Quando mi dissero per la prima volta che avrei giocato una partita di rugby in carcere, pensavo mi stessero prendendo in giro. Era il 2016, giocavo per il mio primo anno nel Guastalla Rugby come seconda linea, e partecipavamo al campionato di serie C dell’Emilia Romagna. Tra le squadre nel nostro girone, ne spiccava una che aveva un colore nel nome e non una città: Giallo Dozza. Si trattava proprio di quello che i miei compagni mi stavano dicendo: avremmo dovuto giocare due partite nel carcere Dozza di Bologna, sede della squadra circondariale locale. L’esperienza ebbe su di me un impatto che non mi aspettavo: entrare nel primo cancello, attraversando muri di cemento spessi metri, subendo un controllo di ogni oggetto che portavo dentro al carcere, poi l’arrivo nella spoglia palestra, la preparazione, la partita giocata sotto le mura di cinta con i secondini che ci scrutavano dalle torri di controllo, il terzo tempo onorato nella stessa palestra di prima e le chiacchiere con gli avversari, che per quelle tre ore avevano giocato alla pari contro di noi. Un’esperienza che ha plasmato il mio modo di vedere il carcere e la detenzione, e che ho avuto la fortuna di ripetere per tre anni.

Ho sempre pensato che una realtà come il Giallo Dozza avesse molte storie da raccontare, a partire dal nome, dato in riferimento al cartellino giallo che nel rugby porta a un temporaneo isolamento dal gioco, proprio come i detenuti che scontano la loro pena.
Con questo desiderio nella testa, sono riuscito a entrare in contatto con Francesco, team manager del Giallo Dozza, e Armando, un ex detenuto ora in libertà vigilata che ha giocato nella squadra carceraria e che ora fa parte del Bologna Rugby Club.
Ti interessa contattarli? Clicca qui
L’intervista
ANDREA: Francesco, Armando, per me è un vero piacere poter parlare con voi. Ho avuto la fortuna, nei miei anni in cui ho giocato al Guastalla Rugby come seconda linea, di giocare col Giallo Dozza in campionato. Vivendo questa esperienza ho sempre pensato che fosse qualcosa di incredibile: una squadra di detenuti che gioca nel campionato regolare, con partite di andata e ritorno giocate sempre in casa per ovvi motivi, mettendo a disposizione non solo un campo e degli spogliatoi con docce, ma anche un vero e proprio terzo tempo. Personalmente, ho vissuto quelle occasioni in modo molto emotivo, e mi fa davvero piacere poter parlare ora con uno dei fondatori del progetto e con un ex membro del Giallo Dozza.
FRANCESCO: mi fa piacere percepire la passione ed il coinvolgimento con cui parli di noi alla comunità rugbistica. Non sempre ragazzi che fanno parte della squadra hanno una percezione esatta di quanto sia importante comunicare all’esterno questa esperienza e per questo mi fa molto piacere che sia qui anche Armando, ex mediano di mischia del Giallo Dozza. Ora lui è in libertà condizionata, ha appena concluso un corso da arbitro, ottenendo l’abilitazione per arbitrare. Lui rappresenta quello che per noi è la chiusura del cerchio, ovvero la possibilità di utilizzare il rugby per dare una nuova opportunità a questi ragazzi una volta che sono usciti. Il nostro primo obiettivo è rendere la vita più vivibile all’interno dell’istituto, ma se possibile ancora più gratificante per noi è poter dare loro una mano quando escono. Noi usiamo tutti i nostri mezzi per dare loro opportunità di riscatto dentro e fuori una volta conclusa la pena.

ANDREA: Io ho sempre visto nel rugby una forte capacità formativa a livello personale. Tutta quell’insieme di valori che vengono di solito associati a questo sport, secondo me non sono soltanto un’etichetta che ci auto apponiamo, ma sono invece intrinseci di com’è fatto questo sport, ed è per questo che ho sempre riconosciuto in questa realtà del Dozza un punto di partenza fondamentale per la rieducazione dei suoi componenti.
