“Italy looked more impressive than might be expected”.

Rugbypass

La stampa estera, sia francese che anglosassone, non ha lesinato i complimenti per quella che è stata a tutti gli effetti una prova convincente degli azzurri contro la Francia. Non nascondiamoci: la differenza in campo era ovvia e sotto gli occhi di tutti, ma a differenza degli ultimi due anni, abbiamo visto un’Italia capace di reggere l’urto. Se uno avesse dovuto fare una selezione ruolo per ruolo del miglior giocatore fra Italia e Francia prima della partita, difficilmente avrebbe scelto atleti italiani. L’unico che avrei scelto dall’Italia è Monty Ioane, ma il suo alter-ego d’oltralpe con l’11 (Gabin Villiere) è stato autore di una tripletta suggellata dal premio di Man of the Match. Questo dovrebbe dare ai lettori meno esperti un’idea della disparità di mezzi fra Italia e Francia in quest sfida. Giocare contro la Francia a rugby, soprattutto negli ultimi 2-3 anni, è un’impresa complicata anche per i mostri sacri di questo sport (Francia 40-25 All Blacks, Novembre 2021).
Sembra strano celebrare delle cose positive dopo una partita persa di 27 punti, eppure ce ne sono. Colpisce, ad esempio, fin dall’inizio della partita la rapidità insolita con cui i giocatori azzurri si muovono sul campo, nonché l’urgenza di placcare i ball carrier. Si tratta di una cosa in parte già vista nei test match autunnali. Nella sconfitta 9-47 patita contro gli All Blacks a Novembre, l’Italia era stata capace di tenere i neozelandesi sullo 0-0 per quasi 30′ minuti di gioco, impresa mai riuscita a nessuno quantomeno in tempi recenti. Questo aveva però comportato un dispendio di energie tale per cui, nella partita successiva, gli azzurri avevano faticato a reggere il ritmo dell’Argentina, sebbene non elevatissimo (finì 16-37 per i Pumas). Lo stesso film si era poi riproposto una settimana dopo nella vittoria per 17-10 contro l’Uruguay, partita portata a casa più grazie al divario tecnico che altro.

Gabin Villiere dopo la terza meta contro l’Italia di Domenica (06/02/2022).

Molti più placcaggi

Con 158 placcaggi di successo su 181 tentati (87%) l’Italia ha messo a segno il più alto numero di placcaggi contro la Francia dal 2018. Quell’anno la partita finì 34-17 per i francesi, con un’Italia fallosa e una Francia abile a sfruttare la superiorità numerica temporanea e tutte le occasioni al piede con svariati calci piazzati messi a segno. Si trattava, però, di una Francia meno forte di oggi. Partita molto diversa quella di quest’anno: l’Italia dei ragazzini costringe la generazione dorata della Francia a uno sforzo extra per portare a casa la pagnotta, placcando senza tregua in ogni zona del campo e rompendone i piani di gioco. È proprio la statistica sui falli a spiccare rispetto alle altre, confrontando 2018 e 2022. Due partite molto simili per risultato e statistiche varie, ma con la grande differenza che nel 2018 la squadra più fallosa siamo stati noi (16 falli contro 7) mentre nel 2022 sono stati loro (14 falli contro 10). In altre parole, la ritrovata fisicità e capacità di placcare l’avversario non si è accompagnata con un maggior numero di falli commessi, mentre invece è servita a frustrare una Francia incapace nel primo tempo di stabilire le gerarchie.
Facendo un confronto con Italia-Francia del Sei Nazioni 2021, invece, la differenza è colossale. L’anno scorso, la partita giocata a Roma finì 10-50 ma a colpire sono le statistiche dei placcaggi: 87 a segno su 115 (76%). Mai così male negli ultimi 10 anni, almeno all’interno dei confronti con la Francia. Non è tanto l’efficacia bassissima dei placcaggi a colpire, quanto il numero: meno di cento, in una partita persa 10-50 dove si è passato quasi tutto il tempo a difendere. Decine di minuti di fasi difensive, ma pochi, pochissimi placcaggi, spesso non a segno. Alla luce di questo dato, il cambio di rotta di quest’anno sembra essere netto, anche considerato che molti giocatori hanno giocato anche la sfida dell’anno scorso.

Federico Ruzza (5) e Edoardo Padovani (15) placcano Antoine Dupont mentre Sebastian Negri (6) sorveglia un concentratissimo Gregory Alldritt.

