Parafrasando il titolo di una bellissima rubrica di qualche anno fa di Federico Buffa sulla NBA: “non è più il rugby dei vostri padri”. In generale, si potrebbe dire che “non è più lo sport dei vostri padri”. Da qualche anno, infatti, tutto lo sport mondiale è diventato territorio di caccia privilegiato di grandi fondi d’investimento soprattutto americani e anche il Rugby, per ora in proporzioni molto minori, sta seguendo questo trend globale.

Disclaimer: le cifre riportate nell’articolo, se non diversamente specificato, sono intese in dollari USA, le strutture degli accordi descritti sono molto semplificate rispetto a quelle reali per mancanza di informazioni pubbliche e/o per esigenze di lunghezza dell’articolo.

  1. Il Private Equity nello sport
  2. Private Equity e federazioni nazionali
    1. Sud Africa
    2. Nuova Zelanda
    3. Sei Nazioni
    4. Australia
    5. Conclusioni

Il Private Equity nello sport

Intanto, cos’è il Private Equity? Semplificando molto, con società di Private Equity si intendono quelle società finanziarie che raccolgono capitale (proprio e di altri investitori) allo scopo di acquistare aziende non quotate in borsa o che vengono tolte dalla borsa acquistandone tutte le azioni (rendendole quindi private). L’orizzonte dell’investimento è solitamente di medio-lungo periodo con lo scopo di valorizzarle e rivenderle successivamente (o quotarle in borsa) ovviamente cercando di ricavarne un profitto.
Questo tipo di investimenti si sono presto affacciati anche al mondo dello sport e sono iniziati prima in Europa e nel resto del Mondo rispetto agli Stati Uniti.
Per citare alcuni dei più famosi:

  • nel 2006, CVC ha acquistato la maggioranza del circuito di Formula 1 per 1,7 miliardi di $;
  • nel 2022, un consorzio guidato da Clearlake Capital Group ha acquistato il club di calcio londinese del Chelsea per 5,2 miliardi di $ (il più costoso della storia del calcio mondiale).

Oggi circa il 36% dei club nelle maggiori leghe calcistiche europee hanno partecipazioni di vario genere da parte dei fondi di Private Equity.

Percentuale di squadre con una partecipazione di Private Equity nelle leghe sportive statunitensi ad Agosto 2025 (JP Morgan)

Fino al 2019 questo tipo di fondi erano esclusi dagli investimenti nelle squadre delle maggiori leghe professionistiche americane. Nel 2019 la MLB (baseball) ha aperto per prima le porte per un massimo del 15% per squadra, dal 2021 si sono aperte anche NBA (basket) e NHL (hockey su ghiaccio) con la stessa percentuale massima, l’ultima (nel 2024) è stata la NFL (football americano) per un massimo del 10%.

Complice la relativa scarsità di potenziali squadre in cui è possibile investire, i prezzi delle squadre in Nord America sono aumentati in modo esponenziale. Negli ultimi 20 anni investire nelle franchigie dello sport USA ha reso di più della borsa americana. (Chronograph)

Gli investimenti di questi grandi fondi sono stati accolti dalle federazioni sia per l’iniezione di nuovo denaro, che aiutava squadre e contesti in difficoltà anche a causa delle interruzioni per il Covid, sia per permettere ai precedenti proprietari di rivalutare vecchie partecipazioni a prezzi più attuali, ma anche per inserire nuove competenze provenienti da ambiti tecnologici e finanziari, necessarie in un mondo sportivo sempre più professionale e attento a tutti i minimi dettagli.

Private Equity e federazioni nazionali

Il coinvolgimento del Private Equity nello sport professionistico ha riguardato, in una prima fase, prevalentemente leghe e club, strutture caratterizzate da un elevato grado di autonomia gestionale e da una chiara finalità commerciale. Più complesso e controverso è invece il discorso quando l’interesse degli investitori si estende alle federazioni nazionali, enti chiamati non solo a gestire l’élite professionistica, ma anche a svolgere funzioni di governo, sviluppo e promozione dello sport a livello nazionale. È in questo contesto che si collocano i recenti tentativi di ingresso di fondi di investimento nel rugby internazionale, con esiti e reazioni differenti a seconda dei Paesi coinvolti.

Sud Africa

A Dicembre 2023 Ackerley Sports Group, fondo statunitense già proprietario in varie percentuali di: Leeds United (Premier League), Seattle Kraken (NHL), Seattle Seawolves (MLR), Seattle Storm (WNBA) e della ex franchigia NBA dei Seattle SuperSonics dal 1983 al 2001, ha annunciato di aver avanzato un’offerta per investire nel rugby sudafricano.