FRANCESCO: Esatto, noi da rugbisti riconosciamo in questo sport valori intrinseci che possiamo utilizzare per vedere la persona detenuta alle prese con la fatica, lo spirito di sacrificio, la dedizione per la squadra negli allenamenti e durante le partite. Chi ha giocato a rugby sa di cosa parlo. In mezzo al campo non puoi fingere di essere qualcosa di diverso da quello che sei veramente, e questo aiuta noi dello staff a farci un’idea di chi abbiamo di fronte. In altre parole, il rugby ci aiuta a decifrare la loro vera indole al netto di atteggiamenti negativi, frutto di condizionamenti dettati dalla dura realtà da cui spesso provengono.
ANDREA: Armando, tu conoscevi già il rugby prima di entrare nel Giallo Dozza?
ARMANDO: A dirti la verità no, io prima non ne sapevo nulla, sono venuto a conoscenza di questo sport proprio all’interno dell’istituto. Ho avuto la fortuna che dalla mia finestra riuscivo a vedere tutti gli allenamenti, e ho quindi deciso di fare domanda per entrare nella squadra. Lì ho giocato per tre anni come mediano di mischia.
ANDREA: E com’è la settimana tipo? Come funzionano gli allenamenti?
ARMANDO: Nel Giallo Dozza abbiamo circa la stessa organizzazione degli allenamenti di un normale club di rugby, abbiamo dei giorni e orari predisposti per gli allenamenti. Avendo molto tempo disponibile, i ragazzi spesso fanno palestra oltre gli allenamenti, e oltre ai tre appuntamenti in campo abbiamo un pomeriggio a settimana dedicato agli aspetti più teorici.
FRANCESCO: Invitiamo anche arbitri, allenatori e tecnici che parlino ai ragazzi di rugby da fuori, avendo quindi un flusso di persone che volontariamente si prestano a dare le basi teoriche al gruppo. E’ lì che Armando si è avvicinato al mondo dell’arbitraggio.
ANDREA: E’ bello che ci sia questo flusso di volontari che mette a disposizione le proprie esperienze e competenze per un progetto di questa natura.
FRANCESCO: Noi siamo una associazione per la promozione sociale, prima ancora che associazione sportiva, e quindi siamo assolutamente tutti dei volontari. Il compito dei dirigenti è anche quello di cercare finanziamenti, e spesso è utile tenere d’occhio i bandi ministeriali. Grazie a questi bandi possiamo entrare in partenariato con vari enti, e uno di questi è ovviamente la FIR. Con loro abbiamo organizzato questo corso arbitri e un corso da allenatori. Oltre alla Federazione, un altro partner importante è l’ACLI (Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani, n.d.r.), che organizza corsi di varia natura, dalla mediazione del conflitto al fair play. Questo ci permette di avere una serie di corsi che noi inseriamo dentro l’attività settimanale.
ANDREA: Francesco, tu sei uno dei fondatori del Giallo Dozza, ma da dove nasce l’idea di creare una squadra di rugby nel carcere di Bologna?
FRANCESCO: Tutto inizia nel 2013, quando il presidente del Bologna Rugby Francesco Paolini ha pensato di mutuare l’esperienza già sperimentata presso l’istituto Drola di Torino. Qua a Bologna il progetto è stato reso possibile da una convenzione tra il Ministero di Giustizia e la Federazione Italiana Rugby che ha permesso la possibilità di squadre carcerarie di partecipare al campionato regionale in serie C. Per effetto di questa convenzione abbiamo ottenuto una sezione dedicata al gruppo sportivo, un campo regolamentare, uno da allenamento ed una palestra. Tutto questo ha influenzato un po’ anche le procedure e i protocolli all’interno dell’Istituto, che si è dovuto adattare a questa convenzione per mettere a disposizione il personale, le strutture e le condizioni per rendere fattivo questo progetto. Nel 2014 con una prima squadra fatta da 20 esordienti di 10 etnie, religioni e lingue diverse ci siamo iscritti regolarmente, unici in Italia, a un campionato di Serie C. Per questo bisogna ringraziare anche l’ufficio delle responsabilità sociali di Roma, in particolare la Dott.ssa De Angelis e tutto il suo staff che ci ha seguiti e supportato in questa attività.
