Disclaimer: questo articolo è puramente speculativo.

In questi tempi di cambiamenti nel rugby italiano sono molte le idee che stanno venendo ventilate per produrre qualcosa di nuovo, portare di nuovo il vento in poppa a questo movimento in crisi da circa una decade, e ravvivare l’interesse del pubblico che rispetto agli anni 80 e 90 sembra essersi perso. Una delle mancanze vere del nostro movimento è la capacità di aggregarsi in strutture superiori a quelle dei singoli club che hanno per esempio nei paesi anglosassoni. In Inghilterra, ogni contea ha una sua selezione denominata county club che racchiude i migliori giocatori dei club della contea e li fa giocare in un’apposita competizione. Lo stesso avviene in Irlanda a livello distrettuale in ciascuna delle quattro province. Questo tipo di partite unisce piuttosto che dividere, portando allo stadio chiunque sia di un territorio a tifare per una squadra, a prescindere dal loro club di appartenenza. Inoltre, si tratta di occasioni imperdibili per gli scout in cerca di talenti emergenti. Invece che doversi suddividere fra svariate partite di club per trovare il nuovo giovane rampante, questo tipo di selezioni occasionali raduna tutti gli atleti migliori in un unico luogo allo stesso momento, offrendo il migliore palcoscenico. In Italia, tali sfide avrebbero una grande utilità per aggregare il nostro movimento in un modo nuovo, perpendicolare a quello che già c’è, al momento così frastagliato. Mi sono dunque preposto di immaginare uno scenario in cui si metta in piedi un torneo fra delle selezioni territoriali, cercando la formula più adatta all’ecosistema-Italia, e immaginando le sue ramificazioni, i suoi pregi e i suoi difetti.

Le immagini della finale di Bill Beaumont Cup del 2019 fra Cornwall e Cheshire, giocata nientemeno che a Twickenham.

Una competizione fra regioni non è possibile

L’ideale, che come vedremo non è fattibile, sarebbe quello di creare delle selezioni regionali. Una regione è un territorio affine geograficamente e culturalmente, nel quale gli abitanti si rivedono e che sentono come casa propria. Un continuum culturale e geografico. L’idea di un torneo fra delle selezioni regionali potrebbe far leva su questo sentimento: sfruttare il senso di appartenenza regionale per promuovere il rugby come strumento di aggregazione fra persone appartenenti alla stessa comunità. Invece che basarsi su logiche di club e rivalità storiche, si tratterebbe di un torneo fra compagini che rappresentano il meglio dei singoli club di ciascuna regione. Il problema, qui, è la cronica asimmetria del rugby in Italia. Ho creato una tabella con tutti i numeri utili a capirla: regione, abitanti, numero di club totali, quanti partecipanti a URC, Top10, Serie A, B o C. La differenza fra il totale e questi campionati è il numero di club che gioca in competizioni inferiori o che ha solo selezioni giovanili. Unendo i dati di un articolo di OnRugby del 2021 e un paio d’ore del mio tempo a spulciare nei rotocalchi sportivi digitali, i numeri sono questi (i punti di domanda sono società di cui sono a conoscenza ma non ho trovato traccia):

Lombardia9 963 18890110 702023715
Veneto4 851 1817763 002139829
Lazio5 710 8115996 79302257
Emilia-Romagna4 448 5455285 549132717
Toscana3 678 9414581 754001414
Piemonte4 249 64036118 046003214
Sicilia4 801 46822218 24800136
Campania5 583 04220279 15200128
Marche1 485 9602074 29800116 (?)
Puglia3 912 16620195 60800008
Abruzzo1 272 1391774 83200021
Liguria1 509 1171788 77200200
Friuli-Venezia Giulia1 195 9741770 351001 (?)01 (?)
Umbria858 4781178 04400105
Sardegna1 579 1819175 46500110
Trentino-Alto Adige1 078 7467154 10700002
Calabria1 842 6154460 65400001
Basilicata538 9303179 64300000
Molise289 9401289 94000001
Valle d’Aosta123 2141123 21400001
Elenco delle società partecipanti ai vari campionati principali italiani, suddivise per regione. Assieme ad esse anche gli abitanti di ciascuna regione, il numero totale di club inclusi quelli solo giovanili, il numero di abitanti per club.

Come è evidente, sono solo quattro le regioni con delle squadre in Serie A, Top10, e URC. Queste quattro regioni, se si dovessero scontrare con le altre, vincerebbero senza problemi. Questo non sarebbe adatto allo spirito aggregativo che una tale competizione dovrebbe assumere, ragion per cui sarebbe meglio adottare una forma ibrida che permetta a regioni meno ricche di club di aggregarsi. Come tutti possiamo immaginare, le aggregazioni fra queste regioni possono essere infinite e scontentare tutti allo stesso tempo, ragion per cui ho abbandonato presto l’idea di selezioni su base regionale.

