Campione di Serie B, di Serie A2, di Serie A1, Campione d’Italia Femminile e Campione d’Italia U19. Se non bastasse, allenatore federale e formatore di giocatori come Malik Faissal, David Odiase, Francois Mey, Francesco Ruffolo e Alex Mattioli. Cristian Prestera, ex pilone cresciuto a Rosario, in Argentina, ha fondato a Colorno e a Parma il suo incredibile successo da allenatore. Giunto a Parma nel 2001 da giocatore dell’allora Top10, è riuscito a interpretare il rugby di base italiano come pochi altri, ottenendo risultati in tutti i contesti in cui ha allenato. Oggi è allenatore della mischia alla Rugby Parma di coach Filippo Frati, che al 25 febbraio 2025 conduce la classifica del girone 2 della Serie A con una sola sconfitta.

Cristian Prestera solleva la coppa del Campionato Nazione U19 assieme alla Rugby Colorno, nel 2022. Fonte Rugby Colorno

Cristian, partiamo dalle tue radici. In Argentina il concetto di “club” sembra essere qualcosa di molto più profondo rispetto a una semplice società sportiva. Com’è stata la tua esperienza formativa in quell’ambiente?

In Argentina il club è il centro di gravità della tua vita sociale; scuola e club spesso coincidono, e gli amici di una vita li trovi proprio lì. Va ben oltre lo sport: in Argentina, il club è quasi sempre una polisportiva. Ho giocato a basket, a rugby e ho fatto persino judo. Questa varietà di attività permette di crescere sviluppando abilità motorie diverse che poi si rivelano fondamentali nel rugby. C’è anche una grande differenza scolastica: in Argentina l’educazione fisica è quasi quotidiana, mentre in Italia vedo che le mie figlie la fanno forse un’ora a settimana. Questa carenza cronica italiana si riflette poi in ruoli delicati come il mediano di mischia o d’apertura, dove servono controllo del corpo e gestione mentale che derivano dall’aver praticato molti sport diversi. Questo viene anche influenzato dal fatto che nelle club house argentine spesso i ragazzi stanno molto tempo e praticano altri sport.

Come si traduce questa filosofia nel quotidiano di un club di rugby?

La differenza sta nel tempo passato al campo. In Italia spesso ci si allena tre volte a settimana per un’ora e mezza, totalizzando meno di cinque ore di sport. In Argentina – ma ho ritrovato questa realtà anche al Rugby Parma e a Colorno – la Clubhouse è aperta tutto il giorno. Le famiglie si ritrovano lì e i ragazzi arrivano molto prima degli allenamenti per giocare da soli, magari calciando un pallone da calcio o da rugby. Questi momenti informali sono preziosi per migliorare la confidenza con il proprio corpo, la coordinazione e le abilità individuali. Inoltre, la Clubhouse è fondamentale per far conoscere il rugby ai neofiti: guardare le partite insieme, con qualcuno che ti spiega le regole davanti a una buona birra, cambia completamente l’approccio allo sport. È anche fondamentale fare divulgazione di questo sport, a Colorno abbiamo sempre fatto attività direttamente nelle scuole, e qua a Parma abbiamo organizzato degli open day proprio per fare conoscere questo sport a chi magari lo ha visto solo ogni tanto in tv.

La Club House del Rugby Parma. Il centro è aperto anche la sera come ristorante, e nel weekend trasmette partite per chiunque. Fonte Gluto

Parliamo del tuo arrivo in Italia e della tua carriera da giocatore. Qual è stato il tuo percorso prima di sederti in panchina?

Sono arrivato dall’Argentina, dove giocavo nel mio club a Rosario, a Livorno nel 2000, una squadra in Serie A1 che lottava per la promozione. L’anno successivo sono stato contattato dal Gran Parma (Amatori Parma, ndr), proprio nel primo anno della formula Top 10. Lì sono rimasto per cinque anni, arrivando a giocare le semifinali scudetto. Successivamente mi sono trasferito a Colorno in Serie A, dove ho giocato fino al 2009. Ho smesso di giocare a giugno per un infortunio e ad agosto ero già nello staff tecnico come assistente degli avanti della prima squadra.