Il Sud Africa festeggia la seconda Coppa del Mondo consecutiva, la quarta assoluta (TNT Sports)

L’offerta consisteva in 75 milioni di $ per acquisire circa il 20% di una nuova entità commerciale partecipata per il restante 80% dalla SARU in cui sarebbero stati convogliati tutti i ricavi della federazione sudafricana per una valutazione totale intorno ai 375 milioni di $. L’obbiettivo era quello di rendere più globale il marchio Springboks e aumentarne il fatturato (che nel 2022 era di circa 82 milioni di $) attraverso nuove sponsorizzazioni, contratti televisivi e maggiori incassi derivanti dalle partite. La federazione sudafricana avrebbe dovuto investire i suoi maggiori introiti nel rugby domestico e amatoriale per alimentare la base del proprio sistema e renderlo sostenibile ad ogni livello.
A Dicembre 2024 il consiglio di amministrazione della federazione sudafricana, con 7 membri contrari su 13, ha rifiutato l’offerta non ritenendola adeguata.

Nuova Zelanda

Il tentativo di investimento di Ackerley in Sud Africa prendeva spunto da un precedente che invece si è concretizzato: l’investimento del fondo californiano Silver Lake – proprietario, tra le altre cose, della società che gestisce i New York Knicks (NBA), i New York Rangers (NHL) e il Madison Square Garden – nella federazione neozelandese (NZRU).

Semplificando, l’accordo tra Silver Lake e NZRU è uguale a quello proposto da Ackerley Sports Group alla SARU illustrato nel capitolo precedente, ma a cifre decisamente maggiori. Nel caso neozelandese, l’operazione ha previsto un investimento iniziale di 116 milioni di dollari per l’acquisizione di una quota pari a circa il 5,7% di una nuova entità, la New Zealand Rugby Commercial (NZRC), nella quale confluiscono tutti gli introiti del rugby professionistico neozelandese. A tale investimento si sono aggiunti, nel gennaio 2024, ulteriori 36 milioni di dollari, portando la partecipazione complessiva al 7,5% e la valutazione dell’intera entità a circa 2 miliardi di dollari, vale a dire oltre cinque volte quella attribuita a un’operazione di analoga struttura proposta in Sud Africa.
Una parte dei 116 milioni di $ iniziali sono stati indirizzati subito al rugby di base: 1,1 milioni per il rugby Maori, 4,3 milioni per il rugby di Club, 11 milioni per le Province e 33 milioni sono stati inseriti in un “Legacy Fund” da accantonare per potenziali problemi futuri.

Gli All Blacks sono ormai di casa negli Stati Uniti (Gazzetta dello Sport)

Nel 2024 la NZRU ha chiuso il bilancio con una perdita di 11 milioni di dollari, nonostante un fatturato record pari a 165 milioni di dollari e riserve ancora solide (101 milioni di dollari). A ciò si aggiunge la prospettiva di un rinnovo al ribasso del contratto televisivo con Sky, in scadenza a inizio 2026, stimato in circa il 20% in meno rispetto all’accordo del 2021, nonostante l’introduzione di nuovi eventi di rilievo, quali la Nations Cup e il nuovo tour “stile Lions” degli All Blacks in Sud Africa.
Questi recenti risultati economici, uniti al ridimensionamento atteso dei ricavi televisivi e all’assenza di quel salto di qualità nella gestione che l’ingresso di Silver Lake avrebbe dovuto garantire, stanno alimentando un ampio dibattito critico intorno all’accordo in Nuova Zelanda.

Sei Nazioni

La notizia è già stata analizzata in tutti i modi, ma per completezza è giusto ricordare in questo articolo anche l’investimento più famoso (soprattutto in Italia) di un fondo di Private Equity nel rugby. Nel 2021 il fondo inglese CVC ha acquistato il 14,3% (1/7) di Six Nations Rugby Limited (la società che gestisce i tornei delle Sei Nazioni maschile, femminile e under 20 e le Autumn Nations Series) versando alle sei Union 365 milioni di £ (509 milioni di €).

La presentazione del trofeo del Sei Nazioni 2025 (Scottish Rugby Blog)

CVC possiede quote in numerosi altri sport. Oltre al già citato investimento nella Formula 1, CVC possiede l’11% della Liga spagnola (pagato circa 2 miliardi di €), una partecipazione nella Ligue 1 francese e altre partecipazioni nella WTA (Tennis femminile) e nel campionato indiano di Cricket (uno dei campionati più ricchi al mondo). Nel mondo del Rugby detiene partecipazioni anche nella Premiership inglese (il 27% pagato circa 200 milioni di sterline) e nello URC.

Australia

l caso australiano rientra in una categoria diversa rispetto a quelli analizzati finora. Infatti, pur presentando diversi punti di contatto con il Private Equity, si colloca più propriamente nell’ambito del Private Credit.
In sintesi, per Private Credit si intende qualsiasi prestito emesso da entità non bancarie. Dopo la grande crisi finanziaria del 2008 le banche di ogni dimensioni (e quelle più grandi in particolare) sono state limitate nella loro azione da regole sempre più stringenti. Queste regole hanno provocato una relativa riduzione dell’operatività delle banche in uno dei loro ambiti di elezione e hanno creato, quindi, la domanda di fonti alternative di credito (soprattutto per quello più rischioso), che è stata riempita da istituti finanziari non bancari.