ANDREA: E siete ancora l’unica realtà di questo tipo che partecipa a un campionato?
FRANCESCO: Che mi risulti sì. Ci piacerebbe per questo diventare anche un esempio per altri, facendo diventare il carcere di Bologna un centro specializzato nel rugby penitenziario a livello nazionale.

ANDREA: L’idea di specializzare gli istituti penitenziari e cominciare a fornire un’offerta sociale diversa nelle varie realtà su suolo italiano potrebbe davvero essere una rivoluzione positiva in questo mondo, così da indirizzare un condannato nel centro che meglio possa veicolare le sue attitudini positive. Io penso che questo sport sia particolarmente efficace nel dare una disciplina, perché come tanti sport di combattimento ti insegna il rigore e il rispetto dell’avversario. Oltre a questo, il rugby ha anche la dimensione del gioco di squadra, che gli altri sport di combattimento non hanno. A tal riguardo, io sono rimasto felicemente sorpreso nell’affrontare il Giallo Dozza in campionato. Nonostante quello che pensavo prima di entrare per la prima volta in quel campo, ho sempre trovato nel Giallo Dozza una delle squadre più pulite dal punto di vista disciplinare e tra le più attente al regolamento. Ho questi vividi ricordi di momenti in cui gli animi si scaldavano, come succede in ogni partita di rugby, ma subito il capitano, il vicecapitano e l’allenatore del Dozza andavano a calmare i compagni di squadra in modo molto assertivo, e questa è una cosa che non è facile vedere nei campi di serie C. Immagino che questo fosse parte di un regolamento interno condiviso tra i giocatori.
ARMANDO: Sì, tutti i giocatori prima di partecipare al progetto devono firmare un regolamento etico da rispettare. Oltre a questo, secondo me è più il gioco che ti porta a essere disciplinato. Anche se sei una persona impulsiva o che reagisce male alle situazioni in partita, dopo che ti sei dato di tutto in 80 minuti, quando ti incontri al terzo tempo con i tuoi avversari con cui hai giocato, non ti viene più da essere aggressivo o violento. Però non abbiamo limiti specifici durante il gioco: siamo come una squadra normale alla fine, le guardie penitenziarie fanno solo la sorveglianza per quel che riguarda l’istituto, quello che accade nel Club è regolato internamente al gruppo, tra il capitano, l’allenatore e i dirigenti.
ANDREA: La squadra come vede gli avversari che vengono a giocare nell’istituto? Ci sono delle rivalità o dei campanilismi? Oppure delle relazioni particolari che si instaurano con alcune società?
ARMANDO: Non ci sono particolari rivalità o campanilismi, anzi. Per la verità, per i ragazzi che stanno uscendo e per chi è in misura cautelare come me, c’è la possibilità di entrare a far parte del club del Bologna Rugby. Questa è una bella opportunità, noi con la squadra cadetta del Bologna abbiamo sempre giocato in serie C, e qualche ragazzo che è uscito ha scelto di continuare lì, una volta fuori.
ANDREA: Immagino che uno degli obiettivi di questo progetto sia quello di avere un punto di appoggio al di fuori dell’Istituto per le persone che escono, ed è bello che ci sia la possibilità di entrare a far parte del Bologna Rugby
ARMANDO: Sì, questo è vero, molti ragazzi sono usciti e hanno continuato a giocare fuori con il Bologna rugby. Questo dipende molto dalla condotta che mantieni nell’istituto, chiaramente. Non puoi fare quello che vuoi appena uscito, non funziona così.
