Uno di quei giocatori che ha spesso lasciato un segno. In che modo e con quale esito lo scopriremo man mano. Celebre per la propria durezza, per la propria abnegazione e per la predisposizione al sacrificio che mette in scena ogni volta che calca un campo da rugby. Un uomo idolatrato a Northampton per la sua fedeltà al club che ha guidato a successi memorabili e che è tutt’ora in corsa per un titolo in Premieship. Adorato in patria, con molti che sentiranno la sua mancanza in seconda linea con la maglia della Rosa. Di lui si ricorderanno in molti, ma forse colui che continuerà a sognarselo di notte è Jules Plisson.

From the ground up

Nel calcio si dice da qualche tempo che oramai non ci sono più bandiere oppure – come dicono gli anglofoni – one-team players. Insomma, non ci sono più i Francesco Totti, Alessandro Del Piero o Javier Zanetti, e nemmeno i Courtney Lawes. Risulta sempre più raro infatti, anche nel rugby contemporaneo, trovare giocatori che siano legati ad un club sin dalle giovanili per molteplici motivi. Beh, Courtney Lawes per Northampton è forse una delle ultime bandiere rimaste nel rugby inglese e può essere considerato tale non solo perchè tutta la sua carriera l’ha passata nella stessa squadra, ma perchè ha portato con le sue prestazioni la squadra di Northampton dal fango della seconda divisione sino alla vittoria dell’Heineken Cup e di due Premiership. Ma partiamo dall’inizio: Courtney Linford Lawes nasce a Hackney, Londra il 23 Febbraio del 1989, da padre jamaicano e madre inglese. Cresce frequentando la Northampton School for Boys ed il rugby club Northampton Old Scouts; la prima è una tra le migliori scuole del paese, mentre il secondo è uno dei migliori club del paese a livello juniores. Insomma, se l’ambiente conta, allora Lawes era già nel posto giusto. Nell’Ottobre del 2007 inizia a raccogliere i primi frutti – in realtà era già stato parte delle selezioni inglesi U18 ed U20 – di questo ambiente di èlite in cui è cresciuto esordendo in prima squadra con i Northampton Saints in National One, la seconda divisione del campionato professionistico inglese – ora chiamata Championship, contro Esher. La sua prima stagione con i Saints si rivelerà un successo culminando nella promozione in Premiership dopo un impressionante serie di 30 vittorie su 30 partite e una vittoria in finale contro gli Exeter Chiefs. La stagione successiva si rivelerà essere ottima per una neopromossa, pur con una storia importante alle spalle. I Saints terminano infatti all’ottavo posto, con una sola sconfitta casalinga subita dai Newcastle Falcons; ma i veri successi arrivano dalle coppe. I Northampton Saints compirono infatti un cammino perfetto in Challenge Cup, alzando finalmente il trofeo contro i francesi di Bourgoin. Durante questa stagione Lawes iniziò a costruirsi la reputazione di giocatore ruvido e dal grande workrate, e soprattutto di temibile placcatore.

Lawes partì dalla panchina nella finale di Challenge, ma sicuramente lasciò il segno – Fonte YouTube

Le sue prestazioni gli valsero la chiamata per la nazionale maggiore, con cui esordì dalla panchina a Luglio 2009 in una sconfitta contro l’Australia. La stagione successiva fu di consolidamento dei progressi fatti, da Courtney Lawes e da Northampton. Arricchirono infatti la bacheca con un altro trofeo – la Anglo-Welsh Cup vinta contro Gloucester – mentre conclusero la loro campagna in Heinieken Cup – l’attuale Champions Cup – ai quarti di finale, ma soprattutto conclusero la stagione regolare di Premiership al secondo posto guadagnandosi quindi un posto di favore nei playoff per il titolo. Purtroppo persero la semifinale contro i Saracens, ma ciò non cambiò la valutazione sull’ottima stagione disputata. L’anno successivo – 2010/2011 – fu caratterizzata dall’approdo in finale di Heineken Cup, persa purtroppo contro un grande Leinster. Gli anni seguenti furono caratterizzati da una difficoltà del club a far fronte alle numerose chiamate alle armi a cui i propri giocatori rispondevano. Northampton infatti dava alla nazionale inglese molti giocatori – è arrivata a darne ben 8, il numero più alto mai registrato fino ad allora per una singola squadra – e ciò non permise alla società di perseguire al meglio gli obbiettivi prefissati, soprattutto nelle annate delle Rugby World Cup. Nella stagione 2013/2014 fu però raggiunto l’apice: i Northampton Saints vinsero la Premiership contro i Saracens per 24-20, dopo 100 minuti di rugby giocato ad un’intensità elevatissima, e si concedettero poi la doppietta vincendo la European Challenge Cup contro Bath, partita terminata con un punteggio di 30-16 a per i Saints.