Un ritrovato agonismo

Il CT Crowley certo non le manda a dire, come si capisce già da subito nel documentario “Facing Goliath” pubblicato da Rugbypass proprio riguardo alla sfida degli azzurri contro gli All Blacks di Novembre. The vacation is over, dice, e i risultati stanno iniziando a vedersi: nella prima partita di questo inizio di Sei Nazioni l’Italia ha infatti risposto presente dal punto di vista fisico. La difesa sale in maniera rapida e ordinata, impedendo in più di un’occasione alla Francia di sfruttare la velocità dei suoi trequarti. Fischetti timbra un francese al minuto, finendo già il primo tempo con 10 placcaggi fatti. Padovani galoppa per il campo sbrogliando varie situazioni complesse e sfruttando la sua grande gittata al piede. Lamaro, Ruzza, Ioane e Zanon rispondono all’appello con prestazioni di sostanza che neutralizzano sul nascere molte delle manovre d’oltralpe. Merita una menzione d’onore la prova di Zanon che, dopo mesi di poco campo causa infortuni, dimostra di essere comunque più in forma che mai. In tante situazioni di gioco l’Italia ha dimostrato grande resistenza fisica e determinazione arrivando spesso a neutralizzare le minacce francesi, nonché a crearne di proprie. Il primo tempo per poco non finisce in parità (11-10 al 39′) e nonostante la meta allo scadere di Villiere per il 18-10, il pubblico dello Stade de France va a prendersi da bere con più pensieri del solito.
Non si può, purtroppo, fare la stessa argomentazione per le giocate da set-piece, in particolare col cambio di quasi tutto il tight five al 50′ minuto che allarga ulteriormente il divario. Fischetti e Pasquali faticano a tener testa a Baille e al gigantesco Atonio. Unica eccezione la mischia al 75′, affrontata con Nemer e Zilocchi contro il duo Gros-Bamba. Nonostante la prestazione di Lucchesi, che gli vale un’inclusione nel best XV del primo turno, nelle rimesse laterali non riusciamo a far valere quello che è stato uno dei punti di forza di Treviso nel campionato. In questi elementi di gioco, tuttavia, la forma fisica non può sostituire chili, tecnica ed esperienza.

Freddezza tattica (salvo rare occacsioni)

La ritrovata fisicità di un gruppo composto nella maggior parte da atleti del Benetton Rugby è stata la sorpresa più grande. Abituati a linee difensive bucate come burro mentre le telecamere inquadrano Franco Smith in versione Captain Picard sulle tribune, non ci si aspettava una tenuta così forte sia sui punti d’incontro che nel gioco rotto. Riguardando la partita una seconda volta, però, e facendo dei dovuti paragoni con la prestazione dell’anno scorso, emergono alcune verità interessanti che non possono che farci ben sperare. Su tutte, una maggiore capacità di leggere le situazioni dal punto di vista tattico. Se è vero che alcuni giovani si sono macchiati di errori individuali anche gravi durante la partita (vedi Varney) è anche vero che nel totale degli 80′ minuti hanno dimostrato di essere molto più maturi dal punto di vista del gioco. Nel finale della partita, ad esempio, Garbisi salva con un gesto plastico ed elegante una 50/22 tentata da Ntamack. Varney, invece, a parte il gravissimo errore sulla prima meta francese ha dimostrato di avere più in mano le redini del gioco e di aver imparato molto dagli errori commessi l’anno prima. Guardate qui:

In aggiunta, la totalità dei trequarti è sembrata reattiva e coesa, agendo spesso come un’insieme invece che individualmente. In alcune occasioni, come su alcuni salvataggi difensivi (Padovani al 23′ e Ruzza al 31′) la velocità con cui i trequarti hanno percorso il campo a ritroso ha evitato che il passivo fosse più pesante di quanto è stato alla fine. La situazione di gioco che però più esemplifica quello che intendo è la meta di Menoncello. Una serie di fasi d’attacco a tratti confuse ma testarde ci porta vicini alla linea dei cinque metri. Si presenta presto l’occasione di un passaggio a Garbisi, che senza pensarci due volte mette un calcio al bacio per Menoncello, da solo sulla linea dell’out di destra. Il debuttante non deve far altro che saltare e fare il grounding. La rapidità di esecuzione di Varney, la visione di gioco e la tecnica di Garbisi, la furbizia di Menoncello: tutte queste cose messe insieme hanno creato questi 7 punti di pregevole fattura dimostrando a tutti che ci siamo anche noi, e che sappiamo giocare di qualità oltre che di sostanza.

I momenti del grounding rivisto al TMO che ha poi concesso la meta all’Italia.

Tornare ad essere fastidiosi

Sembrerà un discorso retorico, ma “rompere le palle” è al momento tutto quello a cui possiamo aspirare, e lo abbiamo fatto. Non siamo forti quanto nessuna delle altre cinque, ma possiamo dare molto fastidio se sfruttiamo i nostri punti di forza. In questa prima partita ciò è stato fatto e anche molto bene: ne è testimone la stampa estera europea e non solo, che nel fare i complimenti alla Francia per la vittoria non tralascia la menzione d’onore ad un’Italia combattiva e rapace. “It didn’t feel like a 37-10”, scrive the Loosehead. Nei commenti sotto si legge notevole preoccupazione per il prossimo match contro l’Inghilterra, in quanto nessuno si aspettava un’Italia così agguerrita. Chiaro, noi non siamo altrettanto ottimisti perché negli ultimi 10 anni abbiamo imparato a non esserlo, ma c’è la speranza di potersi quantomeno divertire. Il primo tempo del match con la Francia è stato molto divertente da vedere come tifoso, e il secondo tempo nonostante il passivo pesante ci ha dato speranza per il futuro. L’Italia ha portato sul campo la voglia di lottare che sembrava essersi persa, forse anche grazie ad un cambio generazionale impressionante fatto negli ultimi 2 anni. I “ragazzini di Franco Smith” son diventati uomini e allenati da Kieran Crowley stanno provando a disturbare più di qualcuno nel loro cammino verso il trofeo più antico del mondo.

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