Oggi parliamo con Silvia Turani, che ci racconta il suo rugby tra Premiership e nazionale.
Il rugby femminile sta vivendo un momento di evoluzione. In Italia sta crescendo, anche se lentamente. All’estero corre veloce: in particolare in Inghilterra, dove la Premiership ha costruito un campionato competitivo, visibile e sempre più professionale e che produce risultati… tipo una Nazionale che vince sistematicamente il Sei Nazioni.
Nel mezzo c’è chi ha deciso di provare com’è davvero il rugby professionale. Una di loro è Silvia Turani, pilone della Nazionale italiana e delle Harlequins. Silvia ha giocato in Italia, in Francia e ora è una delle pochissime italiane stabilmente in Premiership. Con lei abbiamo parlato di rugby di club e di Nazionale, di staff tecnici da far invidia, ma anche di cosa significhi trasferirsi all’estero per giocare a rugby da professionista e di piatti da lavare.
Nota: per l’intervista vai direttamente alla seconda metà dell’articolo.

La Premiership Women’s Rugby
Silvia Turani è una delle (troppo) poche rugbiste italiane che tutti conoscono, anche chi il rugby femminile non l’ha mai guardato. Forse non tutti conoscono il campionato in cui gioca: la Premiership Women’s Rugby (PWR).
Approfittiamo di questa occasione, allora, per raccontarvi qualcosa di più anche della PWR.
Un po’ di storia
La Premiership Women’s Rugby (PWR) è il massimo campionato femminile inglese di rugby a 15, nato nel 2017 su iniziativa della Rugby Football Union (RFU) con l’obiettivo di elevare il livello del gioco. Già in fase di lancio – annunciato nel 2016 con il nome “Women’s Super Rugby” – la RFU stanziò 2,4 milioni di sterline (programma triennale) e impose criteri stringenti ai club candidati, richiedendo investimenti in infrastrutture di allenamento professionali e staff tecnici qualificati. La prima edizione (2017-18) partì con dieci squadre ed il nome sponsorizzato Tyrrells Premier 15’s. Negli anni successivi il torneo si è evoluto: nel 2020 la Allianz subentrò come title sponsor e vennero ammesse nuove franchigie di alto profilo (gli Exeter Chiefs e i Sale Sharks, affiliate a club maschili di Premiership), rimpiazzando due storici club indipendenti in difficoltà economiche, secondo la linea RFU di garantire società finanziariamente solide. Nel 2023 il campionato è stato rilanciato con un importante rebranding in “Premiership Women’s Rugby”: è nata una nuova entità organizzativa dedicata (partecipata da RFU e club) e si è avviato un piano decennale di sviluppo, mirato a trasformare la lega nella competizione domestica femminile “più competitiva, progressista e sostenibile al mondo”. Questa “nuova era” ha visto anche l’ingresso di formazioni emergenti come le Leicester Tigers Women e le Trailfinders Women (Ealing) tra le partecipanti, mentre alcune squadre storiche escluse dal tender – ad esempio le Wasps Women – sono uscite di scena, riflettendo il ricambio verso club con maggiori risorse e progettualità.
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Le squadre che giocano in PWR
La stagione 2024/2025 vede al via nove squadre in totale, in gran parte sezioni femminili di club maschili di vertice. Tra di esse figurano
- le Saracens Women (squadra femminile dei Saracens, con base a Londra nel quartiere di Hendon, dove giocano allo StoneX Stadium)
- le Harlequins Women (affiliate agli Harlequins di Londra, di casa al Twickenham Stoop)
- le Exeter Chiefs Women (espressione degli Exeter Chiefs, con sede al Sandy Park di Exeter)
- le Bristol Bears Women (sezione femminile dei Bristol Bears, attiva sin dal 1984 a Bristol e con terreno interno a Shaftesbury Park)
- le Sale Sharks Women, in cui militano Beatrice Rigoni e Sofia Stefan (collegate ai Sale Sharks di Manchester, giocano presso lo stadio Heywood Road)
- le Leicester Tigers Women (costituite nel 2021 come squadra femminile dei Leicester Tigers, utilizzano lo storico Welford Road di Leicester)
- le Trailfinders Women di Londra (quartiere Ealing), emanazione dell’omonimo club di Championship Ealing Trailfinders, che disputa le proprie partite casalinghe al Trailfinders Sports Ground. Nelle Ealing Trailfinders gioca anche l’italiana Sara Seye.