A voi un piccolo regalo: 100 minuti di finale di Premiership 2014 – Fonte Premiership Rugby

Si ma Lawes?

Tranquilli, non ci siamo dimenticati di lui. Semplicemente perchè Lawes e Northampton sono un binomio indissolubile, e Courtney è stato protagonista di ogni trionfo di questa compagine, leading by example e lasciando tracce del proprio passaggio ad ogni placcaggio – chiedere referenze a Morgan Parra e Jules Plisson. Comunque, nel frattempo Lawes alzava sempre più il proprio livello, divenendo sempre più importante anche con la maglia della nazionale, guadagnandosi anche il premio di Investec Man of the Series nei test match novembrini nel 2010. Serie in cui gli inglesi sfidarono Nuova Zelanda, Australia, Samoa e Sudafrica, ed in cui Lawes partì sempre da titolare come seconda linea. Da lì in poi la sua carriera in maglia bianca fu florida e stabile, facendo così parte anche della spedizione mondiale del 2011, risultando protagonista della vittoria contro gli All Blacks nel 2012 e del successivo mondiale del 2015. Certo, quest’ultima spedizione non fu certamente vittoriosa, anzi. Gli inglesi non superarono il girone del mondiale giocato in casa, portando così ad una messa in discussione di tutta la nazionale e del coaching staff ed al successivo approdo di Eddie Jones come capo allenatore e, checchè ne dica la stampa inglese, all’inizio di un dominio mondiale dell’Inghilterra. Inizialmente Lawes non sembra essere tra i prediletti del nuovo capo allenatore, ma le sue prestazioni fanno ben presto ricredere l’australiano. Nelle annate con Eddie Jones come allenatore infatti partì molto spesso titolare – circa il 75% dei match in cui risultava in lista gara – e soprattutto in quelli decisivi non mancava mai. La propria consacrazione però avvenne nel 2017, quando fu chiamato da Warren Gatland a far parte dei British & Irish Lions – la selezione più prestigiosa al mondo che raccoglie i migliori giocatori di Inghilterra, Galles, Scozia ed Irlanda – per il tour in Nuova Zelanda. Giocò, oltre a due match contro le franchigie neozelandesi, i due match più importanti della serie, gli ultimi due, collezionando in totale 51 minuti di gioco, partendo sempre dalla panchina portando la propria energia in campo e sigillando una storica serie conclusasi con un pareggio – inedito – ed un trofeo alzato mutualmente da Kieran Read e Sam Warburton.

Courtney Lawes in azione contro gli All Black nel secondo test, vinto dai Lions 21 a 24 – Fonte Lions Rugby

Courtney Lawes ha sempre giocato seconda linea, ma con l’avvento di Eddie Jones sulla panchina inglese le partite giocate con il numero 6 sulle spalle aumentarono sempre di più, soprattutto vista la crescente necessità di avere in campo dei giocatori abili in difesa, nel breakdown e con un workrate elevato. Lawes spunta tutte queste caratteristiche, e forse è proprio questo che gli ha permesso di stabilirsi come una tra i migliori giocatori nel proprio ruolo, anzi ruoli. In questi anni il proprio palmares ha iniziato a riempirsi un pochino: Lawes conquista con l’Inghilterra 3 Six Nations, di cui un Grand Slam, un Lions Tour ed un argento alla Rugby World Cup in Giappone nell’arco di 5 anni.

Che cosa vuoi di più?

Abbiamo capito che Lawes è un vincente, uno che non si accontenta. Un giocatore che mette tutto se stesso in campo, e forse anche più di ciò che dovrebbe. Ad inizio carriera, per quanto già un potenziale talento – esordisce all’età di 18 anni in prima squadra a Northampton – mostra anche qualche fragilità a livello disciplinare e caratteriale. Il Lawes degli esordi era infatti un giocatore impetuoso, instancabile ed irruento. Non ci sarebbe nulla di male se non fosse che era facile che capitasse in mezzo a molteplici scambi di opinione o che commettesse falli evitabili. Un esempio fu l’episodio, che gli costò la squalifica di due match al mondiale 2011, in cui entrò scomposto su Ledesma, colpendolo in testa con il ginocchio. Fortunatamente questa sua predisposizione per i cartellini – soltanto gialli – si esaurì relativamente presto. Infatti dagli esordi sino alla stagione 2013/2014 si “guadagnò” ben 11 cartellini gialli, per poi prenderne soltanto 1 – nella stagione 2018/2019 – in questi ultimi 10 anni. Un dato davvero impressionante se contiamo che in questo decennio ha giocato ben 15’036 minuti di rugby professionistico.