Com’è stato il passaggio, quasi immediato, da capitano della squadra a allenatore dei tuoi stessi compagni?

Non è stato semplice. Ero il capitano e, da un giorno all’altro, sono diventato l’allenatore dei miei compagni; loro continuavano a vedermi come uno di loro. Mi è stata di grande aiuto l’esperienza dell’head coach, che mi consigliò di fare una riunione semplice per chiarire i nuovi ruoli: restava il rispetto e l’amicizia, ma ora facevo parte dello staff. Spesso la voglia di rimettermi le scarpe e fare una mischia era fortissima, ma dovevo trattenermi. Dopo due anni come tecnico della mischia, ho continuato a Colorno allenando con Michele Mordacci, ottenendo la promozione dalla Serie B alla Serie A.

Cristian Prestera come allenatore a Colorno. Fonte Rugby Totale

Nel 2012 inizia la tua avventura in Federazione (FIR). Quali sono stati i passaggi salienti e chi sono i giocatori più noti che hai allenato in Accademia?

Sono entrato in FIR nel 2012, lavorando inizialmente al Centro di Formazione di Parma con Stefano Romagnoli e Philippe Doussy. L’anno dopo sono passato all’Accademia “Ivan Francescato” con Roland de Marigny, proprio quando la sede fu trasferita a Parma. Ho avuto poi la fortuna di allenare la Nazionale Under 18 con Massimo Brunello e la Under 20 con Troncon e Fabio Roselli. In quegli anni sono passati ragazzi che oggi sono (o sono stati) protagonisti nelle franchigie e in Nazionale Maggiore, come Federico Ruzza, Giovanni Pettinelli e Pierre Bruno.

Quali sono le differenze principali tra l’allenare in un club e in un’Accademia federale?

Chi va in Accademia ha l’obiettivo chiaro di diventare un professionista: i ragazzi cambiano città e scuola, il che li rende molto più maturi e responsabili. Non che questa mentalità non ci sia nei club, ma per chi va in Accademia è proprio un requisito necessario. Avendo più tempo a disposizione, in Accademia si lavora molto su autovalutazioni e autoanalisi di allenamenti e partite, sviluppando una maggiore leadership nel gioco. Tuttavia, l’Accademia non è l’unica via: giocatori di altissimo livello come Giacomo Nicotera o Samuele Locatelli non hanno fatto percorsi federali e non hanno nulla in meno degli altri. In Italia però le Accademie restano fondamentali per sviluppare sportivi di alto livello, perché molti club non hanno le risorse economiche per offrire una formazione paragonabile a quella delle strutture inglesi o francesi. Questa formazione va anche a vantaggio dei club di Serie A Elite e Serie A, perché non tutti i giocatori che frequentano l’Accademia arrivano poi nelle franchigie o nelle squadre estere. Questo effetto io l’ho vissuto in prima persona: quando sono arrivato in Italia, nel 2000, in Top 10 c’erano molti stranieri, tra argentini, sudafricani, australiani, eccetera. Oggi ce ne sono molti meno a favore di giovani italiani di talento.

Dopo la parentesi FIR, nel 2015 torni a Colorno per un progetto ambizioso nel rugby femminile. Come hai vissuto quella sfida?