L’evoluzione delle masse prestate dai fondi di Private Credit negli ultimi 25 anni in milioni di $ (Deutsche Bank)

Uno di questi è il fondo californiano Ares Management che nel Maggio 2021 ha prestato circa 25 milioni di $ (40 milioni di dollari australiani) alla federazione di rugby australiana. Il Rugby Union in Australia si trovava (e in parte si trova ancora) in una crisi strutturale sia sportiva che economica, in quel momento aggravata enormemente dai problemi legati al Covid. Rugby Australia aveva in scadenza un prestito di circa 6,8 milioni di $ con la banca anglo-cinese HSBC che aveva come garanzia, tra le altre, il marchio Wallabies.

Questa vicenda ha portato Taniela Tupou sulla copertina di un articolo del Wall Street Journal

In un primo momento era stata presa in considerazione anche una soluzione simile a quella descritta nei capitoli precedenti con Sud Africa e Nuova Zelanda ma, vista l’urgenza e con il rischio di perdere addirittura il suo storico marchio, la federazione australiana ha accettato un prestito con un tasso d’interesse dell’11% da parte di Ares per ripagare quello in scadenza con HSBC. L’allora presidente di Rugby Australia Hamish McLennan aveva dichiarato che senza questo prestito la sopravvivenza stessa del Rugby Union in Australia sarebbe stata a rischio: la federazione aveva chiuso il 2020 con 18 milioni di $ di perdita operativa, la compagnia aerea Qantas aveva appena chiuso il suo storico contratto di sponsorizzazione e all’orizzonte c’era un nuovo contratto televisivo a cifre inferiori rispetto a quello precedente.

Il denaro è stato usato per ristrutturare l’intero sistema (dal rugby di base all’amministrazione centrale), pagare i giocatori e le giocatrici (si era anche discusso di far ritornare il Rugby Union amatoriale in Australia lasciando andare a giocare all’estero tutti i professionisti) e finanziare le candidature per la RWC maschile del 2027 e quella femminile del 2029. Nel 2021 la perdita si è ridotta a 4,5 milioni di $ e nel 2022 si è tornati dopo molto tempo ad un bilancio chiuso in utile.

Nel 2023 il prestito ad Ares è stato ripagato negoziandone uno nuovo con il fondo australiano Pacific Equity Partners per 52 milioni di $.

Il prestito di Ares è servito anche per pagare il passaggio di Sua’ali’i dal Rugby League al Rugby Union (Independent)

Un ruolo importante nel risanare ulteriormente le casse australiane l’ha avuto il Tour dei British and Irish Lions della scorsa estate. Grazie anche al nuovo sistema di gestione degli introiti, introdotto per la prima volta con il tour in Sud Africa del 2021, in cui Lions e paese ospitante non sono più in competizione, ma convogliano la maggior parte degli incassi commerciali in una joint venture di cui si dividono gli utili. Rugby Australia ha incassato circa 78 milioni di $ (non è una cifra ufficiale ma una stima del Sydney Morning Herald) con cui ha rimborsato il prestito del 2023 ritrovandosi per la prima volta post Covid libera da debiti.

Nonostante la sconfitta sul campo, il Tour dei British and Irish Lions è stato un grande successo economico per la federazione australiana (BBC)

Conclusioni

Nel rugby (e in qualsiasi altro sport) più passa il tempo più crescono le necessità di federazioni, franchigie e club di aumentare le entrate economiche. Il miglioramento in tutto quello che può rientrare in una generica voce professionismo oltre al continuo aumento della concorrenza sugli stipendi dei giocatori, rendono sempre più alte ogni anno le spese a cui queste entità sono costrette a far fronte.

Finn Russell, uno dei giocatori più pagati al mondo (Independent)

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Tutti gli esempi trattati nell’articolo hanno in comune l’uso di una parte dei fondi per la ricerca di nuovi mercati e l’espansione dei brand a livello globale. Nella voce “ricerca di nuovi mercati” va sicuramente inclusa la decisione di organizzare la RWC 2031 negli Stati Uniti, mercato potenzialmente ricchissimo dove con una certa frequenza viene organizzato un test match di squadre Tier 1 e dove ogni anno si rincorrono voci più o meno fondate sulla creazione di franchigie che potrebbero giocare in campionati europei (anche se il campionato nazionale fa sempre più fatica a restare in vita). Sempre in questa direzione e in modo ancora più estremo vanno le voci di una possibile candidatura dell’Arabia Saudita e di altri paesi del Golfo per organizzare la RWC 2035.

Il Rugby, anche ad altissimo livello, è ancora relativamente giovane sulla strada del professionismo rispetto ad altri sport. È facile immaginare che con il tempo vedremo sempre più accordi di questo o altri tipi per aumentare le capacità finanziarie di federazioni e club.

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