In questo video viene mostrato il fallo che porterà poi alla squalifica di Lawes per due giornate, oltre ad un placcaggio leggerino su Tiesi – fonte Le Rugbynistere

Quindi che tipo di giocatore è Courtney Lawes? Se volessimo riassumerla in poche parole: “L’incubo di ogni apertura”. Se non fosse infatti per le sue uscite difensive dal timing perfetto – un po’ come faceva il nostro amato Simone Favaro – Lawes sarebbe stato un giocatore poco vistoso, la classica seconda linea operaia che pulisce quintalate di ruck senza che nessuno se ne accorga. Ecco, Lawes era questo tipo di giocatore, il lavoratore oscuro di cui ti accorgi maggiormente quando non è presente in campo, soprattutto in difesa. Certo, abbiamo già parlato delle sue uscite difensive, ma un dato impressionante è la sua precisione al placcaggio: 93%. Significa meno di un placcaggio sbagliato su 10 dal suo esordio in maglia inglese. Questo dato fa infatti riferimento soltanto alla carriera internazionale, e ciò lo rende ancora più impressionante. Per tradurre la percentuale in cifre vi scrivo questi numeri: 805 placcaggi in 5554 minuti – ripeto – a livello internazionale. Sono numeri impressionanti che rendono giustizia a questo tipo di giocatori. Purtroppo non abbiamo dati sul coinvolgimento nei punti d’incontro, ma possiamo immaginare che siano numeri ugualmente vertiginosi. E se non bastasse la difesa, negli anni ha anche migliorato il proprio apporto in attacco, diventando un ball carrier sempre efficace ed impegnato. Ha infatti una media di poco superiore ai 2 metri di avanzamento per carry ed un impressionante 520 carries totali – cioè circa 7 o 8 a partita, un numero davvero alto per una seconda linea. Certamente quest’ultimo dato è un po’ drogato dalle sue numerose uscite con la maglia numero 6 – cioè da blindside flanker – e quindi con molte più responsabilità nel fornire avanzamento in attacco alla propria squadra, un po’ come Seb Negri per l’Italia. Proprio in questo ruolo Lawes ha però alzato l’asticella, ed infatti dalla stagione 2019/2020 le partite giocate da terza linea iniziarono a superare quelle da seconda linea, tanto che fu richiamato da Gatland per il Tour dei British & Irish Lions in Sudafrica e partì da titolare, sempre con la maglia numero 6, nei tre match contro gli Springboks. Gli ultimi anni di carriera li sta passando sempre con la maglia numero 6 sulle spalle, vedendo quindi effettuarsi quella metamorfosi che abbiamo visto ad altri grandi interpreti nel ruolo di blindside flanker, uno su tutti? Pieter Steph Du Toit, che da promettente seconda linea è diventato un grande flanker, vincendo anche il premio come IRB Player of the year nel 2019. Lawes ha continuato a giocare con straordinaria continuità – fatta eccezione per la scorsa stagione in cui ha subito una fastidiosa serie di infortuni – fino ad oggi, elevandosi ancora di più a pilastro del rugby inglese e di Northampton. Purtroppo non lo vedremo più con indosso la maglia della rosa, essendosi ritirato dal rugby internazionale al termine della Rugby World Cup 2023, ma il suo addio alla maglia inglese è più che giustificato visti i 105 caps guadagnati con la maglia dell’Inghilterra e gli altri 6 con quella dei British & Irish Lions, per un totale di 111 caps internazionali: una vera leggenda. Per non lasciarci a bocca asciutta ci ha comunque regalato una grandissima ultima stagione in quel di Northampton, che ora andiamo ad analizzare.

Godetevi una bella compilation della stagione di Champions Cup appena giocata da Lawes – fonte Investec Champions Cup & EPCR Challenge Cup

