione molto positiva. Come dicevo prima, sono contento sia dell’ambiente sia del club. Adesso molti di loro sono con la nazionale, quindi sto aspettando che tornino per continuare a lavorare insieme.

Credits: Benetton Treviso


È bello sentire che ti trovi bene. Ti faccio allora una domanda che poniamo spesso a chi passa da Treviso o dalle Zebre: so che conosci i compagni da poco, ma c’è qualcuno che ti ha particolarmente impressionato?


Sì, direi sicuramente Tommy Menoncello Niccolò Cannone. Entrambi sono giocatori fortissimi, ma anche grandi persone. Mi hanno colpito molto.


Menoncello non è una sorpresa: chiunque parli con noi lo cita, e si capisce bene il perché. Nico Cannone invece è la prima volta che viene nominato. Cosa ti ha colpito in particolare di lui?


Sento che la sua presenza in campo è davvero importante. Fa un lavoro che forse non si nota spesso, ma che è fondamentale per la squadra. Porta avanti il gioco, è sempre coinvolto nelle situazioni di contatto, dà avanzamento e contribuisce a mantenere la squadra nella direzione giusta. In più, trasmette motivazione e indica sempre la strada da seguire.

Prima di arrivare qui non lo conoscevo così bene, non lo avevo osservato a fondo. Ma una volta visto da vicino, ho capito quanto sia importante. Tutto quello che fa rimane spesso nascosto agli occhi di chi è fuori dal campo, o che guarda la partita in televisione. Purtroppo succede spesso per le seconde linee, operano in zone del campo dove i trequarti, come me, raramente entrano. Però il loro contributo è essenziale.


Condivido in pieno la tua analisi. È interessante sentirlo dire anche da un trequarti, perché spesso questi equilibri interni non sono così evidenti dall’esterno.

Nicolás Roger Farias è il giocatore giusto per Treviso?

Venendo invece al gioco di Treviso: nelle ultime partite si è visto come la squadra renda al meglio quando riesce a guadagnare avanzamento e ad alzare il ritmo. C’è la ricerca di una certa velocità di esecuzione. Immagino che questo ti sia congeniale, anche considerando quello che dicevi prima sul rugby argentino. Quello che vediamo è corretto? È un sistema più orientato all’interpretazione o c’è comunque una struttura molto definita alla base?


Sì, ovviamente abbiamo un sistema di gioco strutturato, ma l’obiettivo è avere palloni veloci e giocare un rugby il più possibile fluido, senza essere eccessivamente vincolati agli schemi.

Tutto parte però da un presupposto fondamentale: per avere palloni veloci bisogna avanzare, portare la palla oltre la linea del vantaggio con corse efficaci e garantire velocità nei punti d’incontro. Il lavoro nel breakdown deve essere rapido ed efficiente. Quando riusciamo ad avere questo tipo di qualità nel possesso, ci sentiamo a nostro agio. Al contrario, senza palloni veloci, si è spesso costretti a ricorrere al gioco al piede o a soluzioni meno naturali per noi, che non sempre rispecchiano l’identità che vogliamo esprimere.

Per questo è fondamentale riuscire a imporre il nostro ritmo: è lì che si concretizza il lavoro settimanale e il tipo di rugby che vogliamo giocare.

Entrando nello specifico che tipo di mediano d’apertura sei? In relazione a quello che mi hai detto poco fa… preferisci giocare vicino alla linea difensiva, oppure avere più profondità per gestire meglio tempo e spazio?


In generale mi piace giocare vicino alla linea di difesa, essere “piatto” e mettere pressione alla linea avversaria. Detto questo, dipende molto dalla situazione: se la difesa è particolarmente aggressiva, a volte è necessario prendersi più profondità per avere più tempo e gestire meglio le opzioni. Quindi sì, la mia preferenza è giocare vicino alla linea, ma cerco sempre di adattarmi al contesto della partita.

L’Argentina U20 del 2019 aveva in rosa giocatori del calibro di Roger Farias, Rodrigo Isgro, Géronimo Prisciantelli, Thomas Gallo, Ignacio Mendy e Mateo Carreras. Photo credits: World Rugby


Tornando a parlare più in generale di giocatori e di sviluppo: quanto è importante, secondo te, avere un’ under 20 competitiva che permetta ai ragazzi di confrontarsi ad alto livello fin da giovani?


È molto importante. In Argentina, ad esempio, nel campionato sudamericano giocano molti ragazzi giovani, spesso in età da Under 20. Questo permette loro di acquisire esperienza e fiducia. L’Under 20 ti dà proprio questo: confidenza. Ti abitua a giocare senza paura e ti prepara al livello successivo. Anche confrontarsi presto con giocatori più grandi e ritmi più alti è fondamentale. Nel mio caso, ad esempio, ho raggiunto un certo livello di intensità solo relativamente tardi, e adattarsi non è stato semplice. Se lo fai prima, tutto diventa più naturale. Sì, sono d’accordo. L’Under 20 è un passaggio importante proprio perché ti permette di arrivare al livello senior con maggiore sicurezza.

Quando poi entri nel gruppo dei “grandi”, hai già una base di fiducia e puoi competere senza paura. È un passaggio fondamentale per la crescita.


In Italia, invece, spesso il pubblico chiede più spazio per i giovani, soprattutto in Serie A Elite. Ci sono molti stranieri, anche nel ruolo di apertura, e a volte si ha la sensazione che i ragazzi italiani abbiano meno opportunità.

Certo, allenarsi con giocatori più esperti è importante, ma giocare partite vere lo è altrettanto, anche a costo di commettere errori.


Tu hai giocato un Mondiale Under 20, giusto?


Sì, nel 2019. Ero anche sotto età. Nel 2020 avrei dovuto giocare di nuovo, ma il torneo è stato cancellato per la pandemia.


E nel 2019 siete arrivati tra le prime quattro ma a vincere fu la Francia…


Sì, abbiamo perso la semifinale contro l’Australia e poi la finale per il terzo posto contro il Sudafrica. Proprio per collegarci a quello che abbiamo appena detto quella francese era una squadra molto forte non per caso: molti di quei giocatori erano già inseriti in contesti di alto livello e in Top 14.

È proprio questo il punto: arrivavano all’Under 20 con un ritmo di gioco già molto elevato, ed è un vantaggio importante.

Un’avventura tutta in divenire

Non sappiamo come andrà l’esperienza trevigiana per Nicolas, ma è stato sicuramente piacevole parlare con un giocatore, o meglio una persona, entusiasta di vivere un’esperienza nuova in un campionato di alto livello come lo URC. Abbiamo trovato un Nicolas un ragazzo volenteroso di imparare, integrarsi e dimostrare il proprio livello. Le prime due presenza in maglia biancoverde non hanno fatto stropicciare gli occhi, ma il momento di Treviso non è dei migliori, e questa crisi di gioco e risultati non è sicuramente il contesto migliore in cui emergere. Auguriamo con tutto il cuore a Nicolas Roger Farias di trovare la propria dimensione alla Benetton Treviso e di continuare il suo percorso di crescita.

Scheda tecnica
Nicolas Roger Farias
11 gennaio 2000
Santiago del Estero, Argentina
1,77 m
82 kg
mediano di apertura

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