Accanto a queste franchigie legate a club professionistici si affiancano due realtà con radici accademiche e territoriali:
- le Gloucester-Hartpury Women, fondata nel 2014, nasce dalla collaborazione tra il Gloucester Rugby (club di Premiership maschile) e l’Hartpury University, fungendo da polo di sviluppo nel Gloucestershire; la squadra alterna gli incontri interni tra l’Hartpury College Stadium (impianto da ~2.000 posti) e il Kingsholm Stadium di Gloucester
- le Loughborough Lightning, invece, rappresenta la Loughborough University ed è presente fin dall’inizio del campionato nel 2017; dal 2021 ha stretto una partnership innovativa con i Northampton Saints (club Premiership) che l’ha portata a disputare tutte le gare casalinghe al cinch Stadium at Franklin’s Gardens di Northampton.
La struttura del campionato
Quanto alla struttura del campionato, la PWR adotta un formato classico con stagione regolare seguita dai play-off. Ogni squadra affronta le altre con gare di andata e ritorno (per un totale di 18 turni nella stagione a 10 squadre, ridotti a 16 quando le squadre effettive sono 9 per via di un turno di riposo a rotazione). Al termine della regular season, le prime quattro classificate accedono alle semifinali incrociate (1ª vs 4ª e 2ª vs 3ª, in gara unica sul campo della meglio piazzata) e le due vincitrici si contendono il titolo in una finale secca. La stagione si svolge indicativamente tra l’autunno e la primavera: ad esempio, nel 2024/25 il campionato è iniziato ai primi di ottobre e la finale si è giocata il 16 marzo allo StoneX, mentre l’edizione precedente (2023/24) si protrasse fino a giugno, complice un calendario condizionato dal ritiro a torneo in corso delle Worcester Warriors Women. In parallelo al campionato, le stesse squadre disputano anche l’Allianz Cup, competizione a gironi e knockout che si svolge nei finesettimana liberi dal campionato, fornendo ulteriore spazio alle giocatrici meno impiegate in prima squadra.
La professionalizzazione del rugby femminile
Sul fronte della professionalizzazione, la PWR ha compiuto passi da gigante verso un modello di rugby femminile d’élite sostenibile. Fin dall’avvio del progetto la RFU ha fissato requisiti minimi elevati per i club (es. centri di allenamento dedicati, preparatori e supporto medico di livello professionistico), creando le basi per ambienti di alta performance. Dal 2020 è stato introdotto un tetto di spesa per gli ingaggi dell’intera rosa (remuneration cap) – indicato in circa 190.000 £ annue per club nel 2023 – con l’obiettivo di crescere gradualmente fino a 430.000 £ per squadra entro il 2026-27. Questo salary cap è stato fortemente criticato perché troppo contenuto, ma riflette bene la realtà attuale: molte atlete sono ancora semiprofessioniste, ma il monte-ingaggi in rapido aumento indica che sempre più giocatrici possono dedicarsi a tempo pieno al rugby. A livello federale, un impulso decisivo è arrivato nel 2018 quando l’Inghilterra ha offerto i primi contratti full-time a 28 giocatrici della Nazionale, una svolta definita un “gamechanger” dal CT Simon Middleton. Oggi oltre 30 Red Roses beneficiano di contratti centrali RFU rinnovati su base triennale, mentre parallelamente anche diversi club PWR iniziano a stipulare contratti diretti con le proprie atlete di punta.

PWR: il vivaio delle rose rosse
Infine, il ruolo della PWR è fondamentale nel costruire e sostenere la Nazionale femminile inglese. Il campionato funge da vivaio d’eccellenza per le Red Roses, offrendo un livello di competizione che ha elevato standard tecnici e atletici delle giocatrici. Praticamente tutte le nazionali inglesi militano nelle file di club PWR, e il bacino di talento si allarga grazie ai vivai collegati: ad esempio, le Loughborough Lightning nel 2023/24 hanno visto ben otto proprie atlete convocate nelle selezioni Under-20 inglesi, segnale di un ricambio generazionale florido alimentato dai club. I risultati si vedono: l’Inghilterra domina da anni il Sei Nazioni femminile e mantiene una profondità di rosa senza paragoni a livello europeo. Lo stesso Middleton ha attribuito gran parte dei progressi delle Red Roses alla creazione, a partire dal 2017, di un campionato domestico competitivo come il Premier 15s (ora PWR) in parallelo alla professionalizzazione delle giocatrici di vertice.