Un video promozionale della Shane Horgan Cup della provincia di Leinster in Irlanda.

Quale potrebbe essere una formula italiana?

Un alternativa al torneo su base regionale sarebbe quella di sfruttare un insieme di strutture e persone che già raggruppa i club del territorio e i loro migliori atleti U19: i poli di sviluppo voluti dal neo-presidente Innocenti. Dato che questi poli già avranno il compito di radunare i migliori atleti del circondario, sfruttando allenatori e strutture presenti, sarebbe interessante sfruttarli anche per rappresentare il loro territorio. Questo è ciò che avviene in Irlanda con la Shane Horgan cup. I poli di sviluppo presi da soli, però, potrebbero solo produrre una selezione U19. Un modo semplice per coinvolgere anche atleti sopra i vent’anni sarebbe quello di dare agli staff dei poli di sviluppo la possibilità di convocare un numero massimo di atleti “adulti” dai club affiliati al polo di sviluppo in questione. La formula, dunque, potrebbe essere quella di una selezione composta da atleti afferenti a ciascun polo di sviluppo, puntellata con atleti di club di qualsiasi età per garantire esperienza e livello. Questo sarebbe già più simile al modello inglese della Bill Beaumont Cup. Purtroppo le ubicazioni dei poli di sviluppo non sono ancora state annunciate, cui fa eccezione l’accademia di Marca U19 (Treviso) che si è già annunciata alla stampa. In aggiunta ai 10 poli di sviluppo, resteranno aperti i due CDFP di Roma e Milano, i quali potrebbero a loro volta schierare una selezione basata sui club del territorio delle due città più grandi d’Italia. Sognare non costa nulla, anche se richiederebbe molte strette di mano.

Gli highlights del Milan Rugby del 1990-1991, quando a Milano il grande rugby era di scena.

Quando la si gioca?

Una delle migliori idee che ho sentito dire finora riguarda il sostituire la Coppa Italia con questo torneo. La formula attuale della Coppa Italia è quasi un doppione del Top10, nel quale si formano due gironi da 5 squadre con le squadre che partecipano al massimo campionato. Questa formula non aggiunge nulla al panorama del rugby italiano, anche considerando che non è necessariamente più facile da vincere per i club meno ricchi. Mi rendo conto che si tratta di partite extra per i club di Top10 e che forse qualcosa da guadagnarci ci sia anche per loro, ma considerato che la gente allo stadio non è tantissima, forse una formula alternativa che porti soldi al comitato regionale potrebbe funzionare. Se i poli di sviluppo saranno 10 come annunciato, ai quali si aggiungono i CDFP di Roma e Milano, si potrebbe conservare la suddivisione in due gruppi che già ha la coppa Italia, in questo caso da 6 invece che da 5. Questo permetterebbe di evitare troppe partite che interrompono il flusso del campionato. Inutile dire che una tale competizione aggiungerebbe una dimensione al rugby che prima non c’era, creando sicuramente interesse nel pubblico.

Gli highlights della finale di coppa italia fra Padova e Rovigo del 2020, vinta da Rovigo per 10-3. La finale fu giocata in un campo inondato, che rese difficile riconoscere i giocatori delle due squadre.

Chi paga?

Questa è la domanda che chiunque si dovrebbe porre di fronte a qualsiasi progetto di qualsiasi ambito. L’ideale sarebbe che ciascuna selezione regionale venisse pagata dal corrispettivo comitato. Stando al bilancio di sostenibilità della FIR, “I Comitati Regionali sono l’emanazione della Federazione sul territorio e dunque promuovono, propagandano e disciplinano la pratica del Rugby nelle zone di competenza, applicando localmente
le progettazioni tecniche deliberate dal Consiglio Federale”
. Se i comitati regionali fossero finanziati appositamente per mettere in piedi questo tipo di selezione, sarebbe interessante vedere quali risultati si ottengono dando libertà a ciascuna regione di coltivare la propria selezione regionale nel modo più consono. Inoltre, sarebbe bello che i proventi delle partite restassero nei comitati stessi, così da motivarli ad organizzarsi nel migliore dei modi. Associando queste selezioni ai dieci poli di sviluppo e i due CDFP si avrebbero delle strutture e delle reti di persone in grado di gestire tutta la macchina amministrativa richiesta per un’operazione così. Le selezioni, ad esempio, potrebbero essere guidate da allenatori che già vengono pagati per la formazione dei ragazzi nei poli di sviluppo. Nel complesso, le difficoltà di organizzare una cosa del genere sembrano ricadere più nel logistico che nell’economico, e si tratterebbe di un’idea tutto sommato a portata di mano per promuovere il rugby sul piano nazionale, che tanto sta faticando a ritagliarsi il suo spazio.

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