È stata una sfida bellissima che mi ha arricchito molto, specialmente nella gestione umana dei gruppi. Il progetto, al quale sono stato introdotto da Stefano Cantoni e Ivano Iemmi, prevedeva lo sviluppo del settore femminile in tre anni. Abbiamo fatto un percorso di crescita costante: il primo anno a metà classifica, il secondo abbiamo perso la finale con il Valsugana e nel 2018 abbiamo vinto lo scudetto proprio contro di loro. In quel periodo abbiamo portato in Nazionale 9-10 atlete, tra cui Veronica Madia, Giada Franco e Sara Tounesi. C’era un impegno totale: le ragazze volevano dimostrare di essere all’altezza delle aspettative. Collaboravo costantemente con l’allora coach della Nazionale, Andrea Di Giandomenico, confrontandoci sui ruoli; ad esempio, io vedevo la Madia come apertura per la sua velocità di scelta, anche se inizialmente giocava centro, e con Andrea eravamo d’accordo nel provare questo suo cambio di ruolo che, a conti fatti, è stato ottimo.

Colorno Campione d’Italia. In piedi, in terza fila, Cristian Prestera. Fonte Rugby Colorno

In un contesto come quello italiano, dove il rugby è visto quasi esclusivamente come sport maschile, come è stato allenare una squadra di rugby femminile che ha raggiunto grandi risultati?

La voglia che le ragazze portavano in campo mi ricordava quello dei ragazzi che avevo allenato in accademia FIR. Hanno un desiderio fortissimo di dimostrare che sono all’altezza e hanno messo un impegno totale per questa squadra. All’epoca Colorno faceva da squadra-tutor per il territorio, e si organizzavano allenamenti congiunti con diverse società (Mantova, Brescia, ecc.) ogni settimana. In queste occasioni si ritrovavano anche 60 ragazze tutte insieme, chi per allenarsi nel rugby a 15, chi per il rugby a 7. Al netto delle competenze tecniche di ciascuna di loro, tutte erano molto motivate e decise nel dimostrare di poter giocare bene a rugby, ed è stato anche grazie a questa determinazione che siamo riusciti a vincere il campionato femminile.

Oltre al campionato femminile, hai contribuito da allenatore anche a un altro traguardo storico per Colorno, vincendo lo scudetto Under 19 nel 2021-22. Che gruppo era quello?

Molti di quei ragazzi oggi giocano in Serie A Elite o nelle Zebre. Penso a David Odiase, Alex Mattioli o a Francesco Ruffolo, ma anche François Carlo Mey. Oggi li conosciamo per essere promettenti giovani sportivi, ma sono arrivate a Colorno da adolescenti, ed è servito un lavoro attento per farli crescere in ogni aspetto, da quello fisico a quello umano. Il segreto per questa crescita è stato la visione a lungo termine basata sul settore giovanile e sul mini-rugby. Anche alle Zebre oggi si vede un ottimo lavoro in quella direzione grazie a Massimo Brunello; è riuscito a ricreare quell’unità di gruppo che fa la differenza. Quando tieni umanamente al tuo compagno, fai quel centimetro di corsa in più per sostenerlo in una ruck.

Colorno Campione d’Italia U19 nel 2022. In foto, sono visibili Francois Mey, Francesco Ruffolo, David Odiase e Alex Mattioli, oggi impegnati nel rugby professionistico. Fonte Onrugby

In questi 15 anni hai allenato squadre dalla Serie B alla Serie A Elite, femminili e giovanili, sempre con buoni risultati. Quale pensi che sia il modo corretto di approcciare i ragazzi e le ragazze che giocano nel rugby di base?

Prima di tutto, la proposta, la visione che puoi dare ai ragazzi del progetto che hai in mente e della strada che vuoi intraprendere per raggiungere gli obiettivi. Poi io credo sia fondamentale essere onesti ed essere aperti al dialogo coi giocatori. Non devono essere tutti trattati allo stesso modo, perché ognuno di loro è diverso dagli altri, è importante trovare la via di comunicazione più efficace per ogni ragazzo. Ma è anche importante non fare favoritismi, e considerare allo stesso modo il ragazzo che è in nazionale Under 18 e il ragazzo che fa fatica a venire a tutti gli allenamenti della settimana. Io penso che questo sia l’unico modo per tirare fuori il meglio dai ragazzi.