Da spartiacque a riferimento

Se negli anni tra il 2010 ed il 2015 Northampton risultava essere sempre una corazzata pronta a lottare per il titolo, dal 2015 in poi si è sempre rivelata una squadra da metà classifica. Tanto che in Premiership era vista un po’ come quella squadra che fungeva da metro di misura per la stagione degli altri: se finisci sopra i Saint allora è stata una buona stagione, se finisci sotto allora la stagione non è stata buona per nulla. Insomma, per 9 stagioni i Saints non sono stati ne carne ne pesce, finendo sempre a metà classifica. L’evoluzione dei Saints non è però estemporanea, ha infatti radici sin dal 2018, anno in cui Chris Boyd fu assunto come Director of Rugby ed Head Coach dai Saints, che gli chiesero di rendere la squadra una forza in attacco, così come fece con gli Hurricanes in Super Rugby. L’obbiettivo era insomma vincere segnando di più dell’avversario, ma questa ricetta non si è rivelata sufficientemente efficace. A questo punto, al termine della stagione 2021/2022, Boyd consegnò le proprie dimissioni al direttivo di Northampton assieme ad un consiglio: non cercare un nuovo staff, ma sfruttare quanto già presente nel club. Il direttivo gli ha dato ascolto, e così Phil Dowson prese il posto di Director of Rugby e Sam Vesty quello di Head Coach. E non ci fu mossa più azzeccata di questa. Infatti, Dowson e Vesty conoscono bene l’ambiente ed i giocatori, ma soprattutto hanno ben in mente di cosa c’è bisogno per fare il salto di qualità, e sopratutto quali sono le fondamenta da cui costruire. Per la prima stagione alla guida del club i cambi attuati furono in realtà pochi, ed infatti i risultati non cambiarono di molto: maggior numero di mete segnate e penultimi per mete subite. Per questa stagione però alcuni cambi si sono resi necessari, nel piano di gioco così come nello staff. Il gioco di Northampton si sviluppa a partire dall’attacco, alla costante ricerca di spazi sfruttando la completa larghezza del campo. E per quanto in questo aspetto i Saints sono sempre stati eccellenti, l’evoluzione di quest’anno è stata la manipolazione dello spazio utilizzando il gioco al piede come arma principale. Con giocatori come Mitchell, Dingwall, Finn Smith e Furbank sarebbe infatti sciocco non sfruttare questo aspetto del gioco, e così il coaching staff ha impostato un kicking game basato su calci profondi, a cercare il guadagno territoriale. I motivi di questa scelta sono principalmente due: il primo è quello di costringere gli avversari a usare più giocatori per coprire la profondità, ed il secondo è quello di giocare nel campo avversario per esporsi a meno rischi subire meta da un repentino cambio di possesso. Questo tipo di manipolazione porta i difensori a dover quindi coprire più terreno, lasciando quindi più spazi da esplorare per gli attaccanti di Northampton. Un altro modo con cui i Saints creano spazi è tagliar fuori il maggior numero di difensori possibili attaccandone la spalla esterna e, con un efficacissimo sostegno, dare al mediano di mischia palloni velocissimi in uscita dalle ruck. Questo permette quindi all’attacco di bloccare la scalata difensiva e di sfruttare al massimo la propria capacità di rischierarsi sfruttando al massimo la larghezza del campo, creando ancora più problemi alla difesa. Spesso infatti la difesa si trova ad avere i giocatori vicino alla ruck che marcano il nulla, visto che i Saints si schierano estremamente larghi.

Da questa immagine si può notare come ci siano almeno 3 giocatori di Munster che non stanno difendendo su nessun giocatore – fonte Investec Champions Cup & EPCR Challenge Cup

Un altro importante cambiamento operato in off-season è stata la preparazione atletica. I Saints sono sempre stati una squadra molto veloce e preparata a livello aerobico, ma hanno sempre sofferto nelle collisioni. Se si guardano infatti i dati di avanzamento post-contatto, e non i metri guadagnati palla in mano, Northampton risultava essere all’ultimo posto, anche dietro ai Newcastle Falcons. Si è quindi deciso di focalizzare la preparazione sul cosiddetto bulking, e cioè far guadagnare ai giocatori massa muscolare sufficiente a performare meglio a contatto, senza però esagerare e perdere in dinamismo. Il lavoro ha ripagato, visto che rispetto alla stagione precedente ogni singolo giocatore risulta essere più pesante, passando così da essere undicesimi per collisioni dominanti a terzi nel giro di una sola stagione. E, se pensiamo a come si sviluppa il gioco d’attacco dei Saints, avere un continuo avanzamento non può che facilitare ancora di più l’applicazione della struttura d’attacco, senza avere la necessità di dover andare sempre alla massima velocità. Tutti questi fattori uniti al fatto che giocatori come Finn Smith e Mitchell hanno ora raggiunto una grande maturità, migliorando la gestione della partita e fidandosi maggiormente del sistema, senza affidarsi troppo a propri guizzi individuali. L’ultimo cambiamento, ma non meno importante, attuato all’inizio di questa stagione è stato l’arrivo del nuovo allenatore della difesa Lee Radford direttamente dal Rugby League. I suoi obbiettivi furono principalmente due: capire quale fosse il problema della seconda peggior difesa della Premiership e fare in modo di integrare il sistema difensivo con l’attacco di Vesty. Il grosso delle mete subite dai Saints arrivava infatti in seguito a turnover, con la squadra avversaria che dopo aver riguadagnato possesso trovava enormi spazi davanti a se, vista l’impostazione molto larga e complessa dell’attacco che risultava in giocatori fuori posizione e quindi molto più attaccabili. La ricetta per risolvere questo problema è quindi stata quella di impostare una difesa che facesse della connessione tra i propri interpreti il focus principale, lasciando da parte la velocità di salita o l’eccessiva ricerca di riguadagnare il possesso quanto prima.