FRANCESCO: Vengono indirizzati e orientati solo quelli che lo meritano in modo particolare, cioè quelli che hanno dimostrato di meritarsi la fiducia. I detenuti interessati arrivano nella nostra sezione dopo un certo numero di filtri: il primo lo fa l’istituto attraverso gli educatori, poi noi facciamo dei colloqui individuali prima di accettarli, dove cerchiamo di capire quali sono le loro motivazioni. Si può cadere nell’equivoco di pensare che venire nella sezione rugby sia un punto di arrivo, ovvero che arrivi lì, fai la tua giornata in un posto più protetto, più tranquillo… In realtà quello che cerchiamo di far capire è che quello è solo un punto di partenza, non un punto di arrivo. Fra l’altro possono rimanere in questo progetto solo se lo meritano, perché se sono invece persone che non riescono a controllare il loro carattere, e visto l’ambiente questo è spesso difficile, siamo costretti ad allontanarli. Ne va della salute di tutto il gruppo.
ARMANDO: uno dei filtri di cui parlava Francesco è dato dal fatto che prima di entrare nel Giallo Dozza tu devi fare un po’ di allenamenti con la squadra per capire anche com’è questo sport. Molti di noi arrivano da altre realtà, come il calcio, e non conoscono praticamente nulla del rugby
FRANCESCO: c’è una prima fase che è quella di colloquio individuale col detenuto per valutarne l’attitudine, dopo ci sono due settimane di allenamenti che servono per valutarne l’attitudine sportiva. In fondo, abbiamo anche questo come obiettivo: mettere in campo una squadra di rugby.

ANDREA: Armando, quali sono le differenze che hai notato di più tra la realtà del Dozza e quella che hai conosciuto nel Bologna Rugby?
ARMANDO: Beh, chiaramente è tutta un’altra cosa, è una realtà proprio diversa. Un esempio banale: quando dico che ho giocato per una squadra carceraria, molta gente non mi crede, sembra una storia inventata. Invece poter giocare per un club storico come il Bologna Rugby, andando a fare partite anche in trasferta, ti fa entrare in quella rete di giocatori e conoscenze che poi ti fa sentire come accolto in una nuova famiglia. A livello sportivo, invece, non ho notato una grossa differenza. Al Giallo Dozza abbiamo un progetto gestito seriamente, che ci prepara in modo simile a quello che poi possiamo trovare nella squadra di serie C del Bologna. Mi sento accolto dalla società del Bologna Rugby come sono stato accolto da quella del Giallo Dozza, quattro anni fa.
ANDREA: E tu hai già avuto modo di arbitrare qualche partita?
ARMANDO: No, ancora no ma è questione di pochi giorni.
FRANCESCO: Per adesso stiamo valutando, perché il corso Armando lo ha fatto pochi mesi fa e ora l’ostacolo che rimane è la visita di idoneità sportiva. Per farla dobbiamo trovare il momento adatto perché in questo momento, usufruendo di un trattamento alternativo, lui è alloggiato in un edificio adiacente alla struttura dove esce di giorno per andare a lavorare e torna dentro la sera. Il medico che viene a fare le visite di idoneità sportiva può venire solo una volta alla settimana in orario lavorativo, e quindi è difficile conciliare i suoi orari con quelli di Armando. Una volta concluso questo step, e dovremmo riuscirci presto, lui sarà convocato sicuramente dal comitato per arbitrare le prime partite, probabilmente con le Under 14 qui a Bologna
ANDREA: Armando, Come ti sembra il club del Bologna rugby, al di là della tua esperienza con il Dozza?
ARMANDO: Mi sembra una realtà molto seria che si dedica molto ai giocatori. Inoltre io conoscevo già alcuni dei ragazzi che giocano qui, perché partecipando allo stesso campionato ci incontravamo due volte ogni anno. Diciamo che il passaggio dalla squadra interna a quella esterna è semplificato, rimaniamo sempre un po’ in famiglia. C’è continuità, e questo è di grande aiuto a noi del Dozza che ci troveremmo un po’ in difficoltà a entrare in una realtà completamente diversa. Invece qua, conoscendo alcuni giocatori, sei molto più sereno, giochi anche meglio.