Oggi sei impegnato nella Rugby Parma assieme a Filippo Frati. Quali sono i vostri obiettivi e com’è l’ambiente?

Con Pippo c’è un legame storico: abbiamo giocato e allenato insieme sia a Parma che a Colorno. Il progetto è basato sul rugby di base e sul potenziale enorme del settore giovanile; l’anno prossimo avremo 49 giocatori in Under 18, di cui 25 sono del 2007 e saliranno in prima squadra a fine stagione. L’ambiente al Rugby Parma è fantastico, pieno di vita e famiglie che restano dopo gli allenamenti per l’aperitivo o la cena. Sportivamente, l’obiettivo dichiarato è la promozione in Serie A1, un obiettivo ambizioso perché ci sono molte squadre valide nel nostro girone, ma i nostri giocatori sono molto determinati e concentrati per mantenere la guida della classifica. La nostra squadra cadetta invece è impegnata nel campionato di Serie B, dopo che l’anno scorso ha vinto una difficile finale di promozione con la cadetta di Valorugby (potete trovare la partita completa a questo link, ndr). Visti quanti ragazzi stanno salendo dalle giovanili, stiamo valutando l’idea di istituire una terza squadra che giochi in Serie C. Questa profondità di squadre dà la possibilità a chiunque di giocare a un livello adeguato, e di trovare una soluzione sempre interna alla Rugby Parma nel momento in cui quel livello dovesse migliorare.

Cristian Prestera e Filippo Frati sulla panchina del Rugby Parma. Fonte Rugby Parma

Tra i giovani cresciuti nella Rugby Parma, oggi Giovanni Degli Antoni e Malik Faissal sono già nell’ambito della squadra delle Zebre. Com’è, da allenatore, vedere i propri giocatori più promettenti uscire dal contesto del club in cui sono cresciuti?

Ovviamente avere giocatori come Malik e Giovanni nella propria squadra di serie A potrebbe fare la differenza, ma non possiamo impedire a questi ragazzi di avere il loro percorso in accademia e nelle franchigie. Per quanto possiamo seguirli nel club, il tipo di formazione che ricevono in accademia è insostituibile per la loro crescita sportiva, ed è fondamentale per arrivare a giocare nell’alto livello. Noi siamo felici di avere dato la possibilità a questi ragazzi di mettersi in gioco a un livello così alto, e facciamo il tifo per loro.

Malik Faissal in azione col Rugby Parma. Fonte Sport Parma

Per i giovani della Rugby Parma, le Zebre sono viste come il punto di arrivo della loro crescita sportiva?

No, per un ragazzo delle giovanili il sogno è arrivare a vestire la maglia della prima squadra, e per quello che ho avuto modo di vedere è così un po’ ovunque in Italia. Chiaramente non è così per tutti, e per talenti cristallini come Malik e Giovanni è normale sognare le Zebre e anche palchi più importanti. Però per la maggior parte degli altri, la prima squadra è dove sognano di giocare da grandi.

Per concludere, se fossi il Presidente della Federazione per un giorno, dove investiresti per far crescere il movimento?

Domanda molto difficile questa… non saprei cosa rispondere. Direi che la priorità dovrebbe essere allargare la base. Bisognerebbe intervenire nelle scuole per promuovere il rugby e renderlo popolare, specialmente nella fascia d’età tra i 9 e i 16 anni. Parallelamente, è necessario sostenere le società nel miglioramento degli impianti e delle strutture, perché spesso manca lo spazio fisico per far crescere i ragazzi. L’obiettivo deve essere far vivere l’esperienza del club, che per un adolescente è un valore preziosissimo che va oltre il risultato sportivo.

Cristian Prestera. Fonte Rugby Colorno

Carborugby è un progetto condiviso da un gruppo di appassionati che cerca di creare contenuti tra blog, social, fantarugby e podcast. Se ti piace il nostro lavoro e vuoi supportare il progetto, puoi farlo offrendonci un caffè al link coff.ee/carborugby.

Lascia un commento