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Chi è Silvia Turani
Silvia Turani è un pilone della Nazionale italiana di rugby e milita nelle Harlequins Women, formazione del campionato inglese Premiership. Ha incontrato per la prima volta il rugby nel 2016 durante l’Erasmus in Spagna, ma è nel vivaio del Rugby Colorno che ha cominciato a giocare seriamente. Ha poi vissuto un’esperienza in Francia con le Amazones di Grenoble. Dal 2022 si è trasferita in Inghilterra, prima nelle fila delle Exeter Chiefs e poi alle Harlequins, dove gioca tuttora. Ha esordito con la Nazionale maggiore nel 2017 e da allora è una presenza fissa nel Sei Nazioni femminile (in occasione di Scozia v. Italia del 13 aprile ha conquistato il 40° cap, festeggiato con una splendida vittoria); inoltre ha partecipato alla Coppa del Mondo 2021 (disputata nel 2022 in Nuova Zelanda). Nel 2019 è arrivata anche la prestigiosa convocazione nei Barbarians Women, che ha reso Turani la prima atleta italiana a vestire la maglia della selezione a inviti britannica. La sua crescita costante l’ha portata dai campi italiani a confrontarsi con il top del rugby europeo, affermandosi come una delle giocatrici di riferimento del movimento azzurro.

Intervista a Silvia Turani
ve l’ho fatta penare, eh…
Ovviamente, la prima domanda è stata “chi è Silvia Turani?”. La risposta la leggete sotto.
Ma allora, perché ho scritto un paragrafo introduttivo raccontando chi fosse? Perché Silvia è stata fin troppo modesta…
Sono Silvia, ho 29 anni, quasi 30. Al momento gioco full-time a rugby per la Nazionale italiana e per gli Harlequins. In teoria sono anche iscritta alla facoltà di psicologia, ma in realtà il rugby si prende quasi tutto il mio tempo.
Ho scoperto il rugby a 22 anni durante l’Erasmus in Spagna. Quando sono tornata in Italia ho deciso di provarci davvero: studiavo all’università a Parma e il club più vicino era Colorno. Ho fatto tre stagioni a Colorno. Durante l’ultima è scoppiato il Covid e la stagione si è interrotta. L’anno successivo mi sono trasferita in Francia, perché facevo il secondo anno di una magistrale che aveva la doppia laurea in Italia e in Francia. Qui ho giocato una stagione a Grenoble e qui mi sono rotta il crociato, quindi sono rientrata in Italia.
La stagione successiva ho recuperato dall’infortunio e sono rientrata per il Sei Nazioni 2022. Ho giocato il mondiale del 2022 e dopo il mondiale sono andata ad Exeter perché da un lato volevo confrontarmi con un livello diverso da quello italiano, e dall’altro avevo capito, quando ho giocato con le Barbarians, che l’aspetto del conoscere persone nuove era uno di quelli che mi interessava di più e ho voluto “sfruttare” il rugby per conoscere realtà e persone diverse.
Fatta l’esperienza in Francia ho capito che lì la situazione non era sviluppata come pensavo, soprattutto dal punto di vista medico e organizzativo, e me ne sono accorta quando mi sono infortunata trovandomi a gestire il recupero da sola.
L’Inghilterra sembrava più professionale, più simile all’esperienza che volevo in quel momento, quindi vado ad Exeter dove faccio una stagione. Ad Exeter c’erano degli aspetti che non mi convincevano, quindi al termine della stagione mi trovo a decidere di tornare in Francia. Poi all’improvviso è arrivata l’offerta di Harlequins. Andare in Francia significava tornare a lavorare e questo avrebbe comportato che pian piano il lavoro avrebbe preso sempre più spazio al rugby finché non avrei smesso. In quel momento mi sono resa conto che non mi sentivo ancora arrivata e ho accettato l’offerta delle Harlequins.
La prima stagione siamo arrivate settime. C’erano tante cose da sistemare, ma nonostante tutto sono rimasta anche per la stagione successiva che è appena terminata.