FRANCESCO: Le due società sono molto vicine. Come ho detto il Giallo Dozza nasce letteralmente da una costola del Bologna Rugby. I primi soci fondatori, il consiglio, gli allenatori e tutto lo staff provengono dalla storia del Rugby Bologna, che sta per compiere cent’anni. La Club House del Bologna Rugby è ancora oggi l’oasi dove mi rifugio per ritrovare gli amici di una vita, bere qualche birra con loro e far finta che gli ultimi 50 anni non siano mai passati.
ANDREA: Oltre a te, Armando, attualmente ci sono ex-detenuti del Dozza che giocano nel Rugby Bologna?
ARMANDO: Sì certo, almeno due o tre ragazzi passano ogni anno dal Giallo Dozza al Rugby Bologna.
ANDREA: Questo è davvero un grande successo. Riuscire a formare ogni anno due o tre giocatori che entrano a far parte di un club locale è la dimostrazione oggettiva dell’impatto sociale di questo progetto.
FRANCESCO: In questo ci ha aiutati molto la sensibilità della Federazione Italiana Rugby. I ragazzi che fanno parte del Giallo Dozza sono praticamente tutti stranieri, ma nel mondo rugbistico italiano loro risultano come equiparati sono cioè considerati cittadini italiani. Anche questo aspetto è stato il frutto della riflessione e dell’attività di persone sensibili e particolarmente lungimiranti. Possiamo dire di scendere in campo con una squadra composta esclusivamente da cittadini italiani.
ANDREA: Questa può essere vista come una piccola cosa, che credo però faccia davvero la differenza. Dare valore a delle persone in questa situazione di libertà limitata, mettendole però davanti a un fatto: c’è un pezzo di società che crede e che investe in loro. Io credo che questa sia la chiave di volta per responsabilizzare i detenuti e portarli più facilmente al reintegro in società.
FRANCESCO: è esattamente così. Il nostro obiettivo finale è quello di assottigliare sempre di più i muri che separano le persone che stanno dentro dalle persone che stanno fuori. Per usare una frase fatta, costruire ponti ed abbattere muri fra questi due mondi. Abbiamo anche dei progetti con le scuole qui attorno, per farli entrare nel carcere a vedere com’è, perché riteniamo che almeno le ultime due classi delle superiori, dopo aver fatto il Viaggio della Memoria, sarebbe bene che facessero un giro anche dentro le carceri della loro città. Pensiamo sia importante far vedere loro che cosa significa attraversare quei muri e sentirsi chiudere i cancelli dietro.

ANDREA: I vostri obiettivi sociali sono nobili e importantissimi, e vi ringrazio davvero per quello che fate. Invece a livello sportivo, quali sono i vostri obiettivi di quest’anno?
FRANCESCO: L’obiettivo sportivo rimane la partecipazione tutti gli anni al campionato regionale di serie C. Ma come detto la missione principale è far sapere a questi ragazzi che non sono soli e che ripartire col piede giusto in gran parte dipende da loro. Tutti possono prendere un giallo, (da cui il nome del Giallo Dozza) l’importante è che dopo 10 minuti o dopo 10 anni, si possa tornare in campo. Purtroppo, quest’anno, per la prima volta dopo 11 anni, nonostante ci fossimo iscritti regolarmente, siamo stati costretti a disattendere l’appuntamento col campionato per problemi interni al carcere. Naturalmente la direttrice ci ha garantito di non volere abbandonare il progetto; quindi quest’anno noi ce lo siamo presi come un anno sabbatico, dove l’allenatore lo fa un ragazzo dell’istituto che ha fatto il corso. Ci stiamo organizzando per fare qualche evento estemporaneo al di là del campionato, chiedendo alle squadre amiche qua vicino se vogliono venire a giocare al Dozza. Contiamo di avere anche come arbitro Armando, quando potrà, ci piacerebbe molto.