In questa immagine notiamo invece come la linea difensiva – in questo caso tra i trequarti – sia molto connessa. Il placcaggio porterà poi ad un turnover per i Saints – fonte Squidge Rugby

Con un simile sistema difensivo si ha quindi una migliore transizione attacco/difesa, visto che comunque entrambe le fasi prevedono di coprire quanto più campo possibile; di conseguenza ci si ritrova ad avere un maggior numero di giocatori in piedi che di conseguenza si trovano in condizione di poter rubare palloni più agevolmente e con meno rischi. Ne consegue che l’attacco abbia quindi più palloni a disposizione e che possa anche già sfruttare la larghezza del campo, visto che i propri giocatori potranno riprendere struttura molto rapidamente. Insomma, non ci sono state rivoluzioni, estremi stravolgimenti o tattiche particolari, si è semplicemente partiti da ciò che funzionava bene, e cioè l’attacco, ed è stato sviluppato un sistema che fornisse all’attacco ancora più armi per poter segnare sempre di più: la difesa fornisce più palloni, la migliore fisicità fornisce avanzamento, il gioco al piede crea spazi per l’attacco. Tutto ciò ha portato i Northampton Saints a dominare la stagione regolare di Premiership ed anche le fasi finali, vedendoli così vincere il secondo campionato della loro lunghissima storia.

Cosa aspettarsi dal futuro?

Oramai è ben noto a tutti che Courtney Lawes lascerà Northampton per approdare in ProD2. Da molti è stata vista come una mossa non all’altezza di un campione del suo calibro, ma per sua stessa ammissione è tempo di pensare alla propria famiglia ed al futuro di essa. L’anno prossimo giocherà a Brive, ricca e storica compagine francese campione d’Europa del 1997, ma non sarà uno di quei soggiorni ben pagati in cui l’impegno richiesto sarà ben poco, anzi. In uno dei primi scambi tra Lawes e Gillham, presidente di Brive, quest’ultimo ha affermato la volontà di tornare agli antichi fasti facendo di Lawes ciò che Tolone fece a suo tempo di Wilkinson: una guida che li riporti in cima alla piramide del rugby continentale. Ma ciò che più ha convinto Courtney Lawes ad approdare in una squadra di seconda divisione – per quanto si sappia che la ProD2 non è per nulla una lega di basso livello – è stata la prima conversazione con il coach Pierre-Henry che sin da subito gli disse: “Se stai cercando una casa di riposo, sei nel posto sbagliato”. Frase a cui Lawes rispose subito: “Se vado via da Northampton non è per sedermi sugli allori, se vengo a Brive è per riportarvi in Top14”.

Il coach di Brive Pierre-Henry sin da subito gli disse: “Se stai cercando una casa di riposo, sei nel posto sbagliato”. Lawes rispose: “Se vado via da Northampton non è per sedermi sugli allori, se vengo a Brive è per riportarvi in Top14”.

Planet Rugby

Insomma, un inizio bello scoppiettante, ma che sicuramente stimola ancora di più un giocatore con la grinta e la voglia di fare la differenza che ha Lawes. E poi certamente è un po’ come vivere una seconda giovinezza, visto che la sua prima stagione da professionista la passò a riportare Northampton in Premiership dalle paludi della National One. Certamente mancherà a molti vedere Lawes con la maglia dell’Inghilterra o quella dei Saints, ma certamente farà ancora parlare di sè. E i dubbi su una sua eventuale flessione si assopiscono ancora di più se pensiamo che è ancora eleggibile per vestire una maglia davvero importante, quella dei British & Irish Lions, in un ultimo tour prima di chiudere una carriera straordinaria e passata in un continuo stato di miglioramento e sfida con se stesso. Da Lawes non ci aspetta nulla di meno, e probabilmente lui stesso si aspetta ancora di più.

2 pensieri riguardo “Chi ha paura di Courtney Lawes?

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