Ti faccio una domanda un po’ personale. Per un’italiana non è così semplice arrivare a giocare in Premiership, come sono arrivate le offerte da Exeter e poi dagli Harlequins? Ti hanno vista giocare e poi… come funziona? Ti mandano una mail?
Dipende molto da giocatrice a giocatrice. Ti racconto la mia esperienza.
L’anno in cui ho recuperato dal crociato, mentre lavoravo nell’azienda di mio papà, ho capito che non avevo ancora finito col rugby. Così ho deciso di voler andare in Inghilterra.
A quel punto ho scritto direttamente ad alcune ragazze con cui avevo giocato nei Barbarians, e anche alla manager dei Barbarians, chiedendo:
“Mi potete fare una panoramica delle squadre in Premiership? Dove mi consigliereste di andare? Dove no?”
Volevo capire anche se gli Harlequins avrebbero potuto essere interessati. All’inizio, per dire, ero molto orientata verso le Wasps… che però sono fallite pochi mesi dopo.
In questa prima fase ho chiesto consigli a chi conosceva già l’ambiente.
Quando invece ho iniziato a ricevere offerte e a fare colloqui, ho coinvolto una procuratrice che già conoscevo.
Io stavo lavorando a tempo pieno, non riuscivo a gestire tutto da sola, così ho chiesto a lei di aiutarmi. Anche perché pensavo che il mondo del rugby inglese fosse molto più impostato. Quindi lei ha preso contatti con gli allenatori, ha organizzato i colloqui e ha negoziato per me il contratto.
Quindi sì, mi sono fatta seguire da lei. Ma, detta tutta, il mondo della Premiership è abbastanza accessibile anche senza un procuratore: se sei già nel giro, funziona molto per passaparola.
In Premiership hanno una specie di database con tutte le giocatrici: se hai un contratto lungo (12 mesi o più), le altre squadre non possono contattarti. Se invece sei in scadenza, puoi essere approcciata — e lì si apre il giro dei contatti.
Per esempio, a fine stagione con Exeter, quando ho deciso di non rinnovare, il mio profilo è diventato “disponibile” e da lì le altre squadre potevano farsi vive. Questo se sei già dentro il sistema Premiership.
Sennò se conosci una ragazza che gioca in PWR la cosa più semplice è che lei ti presenti direttamente al Director of Rugby.

Da fuori sembra un sistema molto rigido e complicato, quindi non è davvero così?
In realtà no, è molto più semplice di quanto sembri.
Prima di entrarci pensavo anche io che fosse tutto super formale, super rigido.
Ma una volta che sei dentro, il mondo della Premiership è molto più fluido. Si basa tantissimo su contatti personali, su conoscenze dirette.
Chiaro, ci sono alcune regole da rispettare, tipo il fatto che le squadre non possono contattarti se hai ancora un contratto in corso, ma nulla di insormontabile.
C’è poi anche l’aspetto che dopo la Brexit il Regno Unito non fa più parte dell’Unione europea, quindi serve un visto per venire a lavorare qui. Per ottenerlo devi avere determinati requisiti: in pratica, devi essere un’atleta internazionale: serve aver giocato un certo numero di Test Match con la Nazionale negli ultimi 12 o 24 mesi.
Questo è il vero ostacolo: una giocatrice che gioca solo nel campionato italiano, se non è di interesse nazionale, difficilmente riuscirà a ottenere un contratto, perché non può avere il visto.
Se, invece, sei un’atleta di interesse nazionale e hai un contratto puoi fare le pratiche per il visto, che sono un po’ complicate, ma ci sono gli avvocati a cui si appoggiano le squadre che ti seguono passo passo nel compilare la documentazione.
In teoria potresti anche iscriverti all’università o trovare un altro tipo di lavoro e avere un altro tipo di visto… ma avresti un contratto di volontariato con il club.
Certo, hanno rose così ampie che è difficile che una giocatrice che non è di interesse nazionale in Italia possa essere di interesse per una squadra di Premiership. Però nella categoria subito inferiore alla Premiership – il Championship, dove comunque il livello non è tanto più basso perché ci giocano molte ragazze di Premiership che vengono date in prestito – non ci sono contratti, quindi una ragazza potrebbe lavorare o studiare e giocare per farsi notare da una squadra di PWR e poi fare la scalata inversa.