ANDREA: Immagino che questa sia una cosa nell’ordine delle cose, anche perché quando parliamo di serie C nel rugby italiano ci sono tante società anche non penitenziarie che hanno difficoltà a confermare ogni anno la loro presenza nel campionato. Può capitare, l’importante, come dici tu, è che sia un inciampo e non una cosa definitiva, perché personalmente credo che questo sia un progetto importantissimo e dal grande valore.
FRANCESCO: Il tema è al centro di un dibattito molto importante. Oggi se questi progetti esistono bisogna ringraziare i tanti volontari che si mettono in gioco, ma noi vorremmo che queste attività venissero comunicate il più possibile, così da mostrare a tutti il potenziale che hanno questi ragazzi come cittadini attivi.
ANDREA: Questo dovrebbe essere l’obiettivo principale degli istituti penitenziari, non l’esclusione sociale. Colgo l’occasione per ringraziare te, tutta l’associazione e le persone che ci lavorano dentro perché immaginiamo quanto possa essere difficile portare avanti un progetto di questo tipo. Già è difficile di per sé creare un progetto di rugby in Italia, per di più all’interno di un contesto così complicato come quello di un carcere, diventa veramente qualcosa di eroico. L’aspetto economico e pratico è spesso terreno difficile per entrambe queste realtà, voi come vi muovete in tal senso? L’attrezzatura, i palloni, li ricevete in dono dai Club? Avete degli sponsor?
FRANCESCO: Per fortuna sì, e anzi colgo l’occasione per ringraziare i più importanti: Emil Banca, Illumia e Macron, senza i quali non potremmo far nulla. Tuttavia, lancio un appello ai tuoi lettori, perché come intuibile abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti, perché le spese sono veramente tante. Ad esempio, i costi della diagnostica specializzata quando qualcuno si fa male le deve sostenere la società perché le disponibilità dell’area sanitaria all’interno dell’istituto sono molto scarse. Ma anche attrezzatura da allenamento, scudi, palloni, tutto è utile. Abbiamo una palestra dedicata alla sezione rugby, realizzata con i mezzi limitati che abbiamo, ed è un luogo molto importante per i ragazzi del Dozza, al di là dello sport. Quattro anni fa ci fu una rivolta all’interno del carcere, e gli insorti hanno devastato tutto. Quando il gruppo di rivoltosi è arrivato alla loro palestra, i ragazzi del Giallo Dozza si sono opposti fisicamente al disastro, e questa è stata la dimostrazione di quanto importante sia per loro questo mondo. Là dove tutti quanti bruciavano e spaccavano, loro si sono chiusi dentro detto alla palestra, dicendo “qui non entrate”.
ANDREA: Questo fa loro molto onore, e certifica ancora una volta l’importanza di questo progetto nel recupero sociale dei detenuti. Sicuramente diffonderemo la voce e se riusciamo a trovare un po’ di attrezzatura, ve la faremo arrivare volentieri.
Armando, tu invece hai degli obiettivi personali dal punto di vista rugbistico-sportivo?
ARMANDO: Adesso il mio obiettivo è quello di continuare a giocare col Rugby Bologna, ma vorrei tanto cominciare ad arbitrare e a farlo sempre meglio. Io sono una di quelle persone che tempo fa ha violato le regole della società, e adesso l’idea di essere io che devo far rispettare le regole a dei giocatori mi galvanizza. E’ un po’ come passare un po’ dall’altro lato del muro.
Contatti
Chiunque volesse supportare il Giallo Dozza in qualsiasi modo, può contattare il Team Manager Francesco Dell’Area alla sua mail o numero di telefono:
francescodellarea60@gmail.com
+393334543861