Com’è stato ambientarsi in Inghilterra?
È stato diverso tutti e tre gli anni. Il primo anno a Exeter è stato bello, molto carico: venivo dal Mondiale, avevo incontrato lì tante ragazze, anche dai nomi importanti, che poi mi sarei ritrovata in squadra… insomma, c’era entusiasmo.
Alloggiavamo in hotel vicino al campo di Exeter: quattro ragazze e quattro ragazzi, ognuno con la sua stanza e qualche spazio in comune. E mi sono trovata molto bene con loro.
Quindi socialmente l’impatto è stato semplice, ho costruito un bel gruppo.
Le difficoltà più che altro sono state:
- Il meteo. È davvero deprimente, da ottobre a marzo vedi il cielo azzurro forse tre giorni in tutto […e Silvia è di Bergamo, non proprio la città più soleggiata d’Italia…].
- Il cibo. Sono un po’ fissata, mi piace mangiare bene, ma anche scegliere cosa mangiare.
- I ritmi: gli allenamenti cominciano alle 14 e finiscono anche alle 20. Passi tantissimo tempo al club, tra palestra, skills, collettivo, reparto… Io ero abituata in Italia che fai due ore di allenamento e poi la palestra te la gestisci tu, qui invece passi molto tempo a contatto con tante persone, tra l’altro dovendo parlare in inglese e io l’inglese lo parlo, ma un po’ i dialetti un po’ doverlo parlare in partita sotto pressione… insomma, all’inizio ho fatto fatica.
Il secondo anno nelle Harlequins è stato più semplice. Da un lato l’inglese che migliora, dall’altro il fatto che Harlequins è un club molto umano, che si prende molto cura di te.
Ci sono tante figure di supporto: staff medico, psicologa, team manager, fisioterapisti… ed è un ambiente con persone “buone”, genuine. Il secondo anno è andato liscio, proprio per questo.
Il terzo anno, invece, è stato il primo in cui ho sentito di non aver cambiato nulla nella mia vita: stessi spazi, stessi volti, stessi ritmi.
Per paradosso è l’anno che dovrebbe essere più semplice e invece è l’anno in cui ho fatto più fatica. È stata una stagione corta — è iniziata a ottobre ed è finita a marzo, abbiamo giocato le fasi finali prima dell’inizio del Sei Nazioni — e quindi tutto il tempo lo passi a giocare a rugby. Poco spazio per altro. Ho iniziato a sentire un po’ di burnout, anche perché culturalmente qui le persone sono meno “calde”, meno mediterranee. Ti faccio un esempio: per me è normale tornare a casa, apparecchiare e mangiare tutti insieme. Lì no, ognuno si cucina il suo, mangiare insieme è raro.

Com’è strutturato lo staff agli Harlequins?
Allora, la struttura è piuttosto verticale ed è molto chiara, per cui sai sempre a chi chiedere cosa.
Al vertice ci sono l’head coach e il Director of Rugby.
Accanto al capo allenatore ci sono poi l’allenatore della difesa e l’allenatore degli avanti. Poi ci sono tre assistenti-allenatori, uno per la mischia, uno per il lancio in touche, uno per le collisioni. L’allenatore per la mischia è lo stesso della maschile, mentre gli assistenti allenatori sono due giocatori e non sono sempre presenti, ma ci sono solo nelle sessioni dedicate a touche e collisioni.
[ovviamente, ci sono anche gli allenatori e gli assistenti allenatori per l’attacco…]
Poi c’è lo sport scientist e il suo assistente, che seguono GPS, paradenti e analisi fisica.
C’è il video analyst con un collaboratore che gestisce le riprese, sia in partita che in allenamento.
Poi ci sono il preparatore e il suo assistente. Le titolari vengono seguite dal preparatore principale, le altre da uno specifico per il gruppo di “sviluppo”.
Poi c’è la player development officer, che fa da team manager e da HR: si occupa del nostro benessere generale, organizza corsi di sviluppo personale, ci aiuta se vogliamo lavorare ci aiuta a cercare contatti, ecc.
In parallelo c’è la psicologa, che segue sia la squadra complessivamente, ma con cui puoi fare anche sessioni individuali.
E naturalmente tutta l’area medica: fisioterapisti, dottori, nutrizionista, esperti esterni (per esempio per il pavimento pelvico).
È uno staff enorme! È lo standard per la Premiership o le Harlequins sono un’eccezione?
Per esperienza: Exeter era molto totalmente diversa. C’era la Head coach, allenatore dell’attacco e della difesa, un preparatore, un medico, un fisioterapista e un video analyst. E comunque Exeter è una top 4.
Sale Sharks, invece, che è a fondo classifica, ha una realtà molto simile alla nostra.
Penso quindi che il livello delle Harlequins sia abbastanza la normalità e forse è Exeter ad essere un’eccezione.
È molto diverso dall’Italia, eh… Com’è strutturato un club in Italia?
Quando giocavo io in Italia c’era Capo allenatore e secondo allenatore: se il primo era un avanti, il secondo era un trequarti e viceversa.
Poi c’è il preparatore, il team manager e se va bene il fisioterapista (sennò è lo stesso della maschile e lo becchi quando è libero), e alla fine c’è il medico che viene alle partite, anche perché è obbligatorio…
Questo ha un forte impatto sull’atleta: in Inghilterra ti senti tutelato, se hai bisogno di un controllo o di un massaggio di scarico te lo fanno anche tutti i giorni; in Italia un po’ te lo tieni, un po’ vai da un fisioterapista tuo…
Anche gli allenatori è difficile che abbiano mezzi: ad esempio, anche se c’è un video analyst è difficile che abbiano i video di tutti gli allenamenti, mentre in Inghilterra si fanno tantissime review, tantissime riunioni…
E la Francia come si pone?
Dipende… Anche parlando con altre ragazze, ci sono club che vanno più verso lo standard inglese, anche se ancora sono distanti dallo sviluppo dell’Inghilterra soprattutto in termini di staff, e club che invece funzionano come in Italia.
Che poi, se uno guarda il riscontro mediatico e social che ha la Premiership, anche poi in termini di pubblico, non si può dire che non ne valga la pena…
In realtà una cosa va detta. Praticamente tutte le squadre femminili in Premiership si affiancano a una squadra maschile e per i club il settore femminile è sempre in perdita. Anche perché possono anche pubblicizzare quando fanno 15.000 persone al big game, o quando ne fanno 10.000 a Bristol perché gioca Ilona Maher e si porta tutto il seguito, ma la realtà dei fatti è che ci saranno 2.000-3.000 persone ad una partita normale e molte sono invitate. Quindi, in realtà non c’è un grande ritorno di pubblico.
Ma allora perché pensi che i club investano così tanto nel femminile?
Credo che un po’ sia una scelta politica e un po’ una questione di politically correctness inglese per cui devi sostenere per forza anche il femminile. Poi magari hanno anche degli incentivi economici dalla RFU…

Ma secondo te cosa manca per far crescere il seguito al rugby femminile?
Bisognerebbe riuscire a targettizzare un pubblico che non sia fatto solo da chi segue già il rugby femminile. Alla fine, la maggior parte del nostro pubblico sono famiglie che magari hanno una bambina o comunque i figli che giocano a rugby e quindi portano la famiglia a vederci, però il pubblico e quindi l’esperienza è tanto tarata sul target famiglie, ci sono i truccabimbi, quelli che fanno i giochi, ecc… Manca invece il pubblico dai 30 ai 50 anni.
L’unica partita diversa, infatti, è stata una partita giocata di venerdì sera, contro le Bristol Bears, in cui ha giocato Ilona Maher, che si è portata dietro il suo pubblico social che non è composto da famiglie con bambini di massimo 10 anni, ma era pieno di ragazzi. Ecco, quello che lei è riuscita a fare è stato targettizzare il suo pubblico, che non è composto solo da gente che segue il rugby femminile, e portarlo allo stadio.
Detto questo, in PWR c’è anche un problema legato alla distanza. Tra una squadra e l’altra ci sono anche 4 o 8 ore di viaggio, quindi anche se qualcuno volesse seguire la squadra in trasferta si troverebbe fortemente impossibilitato.
C’è una cosa che mi sorprende. Se io guardo i numeri di una partita di Serie A Élite – ad esempio un Valsugana v. Villorba – e quelli della nazionale femminile, nel secondo caso i numeri sono ovviamente più alti, ma non totalmente sproporzionati. In base a quello che mi dici, invece, i numeri in Premiership sono infinitamente più bassi di quelli che fanno le Red Roses. Ma tutta la gente che siamo abituati a vedere al seguito della nazionale inglese, durante il campionato dov’è?
Un po’ le Red Roses sono riuscite a costruire un brand. Sono percepite praticamente al pari degli uomini. Poi non so se i numeri siano così tanto diversi tra nazionale e club: la settimana scorsa [ovvero la partita Inghilterra v. Italia giocata il 23 marzo a York] lo stadio era sold out, quindi c’erano circa 8.000 persone e tra 3.000 per un club e 8.000 per la nazionale la sproporzione non è così forte. Sicuramente le prossime partite, in primis quella contro la Francia, faranno molte più persone, ma c’è da tenere conto che la partita contro di noi si è giocata al nord, che non solo è difficile da raggiungere, ma anche dove è molto più diffuso il rugby league. Sicuramente, giocando a Londra hai un bacino molto superiore [Inghilterra v. Francia si giocherà durante il Super Saturday a Twickenham, come la storica partita del W6N 2023 in cui il pubblico superò le 50.000 persone].
Poi le Red Roses sono fighe. Sono forti, vincono tutto e questo porta gente.
Considera poi che la partita della nazionale è una, mentre le partite di campionato sono quattro nello stesso weekend, quindi anche fossero tutte vicine a te fai una scelta e questo disperde il pubblico.
Poi ti dirò che sì, ci sono i fan del club, ma tante persone vengono per vedere più che altro la singola atleta, ad esempio vengono per veder giocare Ellie Kildunne e bene o male ce ne sono comunque 4/5 a club di atlete così.

Quindi a loro conviene incentivare il rugby di club per avere poi un ritorno con la nazionale?
Probabilmente sì, infatti calcola che – per non perdere talenti e far giocare tutte le giocatrici di interesse nazionale – nessun club può avere più di due giocatrici della nazionale nello stesso ruolo.
Visto che siamo in tema di nazionale, parliamo anche di nazionale italiana. Fabio Roselli ha sostituito Giovanni Raineri. Quindi ti chiedo, quali sono le principali differenze che avete trovato?
Guarda, non voglio fare confronti forzati. Quello che posso dirti è che Raineri aveva una visione del gioco molto strutturata: un gioco molto basato sugli avanti, tanti schemi e meno libertà individuale.
Roselli, invece, ha un approccio molto più libero: meno schemi, più espressione personale, lascia molto spazio all’iniziativa.
Forse quello di Roselli è un gioco più adatto a questa Italia, in quanto lascia libere le nostre trequarti di esprimersi e non punta prevalentemente su un pack di avanti che spesso non è pesante come quello avversario. Poi Fabio in allenamento pretende davvero tantissimo, ma questo ci spinge a dare sempre di più e a voler sempre migliorare. Devo dire che come gruppo ci stiamo trovando davvero bene.

Concludo facendovi i complimenti per la partita contro l’Inghilterra. È stata una delle partite con la minor differenza punti e in cui l’Italia ha segnato di più dall’ingresso nel Sei Nazioni nel 2007…
Grazie, ma in realtà noi non siamo soddisfatte. Alcune cose sono andate meglio e, probabilmente, nessuno si aspettava una vittoria contro l’Inghilterra, ma non è che ci siamo dette “ok, bene così”. Resta una sconfitta e una sconfitta non può soddisfarti.
Quindi sì, ci sono stati progressi, ma non basta. Il gruppo vuole crescere.
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Conclusioni
Dopo una battuta di arresto contro l’Irlanda, la vittoria per 25-17 contro la Scozia, con cinque mete segnate e bonus offensivo, conferma i progressi dell’Italia in questo Sei Nazioni. La squadra ha mostrato solidità, concretezza e una maggiore capacità di capitalizzare il lavoro costruito durante la gara.
Ora il calendario propone due test impegnativi: prima la Francia e poi il Galles, che si giocheranno entrambe in casa, allo Stadio Lanfranchi.
Buona fortuna alle Azzurre. E grazie a Silvia, che ci ha permesso di guardare sotto la superficie di un sistema che pretende molto ma può anche restituire tanto, tra staff tecnici, club più o meno strutturati e piatti da lavare.
Ah, giusto. Non vi ho detto cosa c’entrano i piatti da lavare.
Ve lo racconto la prossima volta.